Ma guarda Nada… un documentario mica tanto pop

Nada.240

Non poteva finire più stranamente questa giornata calda e bella di agosto, culmine di una settimana di lavoro intensissimo senza mare con un file perso e rifatto da capo. Oggi. Panico e sudore.

Per riposarmi e distrarmi accendo la tv e subito mi imbatto in un imprevisto documentario su Nada. Si intitola Il mio cuore umano. Nada Malanima.

Scopro la complessità di un personaggio che se la devo dire tutta ho sempre considerato “minore”, anche se alcune delle canzoni più recenti non mi dispiacciono per niente. Interessante e commuovente invece la sua storia, il rapporto con la madre oggi malata. Forse scrive, fa reading, ha colaborazioni con musicisti importanti mi sembra. Mica male.

Il documentario è un format che non mi appassiona ma che in certi casi serve per una buona televisione. Sono catalizzata da questa storia come davanti a una fiction ma mi interesso sapendo che è una storia vera. Non è un racconto lineare ma procede per frammenti narrativi, drammaturgici. Cambia anche il regime delle immagini senza un ordine apparentemente. Ma l’ordine c’è ovviamente.

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Balance

equilibrista

credit foto qui

Non è che si colleghino molto le cose che sto per dire ma in queste giornate di bellissimo caldo e di fantastico sole mi sono trovata a pensare al bisogno di equilibrio.

Le mosse prendono il via dal caso di Catherine Bailey, l’avvocatessa inglese che si è uccisa qualche giorno fa. In un commento su ilSole24Ore che non ho più trovato si parlava della ricerca di un life-balance (non credo che l’espressione sia proprio questa) che permetta alle persone, e in particolare alle donne che tengono famiglia, di conciliare ed equilibrare appunto il coinvolgimento attivo nei diversi ambiti della propria vita sociale e dell’esistenza personale. Questioni di inclusione insomma.

Sempre di equilibrio mi sembra che per certi versi parli anche il post di danah boyd sulle vacanze e sui modi con cui si tende a registrare e condividere ossessivamente i ricordi. E’ interessante perché fa presente come i meccanismi di creazione di una memoria da condividere su eventi come le proprie vacanze rimandi a vari processi che conosciamo tutti molto bene (magari perché a volte li subiamo nostro malgrado): riprendere e fotografare ossessivamente, condividere con gli altri la profusione di immagini generate e che riguardano il passato. Con piattaforme come twitter invece si tende a condividere il momento, quello che si sta vedendo o facendo. Discutibile? Può darsi.

Can we please have a moment of silence for the power of costraint? Kthx. The issue with recording and sharing in contemporary society is that is far far far too easy to go everboard. This where we struggle to find balance. Just because you can share every detail doesn’t mean you necessarily should.

Ecco perché le discussioni al baretto della spiaggia con gli amici refrattari verso l’uso dei SSN e del famigerato FB, e io che sono scarsissima mi trovo a fare il difensore d’ufficio, tendono poi a dirottare verso un argomento che più o meno soddisfa tutti e cioè l’equilibrio. Stare un po’ nelle conversazioni significa accettare che l’inclusione sociale passi anche da lì. Non significa raccontare tutto di sè, mettere necessariamente in piazza i fatti propri (poi magari leggersi Chi sul lettino perché rilassa). E non significa privilegiare relazioni di superficie su quelle profonde face to face. Senza contare che adduco altri argomenti in difesa: tipo l’approfondimento di certe informazioni, la loro reperibilità, ecc.

Però è anche vero che poi sono io la prima a innervosirsi quando viene perso, secondo parametri che non possono che essere soggettivi, quel certo equilibrio che male non fa. Avere delle possibilità non significa percorrerle tutte per forza. Possiamo anche privilegiare la selezione sul rinvio. Lo dice anche la boyd.