Scritture incarnate. Riflessioni intorno a Prove di abbandono

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Da tempo le arti performative ci consegnano una “verità” che prima non si dava tanto per scontata. Una verità che si è sincronizzata con le forme del sapere – scientifico e culturale – per mostrare come l’esperienza umana non possa che essere nell’emergenza dell’unità mente-corpo, bios e logos e che nelle diverse accezioni di questa condizione è possibile vedere all’opera l’immaginario, sperimentare l’esistenza di un’immagine efficace, trasformativa, finanche curativa.

Ed è proprio in questi nodi che possiamo rintracciare il valore di un lavoro come Prove di abbandono, azione coreografica di e con Paola Bianchi, da e con Ivan Fantini e interventi sonori di Fabio Barovero che ha come punto di partenza il secondo romanzo di Fantini, Educarsi all’abbandono_frammenti mutili (edizioni Barricate) da cui Paola Bianchi ha estratto una serie di immagini coreografiche, su cui Barovero ha lavorato per la composizione musicale e di cui Fantini legge alcuni passaggi.

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Da circa un anno questo lavoro – nato per abitare i luoghi, per costruire situazioni di vicinanza con numeri esigui di spettatori per volta – è stato ospitato prevalentemente, forse preferibilmente, nelle case private, poi in ambienti non usuali come librerie e osterie o nell’ambito di occasioni extra-teatrali ma anche in diversi festival. Da La luna e i calanchi di Aliano (direzione artistica di Franco Arminio) a Teatri di Vetro di Roma dove sarà possibile vederlo dal 29 settembre al 22 ottobre prossimi.

Nella scelta dei luoghi e delle occasioni in cui portare Prove di abbandono sta già una prima straordinarietà di questo progetto ovvero la valenza politica che risiede nella sua sostanziale indipendenza e nel fatto che la sua distribuzione dipende dal passa parola, dal coinvolgimento ospitale, dalle relazioni fra persone.

Scelta coerente fra l’altro con quell’idea di abbandono – sia nel titolo dell’azione scenica sia nel romanzo – che sta a significare non solo la resa, il venire a mancare di qualche cosa ma anche l’idea del dono, del lasciare qualcosa per qualcun altro in accordo con l’espressione del francese medievale à ban donner da cui deriva. Abbandonare come donare e donarsi – ma anche accettare di ricevere un dono, punti di partenza di ogni legame sociale sensato – è perciò il filo che lega le diverse parti di questo progetto che a ben vedere sembra fatto di molti doni e abbandoni.

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Sebbene Prove di abbandono nasca quindi come necessità coreografica ispirata dal romanzo, sul piano della resa performativa la sequenza testo scritto-coreografia viene capovolta: prima la parte coreografica poi la lettura dalla viva voce dell’autore. Questa dinamica invertita può essere pensata come un ulteriore segno del senso politico del progetto che ribadisce scelte e percorsi di ricerca indipendente e anti-rappresentazionista che caratterizza gli ambiti espressivi nei quali da tempo entrambi si muovono.

Nonostante la dichiarazione di un’ispirazione dal testo sia esplicita, il lavoro di Paola non rappresenta il testo, non lo traduce in immagini riconoscibili, ma lo attraversa secondo percorsi che sono tutti suoi, interni, incarnati. E che ritroviamo nella danza chiusa, muscolare, poetica e tragica che è la cifra drammaturgica della sua coreografia. Qui Paola privilegia quella che nel suo libro-manifesto Corpo politico. Distopia del gesto, utopia del movimento, definisce “danza interna” e che, diversamente da quella “esterna” che pone come centrale il rapporto del corpo con lo spazio, si concentra sul dettaglio, sulla vibrazione del corpo, sulla sua energia evocando il simbolico che è nel bios cioè nella vita.

Come ha detto una spettatrice durante uno degli incontri dopo Prove di abbandono il corpo di Paola prepara il corpo degli spettatori all’ascolto della lettura del testo e delle sue parole incarnate, ancorate al vissuto del personaggio protagonista del libro e a una scrittura serratissima che chiede attenzione senza ammiccamenti, senza ricerca del consenso.

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Educarsi all’abbandono_frammenti mutili è un romanzo che porta dentro alla storia di un personaggio e dei suoi deliri: quello che pensa, le esperienze che ricorda, le cose che fa ma che spetta al lettore mettere insieme guidato dalla struttura grafica del testo con i caratteri che cambiano, ad esempio, e soprattutto con i frammenti mutili: vere e proprie pagine bianche che chiedono al lettore di fare una pausa, di interrompere il flusso del romanzo il cui senso finale ci interpella come esseri umani, nella nostra capacità, o volontà, di educarci all’abbandono.

Ivan, che non è un attore, legge con la sua voce, con tutto il suo corpo – che è l’espressione di una provenienza, di un bios ancorato a un logos – e apparentemente senza guardare il pubblico si accorge di tutto. Di chi lo osserva, di chi chiude gli occhi per ascoltare meglio, di chi si distrae… Alla fine, quando anche lui si allontana dal leggio, si comprende l’operazione nel suo complesso, si pensa per immagini, si cominciano a riconoscere dei segni – ad esempio un gesto di Paola che richiama la copertina del libro di Katjuscia Fantini oppure una relazione tra la danza che sembra sciogliersi a un certo punto insieme alla melodia – pur sapendo che quei segni li abbiamo noi nella nostra testa, che quelle associazioni le produciamo da soli nel bisogno di ricondurre sempre l’ineffabile a qualche cosa di conosciuto o riconoscibile. Oppure soltanto perché il lavoro spettatoriale non è mai passivo.

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Ph. @Bets

Le conversazioni che seguono sono il prodotto di una comunità temporanea che si costruisce ogni volta. Non è un semplice confronto fra pubblico e autori. Sensazioni e domande condivise hanno ben poco a che fare con la semplice curiosità di chi vede uno spettacolo. Rimandano piuttosto a quell’intreccio fra arte e vita che può riguardarci tutti, al dono che l’arte da sempre elargisce agli esseri umani.

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Una poesia per la catastrofe e i territori dell’immaginario

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Ho scoperto ascoltando Pagina Tre e Nicola Lagioia durante la giornata della poesia i versi di Quando dico Hiroshima di Kurihara Sadako (anche qui) (letti dalla giornalista Junko Terao), e il genere letterario giapponese genbaku bungaku, ossia un campo della produzione simbolica incentrato sulla tematica della bomba atomica e che per logica conseguenza può essere esteso al caso tragico e recente di Fukushima.

Il genere che è articolato al suo interno come succede ad esempio per manga e anime differenziati sulla base del pubblico a cui si rivolgono, non solo qualifica l’efficacia simbolica dell’immaginario, campo di elaborazione dell’evento drammatico e catastrofico, ma diventa anche luogo della riflessività sociale, finanche di critica politica, anche interna, verso le proprie responsabilità.

Quando dici Hiroshima

 credi forse ti risponderanno dolcemente

“Ah, Hiroshima”?

Hiroshima – Pearl Harbour

Hiroshima – lo stupro di Nanchino

Hiroshima – i roghi a Manila,

donne e bambini bruciati con la benzina

e gettati nelle fosse.

Se dici Hiroshima,

risuonano echi di fiamme e sangue.

[…]

Se dici Hiroshima,

affinché giunga il dolce rimando

“Ah, Hiroshima”

noi dovremmo prima lavare le nostre mani sporche.

Parallelamente al carattere situato dell’immaginario della bomba atomica, del nucleare si associano le paure collettive dell’Occidente che in qualche modo vi si correlano e che chiamano in causa un diverso tipo di esorcismo, quello delle seconde Avanguardie artistiche, basato su forme artistiche e culturali che hanno cercato di fare i conti con gli effetti perversi dello sviluppo tecnologico.

Epopea contemporanea. Media, comunicazione, riflessività nel Ravenhill dell’Accademia degli Artefatti

Nascita di una nazione – visto ieri sera a Ravenna nell’ambito di Nobodaddy – è uno degli spettacoli-frammento che costituiscono il ciclo Spara/Trova il Tesoro/Ripeti tratto da Shoot/Get Treasure/Repeat di Mark Ravenhill e portato in scena dall’Accademia degli Artefatti con la regia di Fabrizio Arcuri.

Un’epopea moderna composta di diciassette brevi pièces che ha come riferimento esplicito la forma della Guerra Moderna, l’Iraq in particolare, il rapporto fra oriente e occidente. Uno specchio riflessivo – per dirla con la teoria della performance – sulla storia contemporanea e sul dramma sociale – ancora con Turner – che motiva la messa in scena.

Nel progetto di Fabrizio Arcuri e degli Artefatti sembra di capire che il testo di Ravenhill, con la sua attualità “civile”, sia un’occasione da non perdere di questi tempi per occupare più spazio e usare il teatro in chiave epica, nel senso brechtiano del termine. E così la messa in mostra della Storia diventa un’occasione per riflettere sul conflitto e sulla sua rimozione che vanno osservati nei frammenti del quotidiano, nelle storie micro – ironiche e tragiche allo stesso tempo – che fanno da contenitore ai temi della guerra, del terrorismo, la libertà e la democrazia, del ruolo dell’arte… Come scrive Arcuri

si tratta in fondo della stessa storia declinata in modi diversi: quella dei meccanismi di potere alla base di qualsiasi evento e alla base delle sue stesse rappresentazioni.

È perciò il meccanismo dell’intrattenimento che si dispiega nel rapporto fra l’avvenimento (il vissuto) e la sua rappresentazione grazie alla dialettica fra realtà e finzione, verità e verosimiglianza e perciò fra il racconto e lo spettacolo. Lo spettatore, dal canto suo, è di volta in volta colui che assiste alle vicende domestiche, testimone suo malgrado di un sopruso o il diretto interlocutore di un discorso pubblico.

Così come succede in Nascita di una nazione.

In una sala illuminata per quasi tutto il tempo dello spettacolo quattro “viaggiatori” e i loro trolley soprendono alle spalle il pubblico-cittadino di una antica civiltà devastata per poi incitarlo a salvarsi e a rinascere attraverso l’arte.

C’è quindi, prima di tutto, un lavoro sul linguaggio e la comunicazione. Il tentativo persuasivo e imbonitore si riflette sulla relazione attore/spettatore e sulla meta-comunicazione che caratterizza lo stile minimale degli Artefatti (e di molta scena contemporanea come spiegato benissimo qui e da Graziani) dove il “come” è fatto di pause, sospensioni, frasi smorzate, ripetizioni, gesti e segni paralinguistici per una recitazione senza enfasi e senza “naturalismo”. Divertente e tragica.

Come quando nel finale la “finta” spettatrice – Miriam Abutori – viene coattivamente coinvolta dai quattro artisti-pedagoghi per ripristinare il patto teatrale. Le luci si spengono e dopo un lungo silenzio è il corpo – ferito dalla guerra – a parlare con tutta la potenza della performance, su cui, per tutto il tempo è parso di scherzare.

Nella temperie epico-grottesca di Spara/Trova il tesoro/Ripeti, forse non c’è niente di più derisorio e stridente dello spasmo finale su cui si chiude “Nascita di una nazione”: sulla scena degli Artefatti, dove tutto si è svolto per lo più in sala e tra il pubblico, e in quella modalità imbonitoria, sospesa tra la comunicazione quotidiana e l’interpretazione, che è ormai il segno del teatro di Fabrizio Arcuri, è il corpo di Miriam Abutori a riconquistare prepotentemente lo spazio del palco. Attilio Scarpellini, Lettera 22, 20 febbraio 2010

Un episodio – io ne ho visti per ora soltanto altri due – di un ciclo che non ha una sequenza perché è fatto di schegge da montare nella logica non lineare (semmai ipertestuale) adatta alle nostre grammatiche di fruizione dei prodotti culturali e alla capacità flessibile che come spettatori abbiamo imparato ad assumere.

Ogni pezzo è uno spettacolo a se stante ma cambia o sposta il significato se accostato o rintracciato negli altri pezzi. Così anche il ruolo dello spettatore: sempre diverso e spostato, ora è chiamato a vestire i panni di un interlocutore, ora a spiare una vicenda domestica, ora a testimoniare come fosse parte lesa di una causa. I primi pezzi che presentiamo in questa sequenza lasciano intuire la struttura generale e restituiscono in parte la preziosità drammaturgica che si potrà sviscerare solo al completamento del ciclo epico. Fabrizio Arcuri

Ancora una volta è possibile riconoscere nell’operazione di Shoot/Get Treasure/ Repeat la logica mediale che sottende alla spettacolarità anche quando non si vede materialmente. Ad esempio là dove si usa la metafora dello zapping per descrivere la messa in relazione dei piani di visione possibili dei singoli spettacoli e contemporaneamente al loro interno, come se fossero delle zoom mate nei particolari, e negli ingrandimenti panoramici del ciclo nel suo insieme.

Mentre il titolo dell’opera è esplicitamente ricavato dal linguaggio dei videogame. Come spiega Margherita Laera nel bel saggio Mark Ravenhill’s Shoot/Get Treasure/Repeat: A Treasure Hunt in London

The title of which refers to videogame terminology, suggesting an interactive quest for a treasure by the audience. Ravenhill was told by an expert that every videogame quest can be reduced to the phrase “shoot, get the treasure and repeat.” Inspired by this description and feeling that it well described the relationship he wanted the audience to have with the fragmented performance in London, he changed the initial title to encourage participation by the audience. Combining theatre with videogame, the spectators now became “players” in search of treasures. But what exactly were they looking for? Far from being a heterogeneous collage, Shoot/Get Treasure/ Repeat should be conceived as a fragmented whole in which it is possible for members of the audience to “piece together a bigger narrative” (Ravenhill, “My Near Death Period”) and to be an active “meaning hunter” by drawing connections between the plays. Perhaps this is the “treasure” that Ravenhill wanted the audience to “get”.

A spasso con Cindy. Breve mappa personale della Biennale di Venezia 2011

Io e Cindy Sherman (foto di Marina dalla mia macchina)

“Dura la vita del visitatore di mostre”. È questa la frase tormentone che ho ripetuto alle mie amiche nella intensa “due giornate di Venezia” in visita alla Biennale e alla mostra Tra nel fantastico Palazzo Fortuny, un po’ per farle ridere, un po’ perché è vero.

Durissimo poi è tracciare un percorso scritto delle cose viste anche se si può far conto sui discorsi e le riflessioni condivise con gli altri (quesa volte le mie amiche) per sedimentare e orientare meglio le impressioni. Tante, alcune molte interessanti, qualcuna appuntata molte perse per pigrizia (fotografo tutte le targhette delle cose che mi piacciono, le trascrivo, guardo in rete? Il catalogo no che pesa troppo…). Per fortuna la rete supporta: vedi i link e soprattutto gli autori di articoli e post qui di seguito.

I lavori sullo spazio, e sul tempo, sulle memorie che, così ci è parso parlando fra noi, sono adesso molto più collettive che individuali, le identità, le risorse del pianeta, le metafore del tempo presente mi sembrano i temi e così questa specie di mappa può partire dalle radici di Dalya Yaari Luttwak all’esterno dell’Arsenale …What if Groots Could Grow in the Waters of Arsenale?…

Altre tappe: il parapadiglione di Song Dong che ricostruisce la casa della sua famiglia e ospita altri lavori interessanti nonché la sorpresa da tenere d’occhio Ryan Gander (sua anche la moneta da 25 euro ritrovata un po’ più in là, in altra parte della mostra).

Altre fermate: i piccioni di Cattelan (lavoro contestato e bla bla); l’immaginario del mostro o meglio del lago di Loch Ness di Gerard Byrne e lo strano fantasy-mito sudafricano dell’uccello vampiro di Nicholas Hlobo’s Iimpundulu Zonke Ziyandilandela. I classici e famosi che si vedono con piacere: Cindy Sherman (vedi immagine all’inizio), Pipilotti Rist (bellissime le vedute psichedeliche di Venezia), Luigi Ghirri (evidentemente residuale visto che non si trova niente di sensato da linkare), l’ambiente cosmico di Fischli e Weiss

Ritornare su: Elisabetta Benassi con The Innocents Abroad (opera composta da una serie di 9 lettori di microfiche che leggono il retro di centinaia di fotografie tratte da archivi di quotidiani e che ripercorrono la storia del Novecento: una riflessione sulla natura dell’informazione e sulla sua possibile manipolazione…); il progetto Estaman Radio Drama di Marinella Senatore, in definitiva l’esposizione di una performance e, più o meno in questa chiave, colgo anche il senso del film premiato The Clock di Christian Marclay. Veramente geniale oltre che divertente visto che riesce a conciliare il qui e ora (dello spettatore) con il tempo che passa.

Sbirciata al Padiglione Italia: salvo, fra quello che ho visto in velocità, Filippo Martinez.

Bella ma troppo facile la scelta francese con il solito Boltanski che allestisce Chance.

Non avendo bisogno di vedere la Biennale subito subito mi sono goduta davvero il Padiglione della Gran Bretagna con I, Impostor di Mike Nelson. Darei anche io la palma del Padiglione migliore non fosse altro per il modo in cui concepisce lo spazio espositivo (il site-specific e l’ambiente immersivo) e lo stravolge mettendo in contrasto il dentro (angusto) con il fuori (luminoso) attraverso un immaginario un po’ da horror inglese o da b-movie che fa stare il visitatore sempre così, diciamo, un po’ in attesa o forse in suspence…

Incontro inaspettato ma graditissimo con Fluxus e lo spazio performance della chiesa-cinema allestita nel Padiglione Germania di  Christoph Schlingensief.

Bello anche il Padiglione dell’Ungheria con Hajnal Németh Crash – Passive Interview La catastrofe e la sua narrazione.

Gli Stati Uniti con Gloria di Allora & Calzadilla sempre bravi a lavorare sulle metafore facili ma efficaci nel nostro tempo, per lo più scandito dal loro.

Non sarà forse un caso se nel Padiglione dell’America Latina i lavori presentati indaghino proprio sul rapporto con gli Stati Uniti basti pensare, uno per tutti, al video Episode 1: Tango with Obama di Martin Sastre (Uruguay).

In chiave metaforica va presa anche l’installazione Elevator from the subcontinent di Gigi Scaria nel Padiglione Indiano all’Arsenale che rappresenta il principio di casta così come si integra nel flusso metropolitano.

Non ho ancora deciso su Tabaimo: teleco soup, Padiglione Giappone. Interessante il concept (il sovvertimento acqua-cielo, fluido e recipiente, il sé e il mondo e la “sindrome Galapagos” che riguarda l’incompatibilità tra l’immaginario tecnologico giapponese, i mercati internazionali e altri aspetti della società giapponese) e la resa dell’ambientazione (spazio buio e immagini video). Forse, semplicemente, non mi piacciono i disegni.

Non mi è dispiaciuto invece il passaggio alla Naviland allestita nella Paradiso Gallery, già che era lì che ci si stava rifocillando, al Padiglione Thailandia. Un immaginario pop turistico che mi ha ricordato certe esperienze in Second Life.

Pensandoci un po’ anche la pittura hippy-espressionista di Steven Shearer al Padiglione Canada ha il suo perché.

Non ha deluso le mie aspettative il Padiglione Korea con Lee Yonbaek sul quale ero un po’ più preparata. Anche qui c’è quel po’ di pop che per me ci sta, soprattutto oggi con le nostre sensibilità estetiche e tecnologiche dove queste ultime, per il resto, mi sono sembrate un po’ sotto traccia.

La performance e i “suoi” tempi. Ovvero: Marina Abramovic

Secondo me l’incontro con Marina Abramovic sarebbe stato molto utile a tutti coloro che pur incuriositi dall’arte contemporanea e in particolare dai percorsi della performance e della body art tendono ad assumere quell’atteggiamento scettico o di fastidio a volte che si riassume nell’affermazione “io non capisco” o nella fatidica domanda “ma questa è arte?”.

Avrebbero avuto modo di incontrare una persona affascinante e vitale, ironica nel racconto dei piccoli aneddoti sui suoi esordi e capace di far capire il senso vero di un’idea dell’opera d’arte dal vivo, del corpo vivo per un pubblico, come processo che ha nel tempo, ovvero nella sua dilatazione, il suo più forte e carico significato simbolico.

Tempo come qui e ora del gesto fondato sul corpo messo alla prova ed esibito non tanto per l’intrattenimento – ovvero in quel gusto del pubblico verso lo sforzo e il sudore attorale che già Barthes rinveniva nei suoi Miti d’oggi e che definiva come “trovata del giovane teatro” – ma piuttosto per l’efficacia simbolica che la fatica assume. E’ un insegnamento per la vita.

Non sono importanti le cose facili, ha detto Abramovic, ma il coraggio di affrontare le cose difficili. Ed esporre il proprio corpo, anche invecchiato e bello, come lei stessa fa oggi, assume nei nostri tempi beceri il valore di una differenza che può farci molto pensare e che assume, per chi la voglia vedere, un’attualità insperata.

E c’è il tempo della performance come arte che per non dissolversi e lasciare una traccia ha bisogno di essere documentata. La presa di distanza rispetto all’uso un po’ feticistico delle tecnologie dei perfomer più giovani, forse un po’ ingrati rispetto al lavoro pioneristico del passato, può essere rinvenuto nel film documentario Seven Easy Pieces. Una lezione sulla performance e sulla sua traduzione in video ancora una volta nel nome del tempo.

Compongono il film di Babette Mangolte cinque omaggi ai lavori “classici” di Bruce Nauman, Vito Acconci, Valie Export, Gina Pane, Joseph Beuys, basati sul re-enactment più reinterpretazione di due delle sue performance, eseguite nel 2005 al Guggenheim e dedicate a Susan Sontag. Una sede importante per Abramovic che ha atteso 12 anni per poter portare lì il suo lavoro. Consacrazione avvenuta si potrebbe dire.

Il merito del film sta nel tenerti lì perché riesce a calibrare in novantacinque minuti la ripresa delle perfomance, che nella reinterpretazione di Abramovic durano 7 ore ciascuna, con il montaggio e i tagli necessari a far cogliere e sentire “fisicamente” il peso del tempo.

Un film che non dimentica di indugiare sul pubblico, sempre il vero movente di un’arte che professa e rivendica il suo legame con la vita, e che, mi pare, si trova a sperimentare – anche nella mediazione – il senso vero della solidarietà con l’artista, vittima sacrificale e mai oggetto del divertimento fine a se stesso.

Il piacere della differenza. Una piccola mostra di maschere africane la può fare

Sono belle e simbolicamente pregnantissime le maschere africane e gli altri oggetti rituali delle popolazioni stanziali dell’Africa. Parlano di archetipi e di mitopoiesi, cioè dei processi necessari al mantenimento delle forme comunitarie delle società primitive a struttura segmentaria, laddove la struttura clanica, a seconda delle zone, poteva essere patri o matrilineare, dove la gerarchia dei poteri dipendeva dall’età, da lì quindi il senso dei riti di passaggio ad esempio. Ci parlano del rapporto con il sacro e con la natura, della rigida distinzione dei generi dove l’uomo lavorava i materiali duri e la donna quelli morbidi, uno costruiva e l’altra decorava perché depositaria del “bello” ma dove capiamo anche che i riti di circoncisione ed escissione sono serviti per segnare la differenza in esseri inizialmente ermafroditi. Si vedono, nelle maschere e negli oggetti, i segni del maschile e del femminile, gli animali e gli oggetti che li rappresentano da cui gli artisti “moderni” hanno attinto. Questi oggetti, bellissimi, non sono opere d’arte, se non per una ricostruzione ex post tutta della comunicazione, poiché il loro valore dipendeva dall’uso. Efficacia simbolica. Una volta compiuto il loro compito infatti venivano “disattivati” e dispersi nella foresta dove potevano cedere la loro energia e farla rientrare nel circolo della natura e del tempo cosmico.

Queste alcune cose che mi restano in mente dopo aver visto – e aver parlato un po’ con la bravissima curatrice – quasi per caso (anzi non ne avevo neanche tanta voglia là per là) una piccola mostra che si chiama animAfrica al Palazzo del Turismo di Riccione, fino al 24 giugno allestita in concomitanza con il premio Ilaria Alpi che quest’anno titola La realtà senza schermo.

Ma mi resta soprattutto la differenza con il paesaggio riccionese da sabato sera orario aperitivo nel quale le mie amiche ed io ci siamo ritrovate con un certo senso di disagio all’uscita dalla mostra. Quando i fenomeni vivi ti fanno capire il significato dei concetti che pratichi nel tuo mestiere. Poi, visto che Morin ha sempre ragione, sono andata a cena con gli amici e mi sono divertita.

Va dove ti porta il network. Conversazioni e altro ad AHAcktitude

Dopo l’uscita del libro del LaRiCA Network Effect e soprattutto, per quanto mi riguarda, la stesura del mio pezzo sugli Stati di creatività diffusa sento l’esigenza di sapere di più e di stare in contatto, o meglio “networked”, con chi ha a che fare veramente con certe realtà espressive. E’ il motivo per cui sono andata ad AHActitude 2009, a Milano, sabato 28 novembre. Speravo ad esempio di incontrare Tatiana Bazzichelli, colei che ha fondato la mailing list AHA e che ha scritto Networking. La rete come arte. Mi sarebbe piaciuto incontrare, insomma, gli autori di opere e scritti da cui ho preso molto per il mio. Anche Giacomo Verde che c’era ma che non ho visto. Alex Giordano, che non a caso è uno che intercetta, invece l’ho visto e con piacere.

Nonostante l’esperienza degli anni di formazione non ho una gran simpatia per il clima freddo e fumoso dei centri sociali (che strane idee della legalità…) e non mi piace tanto un certo atteggiamento “mi faccio un gran viaggio” che osservo ma tant’è… Il bilancio è comunque positivo. Per diversi motivi. A cominciare dal fatto che il viaggio è uno dei miei temi 🙂

Tommaso Tozzi, figura di spicco della netart italiana, ha presentato wikiartpedia. Strumento generato dagli studenti dei suoi corsi che presenta delle potenzialità interessantissime. Wikiartpedia fa il punto, o se non lo fa ancora potrà sicuramente farlo, sull’arte tecnologica che, appunto perché sta lì con autori, opere, “generi”, ecc., trova la sua ulteriore legittimazione per via comunicativa sgombrando il campo dall’inutilità della domanda su cosa sia arte e cosa no in nome di un’arte in continuo divenire, come operazione politica di libertà, uguaglianza, fratellanza, accesso.

Si è parlato anche un po’ dell’arte in SecondLife e così ho anche conosciuto, finalmente, di persona Marco Cadioli aka Marco Manray di cui ho ancora in mente, perché ci sto lavorando su, l’interessantissima intervista realizzata per il progetto Lucania.

C’era Luisa Valeriani e un testo che mi devo assolutamente procurare non fosse altro perché si occupa di Performers in un’ottica, così mi sembra di capire, di estetica e performatività diffuse molto vicine anche alla mia ricerca.

E infine l’incontro con Gadda insieme a Regina e Pink  sullo Steampunk nato nel 1990 con The difference engine di W. Gibson e B. Sterling. Una “lezione” piuttosto interessante e utile sull’immaginario e su una certa deriva catastrofica – e forse anche catastrofista – che dal lato delle forme estetiche (letteratura, cinema, fumetto) trovo affascinante mentre dal lato della deriva ideologica e politica non mi interessa sebbene l’idea dell’esistenza di immaginari contigui – fantascienza e sogno della trasformazione sociale – non sia male. Su questo si possono vedere Steampunk Magazine e Collane di Ruggine.

Sta di fatto che evidentemente quel tipo di rappresentazione legata al mondo anglosassone dalla Londra vittoriana, da Dickens, al clangore industriale e apocalittico che tanti ha ispirato si unisce alla tentazione simbolica di mischiare non tanto il futuro – della fantascienza ad esempio – con il passato e le sue forme come nel fantasy ma di inserire nel passato gli elementi del futuro e di rimandare, su un altro versante al no future del punk e alle sue derive cyber. Ma di questo ho molto parlato dopo con Claudia che era con me.

Accadde a Lisbona.

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Abbiamo avuto il nostro bel da fare con 5 interventi da presentare tutti lo stesso giorno all’ESA Conference 2009 che si è tenuta in questi primi giorni di settembre a Lisbona.

Un’esperienza interessante per diversi motivi. Avremo modo di tesaurizzare le riflessioni legate ai nostri paper nei blog legati ai progetti di cui abbiamo parlato in diverse sessioni.

Qui lascio una traccia sul paper mio e di Giovanni dal titolo Art Experience and Participatory Culture. The Performance Paradigm in Second Life. Presentato nell’ambito del Research Network di Sociologia dell’arte e in particolare nel panel Arts and Virtual Space.

Spunti interessanti ad esempio da una ricerca presentata da una giovane studiosa portoghese sui blogger-poeti, o per lo meno ho trovato bello l’oggetto, anche se in generale mi sembra che l’interesse per il rapporto fra espressione artistica e rinnovato ruolo delle audience sia ancora là da venire. Mentre per noi è cruciale.

Second Life che è un contesto particolare e molto evidente di questo tipo di percorso evolutivo, tanto da essere poco frequentato e quindi utile come caso paradigmatico, è un ambito praticamente sconosciuto. Per lo meno per quello che ho capito io. E l’avevo già appurato al convegno IVSA, a luglio.

Tant’è. Continuiamo sulla nostra strada direi. Ma è perigliosa.

Il titolo Accadde a Lisbona ha a che fare con la memoria mediale. Come dire, mi preparo al convegno Media + Generations di Milano.

Guerriglia di pace. Una performance outdoor per il Festival del cinema di Pesaro.

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foto: http://www.flickr.com/photos/stranamentepics/3640720941/in/set-72157619874693655/

Fra le varie cose che ereditiamo dalle Avanguardie artistiche c’è un certo modo di usare la performance. Di adattare cioè ai contenuti della comunicazione odierna – quindi anche e con ottime… performance (!) l’advertising – le forme dal vivo dell’arte “comportamentale”. Quella fatta di azione, gesto dirompente, corpo e cose in scena, occupazione dello spazio pubblico, della piazza, della strada.

L’azione di guerrilla “andata in scena” prima a Pesaro, sede della Mostra internazionale del nuovo cinema di Pesaro (alla sua 45° edizione) poi a Rimini e Fano è adeguata non solo a dimostrare che i giovani creativi (e bravi performer come Scarpiello e Petrolani) esistono – che poi sarebbe già tanto – ma che l’urgenza della comunicazione dal vivo è in sintonia con l’evoluzione della comunicazione e con le forme dei social media. Un sistema che si complessifica, ad esempio dal punto di vista delle tecnologie e della rete, infatti non vede tanto sparire o affievolire le forme tradizionali ma ne potenzia l’efficacia e il rapporto (come il cinema e il teatro in questo caso).

Una semplice lettura performativa dell’azione vista a Rimini: la rappresentazione del conflitto che porta alla costruzione di una barriera fra Israele e Palestina – “incarnate” nei simboli indossati dai due performer – si trasforma con il muro attraversato dalla pellicola nella rappresentazione di uno spazio liminale, di soglia, fra due verità che il cinema fa incontrare (“il cinema supera tutte le barriere” appunto). Ci era già piaciuta l’idea. La realizzazione non è per niente da meno.

A sproposito di donne. Letture domenicali

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Leggevo questa mattina dalla sempre utile newsletter di Exibart che l’artista Corrado Sassi presenterà a Milano una performance dal titolo Shot Vanessa. Un gruppo di 36 belle donne in tailleur, stile donna in carriera, stanno in piedi in uno spazio delimitato e bevono vodka finchè, ubriache, non sono più in grado di stare ferme al loro posto.

La metafora: la donna forte ma anche fragile, si lascia andare perdendo nei fumi dell’alcool i freni inibitori in una sorta di “baccanale mitologico” (vedi nella foto quella che naturalmente si scopre una tetta).

Leggo ancora: la performance fa riflettere sui ruoli nella società e sul “lato della donna ferino e incotrollabile da sempre nell’arte associato alla donna”.

La cosa più divertente è quando dice che ad una lettura più approfondita appare evidente il riferimento a Vanessa Beecroft… più approfondita??

E ancora, sintetizzo: uscendo dalla natura morta e dalla dittatura dell’artista (questo passaggio poi non mi dispiace fiinché non si aggancia a quello successivo) le donne ubriache e imbruttite sono più reali e libere delle impassibili e perfette donne dei lavori di Beecroft. Il lavoro di Sassi comunica così pensieri diversi sulla condizione femminile nella società.

Non ce l’ho con chi ha scritto l’articolo, però un po’ sì perché ci poteva pensare un po’ di più. Mi sembra che il lavoro della Beecroft vada in una direzione ben più interessante e raffinata di così. Anche di lettura sulla condizione femminile. Non dimentichiamo che la Beecroft è anche una donna e che un lavoro al maschile che cita un’artista “in voga” per farle il verso mi sembra di una banalità e di una tristezza agghiaccianti. Ci sono tutti gli stereotipi più beceri: la donna in carriera, il ruolo che costringe, il bisogno di tornare allo stato di natura… boh. Continuo a preferire di gran lunga la Beecroft e sull’immaginario del femminile tornerei ai fondamenti.