La parte ludica, ma non solo, della rete. Moya e Pizzanelli fra SL e game-art

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Patrick Moya l’abbiamo conosciuto a Rinascimento Virtuale. Una sala della mostra è dedicata alla Civiltà Moya in un gioco di citazioni ed elaborazioni simboliche che da sole basterebbero a capire il senso del dialogo operato dal simbolico dell’arte fra SL e RL. Senza dimenticare la pratical tourist guide della Moya Land. Il 6 dicembre, ancora a Uqbar, si inugurava la mostra concepita come visita guidata all’installazione (dal giro in macchina e in elicottero, poi alla torre con i dipinti fino alla Cappella di San Giovanni Battista che riproduce gli affreschi realizzati in quella di RL dallo stesso Moya). Ironia, colori, gioco, il tema del doppio e della figura dell’artista-performer ma anche rimando al rapporto fra pittura, graffitismo, fumetto sono gli elementi dell’immaginario ludico e colto di uno che sa cogliere e attualizzare le potenzialità espressive di SL, divertendo.

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Iconoclast Game è il videogioco creato e realizzato (in équipe naturalmente) dal net-artista Lorenzo Pizzanelli. Si gioca – perchè è un videogioco – con l’arte e le sue metafore. Si comprende al meglio, con quel che di disincantato e divertente che serve sempre per farsi una ragionata, il paradosso dell’iconoclastia occidentale già espresso da Gilbert Durand. Guardarsi il demo. Da Giotto a Orlan, dai mosaici bizantini a Michleangelo, Leonardo, Velasquez  fino a Bacon, Beuys e Christo che impacchetta il museo e la musealizzazione stessa dell’arte. Ancora il tema del doppio: Duchamp e Selavy, la figura dell’androgino, arte e vita ovvero ricorsività della comunicazione e comportamenti recuperati.

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L’immaginario meta-territoriale di Studio Azzurro

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Mea culpa. Mi sono persa l’intervento di Alberto Abruzzese, e anche altro (ad esempio Andrea Pollarini), a Indicativopresente. Trendwatchers in festival. A Rimini, 21 e 22 novembre 2008. Iniziativa molto interessante della Scuola Superiore del Loisir e degli Eventi di Comunicazione.

Non mi sono persa però Paolo Rosa, che ha ricevuto il premio Gianni Fabbri, e il suo racconto in 5 mosse dell’esperienza di Studio Azzurro. Come sempre tento un resoconto parziale, per parole e passaggi chiave utili a mettere insieme alcuni dei frammenti che provo a far circolare in questo blog.

Studio Azzurro è un autore plurale (più ancora che collettivo, ma siamo vicini al concetto). Il suo lavoro artistico emerge dalla tecnologia sebbene la sua genetica non sia poetica. Qualche esempio.

Vedute. Quel tale non sta mai fermo, del 1985. Videoambiente allestito a Palazzo Fortuny di Venezia con le telecamere che riprendendo l’esterno, e con il senso di attesa che restituiscono, si integrano, all’interno, al cromakey in diretta, monitor in semicerchio mi pare e immagini video con personaggi che passano da uno schermo all’altro. Testo di Sergio Leone, musica di Piero Millesi, collaborazione (di quegli anni e cifra di quei lavori) con Barberio Corsetti. Quindi: imprinting narrativo e vocazione all’abito teatrale, proprio per il tipo di scenario costruito e nel gioco con lo spettatore (ripreso mentre passa o entra nel palazzo). Ma anche immaginario cinematografico, combinazione con lo stare in scena degli spettatori, combinazione dei linguaggi del teatro e del cinema appunto. Contro una certa tendenza artistica che Rosa chiama postmoderna qui l’idea è quella di creare un dialogo, montare e non smontare un racconto. Per un pubblico che non deve essere spcialistico.

Il giardino delle cose, 1992. Dal racconto del custode delle vestigia di Delfi, che lamenta il comportamento irrispettoso dei turisti che non colgono il pulsare della vita che sta nelle statue, nelle anfore, ecc., dalla performance teatrale con Moni Ovadia all’installazione. In questo caso il lavoro è sull’inversione del rapporto fra visibile e invisibile, la tecnologia quella della telecamera a infrarossi, temica e tarata sul calore delle mani che passando sugli oggetti li rendono visibili. Opera che si qualifica come un appello del senso, della selezione sul rinvio: estrarre dal flusso delle immagini per conservare quelle che uno ritiene più preziose a partire dall’esperienza; lavorare sull’immaterialità a partire dalla materialità: come si lavora sull’invisibile? Cosa rimane con la temporaneità? Il passaggio è quello che va dalla civiltà del mettere a quella del levare, non oggetti che persistono a tutti i costi ma che stanno per il tempo che devono stare a meno che non ci siano ragioni valide per farle persistere. Come pratica che si oppone alla merce; qui è la tattilità che conta, non il vedere ma il toccare.

E si arriva ai lavori interattivi a cominciare da un classico: Tavoli. Perchè queste mani mi toccano? Interfacce naturali per l’attivazione degli spettatori da osservare non tanto dal punto di vista antropologico quanto performativo: più bello è il gesto dello spettatore che tocca più è rivelatore del farsi esperienza della forma delle cose, a partire cioè dalla relazione che genera. Da oggetto fatto da una persona a oggetto partecipato.

Così come succede a una statua africana, oggetto condiviso dalla ritualità della comunità, feticcio rielaborato dalla partecipazione di chi aggiunge una cosa, poi un’altra… Come si innesca oggi un rito civile, dall’avvio dell’artista alla partecipazione? Il problema è quello di non cadere nella progettazione di comportamenti, nell’induzione della gestualità che deve invece essere imprevedibile, resiliente.

Infine l’attività di allestimento museale. Il Museo della mente di Roma, il caso del Museo della resistenza a Sarzana, a partire dall’esigenza dei promotori di non basarsi sulle nostalgie ma sull’esperienza. Il museo oggi è come un ciclo di affreschi di un tempo, dove c’è sì un committente ma la ricerca artistica resta libera. Liason con il territorio, possibilità di vivere anche la fisicità dell’esperienza (oltre e insieme al trasferimento sui supporti mediali ovviamente); centralità dei processi collaborativi (cultura del dono supportata dalla rete); costruzione e definizione di un progetto museale fra lettura e memoria. La radice dell’arte riguarda l’oscillazione fra futuro e memoria contro l’idea del contemporaneo (e richiama Derrida) per dire che l’arte è attiva nel presente grazie al suo anacronismo. Che non contraddice però il fatto che sia chiamata a essere sensibile alle emergenze del nostro tempo.

La mia domanda è sull’interesse di Studio Azzurro verso i contenuti generati dagli utenti. La risposta: centralità della partecipazione ma selezione dei contributi. Aspettiamo il libro di Paolo Rosa per capire meglio.

Tutte queste cose le hanno sentite circa 15 persone di cui mi pare di aver contato al massimo 5 studenti. Ma, anzi mah, era sabato, ora di pranzo.

Non mi sono persa nemmeno Mario Lupano e Paolo Fabbri. Ma serve un altro post per parlarne. Questo è già troppo lungo.

Le nostalgie di un vecchio barbagianni. Pasquale Barbella e il senso della comunicazione

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E’ la strategia retorica di un comunicatore esperto come Pasquale Barbella autodefinirsi “vecchio barbagianni” per parlare alla giovane – e alla meno giovane – platea formata dagli studenti di Scienze della Comunicazione e dei corsi di pubblicità, a Pesaro.

Una lezione di vita oltre che di comunicazione, pubblicità e immaginario che ha avuto fra i vari meriti quello di delegittimare il valore della “furbizia” a tutti costi, perché non è necessariamente l’attitudine necessaria a farsi strada nella vita. In generale. Meglio puntare sullo studium, cioè sulla passione.

Qualche altro passaggio chiave, visto che gli interessati (ad esempio chi ha lavorato con lui come Roberta) hanno seguito sul twitter di Giovanni, per ricordare che la funzione sociale della pubblicità all’epoca del boom economico è stata quella di fare emergere una semantica – Barbella dice idioma – del benessere che ha influito sulla messa a punto dei nuovi comportamenti, di superare le durezze del passato. Uno come lui ha scelto quel mestiere perché: “anche io volevo incidere nel mio piccolo in quel processo di cambiamento”.

Importanza della pop culture, l’esempio dell’Olivetti come fusione di tecnologia e umanesimo, il design italiano fino agli anni ’70, esposto al MoMa tanto per capirsi. Storia dell’illistrazione dal dinamismo di Cappiello, alla storia allusa nel primo manifesto senza figure umane di Dudovich per la Borsalino, fino alla genialità di Munari e il catologo imbullonato di Depero. Fino a Obey. Per dire che: “la pubblicità non è un’arte ma il piacere dell’arte resta nella pubblicità”. L’arte infatti sviluppa il pensiero laterale, cioè quello creativo, necessario per trovare soluzioni.

La cultura è un “meraviglioso giocattolo” da smontare per cogliere il continuum che si snoda nel tempo e nello spazio. Il comunitore, dal canto suo, è un operatore culturale, che sa costruire una visione del mondo senza luoghi comuni. Valore dell’indignazione: “fatti non foste per viver come bruti…”. Sì alle competenze ma non alla superspecializzazione: comunicare vuol dire che in questo senso crearsi conoscenza sempre nuova.

Pasquale Barbella è un istigatore al piacere. In questo momento di cambiamento tocca inventare un nuovo linguaggio. I giovani possono farcela anche per noi.

E’ scoccata l’ora? Rinascimento Virtuale: la mostra, il convegno, appunti

La mostra Rinascimento Virtuale è importante. E non poteva essere altrimenti. Il dialogo fra i meravigliosi cimeli del Museo di Storia Naturale, Sezione Antropologia e Etnologia, di Firenze e le opere in mostra sta a indicare l’esistenza dei territori dell’immaginario che tengono insieme l’umanità attraverso i tempi e le culture. Meta-territori. Di fronte all’ignoto e al mistero della vita e della morte il simbolico si mette all’opera. E così che mi pare di poter leggere, e cogliere anche, il senso di questa operazione. Ma come sempre bisogna rimandare ad altri.

Senza contare che la scelta delle opere sta a testimoniare la realtà artistica di SecondLife nell’intreccio, anzi il dialogo, con altri temi che contribuiscono, grazie anche al lavoro sulle moleskine, a definire l’espressività di SL: nelle bellissime tende che fanno anche da pannelli descrittivi leggiamo di un mondo fatto anche di merci (il rimando è alle riflessioni di Roberta e alla sua moleskine), all’avatar (la chat riportata da Giovanni nella moleskine e riferita al dialogo fra Joannes e Velas). E molto altro ancora.

Ed è questo il tema della tavola rotonda di venerdì 24 ottobre 2008. Ci si è confrontati sul senso dell’arte in SecondLife a partire dall’esperienza diretta (e non è una cosa così scontata) il che significa: sul suo specifico e sul rapporto con il sistema dell’arte. Come dire: prendere atto di quella vocazione esperienziale dell’arte, mai sopita, che qui può essere detta nei termini dello stadio evolutivo della comunicazione ossia come creatività diffusa, sperimentazione, estetica, partecipazione, relazione.

Mi sembra che resti aperta una questione cruciale: l’arte in SL è per tutti, testare il proprio bisogno di esprimersi creativamente attraverso il fare – che può essere anche artigianale, ci ricorda Adriana/Ginevra – è il principio di un mondo chè è creato dai suoi residenti e già a questo livello (interno al metaverso) si decide quindi cosa è adatto. Sarà poi il sistema dell’arte, da fuori, a stabilire altri criteri di adeguatezza. E di mercato (così come ha ribadito Fabio Paris).

Grandi incontri, anche Night finalmente, e Roxelo! E tanti altri: dagli amici di Second Life (Roberta, Neupaul, Deneb) agli artisti – quelli non conoscevo a cominciare da Frieda Korda, Giampiero Moioli, Moya ma anche Shellina, Solkide e altri – fino a chi ha partecipato alla tavola rotonda dandomi spunti su cui ragionare e ragionare (che fatica).

Un grazie speciale a Mario e a Fabio.

Arte sul limen. Rinascimento Virtuale e Arena ovvero dialoghi dentro/fuori

 

C’è fermento su Second Life e molto si deve alla mostra Rinascimento Virtuale, da poco inaugurata a Firenze nell’ambito del Festival della Creatività. Se ne parla moltissimo in rete a cominciare da chi ne ha la repsponsabilità Mario Gerosa e Fabio Fornasari (qui, qui, qui, qui, qui) e sui social network (si veda per cominciare qui, qui, qui).

Se fino ad ora ho pensato che l’espressione artistica e creativa in Second Life dovesse avere come suo obiettivo prioritario la ricerca di uno specifico formale, o meglio, di una declinazione in chiave estetica e performativa ora mi sembra di capire che il dialogo con l’esterno sia altrettanto interessante.

Sarà che in questi giorni devo lavorare sul concetto di soglia, sarà che siamo sempre in un campo minato che sfida un po’ le nostre intelligenze e le nostre conoscenze, ma le mie idee si fanno sempre più fuzzy (che parola antica).

In questa logica mi sembra di poter vedere il collegamento fra ciò che sta succedendo a Firenze in questi giorni, e credo che l’incontro del 24 potrà servire per chiarire dei passaggi, e l’inaugurazione di Arena. Ieri sera nella sim Ex.it con l’esposizione dei lavori di Shellina Winkler e Solkide Auer e con la cura di Roxelo Babenko. Avremo modo di vedere 40 artisti e performance (finalmente!) che sono in mostra anche a Firenze.

Ci sarà da capire: come si orienta il sistema sociale dell’arte? Come stanno emergendo i criteri di adeguatezza?

Panorama su “L’arte di Second Life”

L’articolo di Guido Castellano su Panorama sta ad indicare che l’arte di Second Life rientra nel circuito della comunicazione del sistema dell’arte. Dal punto di vista dell’analisi sociologica non è irrilevante osservare come siamo di fronte a qualcosa di informativo, non più e non solo delle riviste specializzate (Flash Art con Domenico Quaranta e non solo ne ha già parlato varie volte ad esempio). Detto altrimenti: l’arte di Second Life è un tema della comunicazione, e quindi è anche notiziabile. Si seguono Mario Gerosa e la programmazione della mostra Rinascimento Virtuale (allestita da Fabio Fornasari che non viene nominato però), i nomi per noi noti (da Marco Manray, a Gazira Babeli, a Roxelo Babenko), il rapporto con il mercato e le gallerie in RL… insomma quello che serve “da fuori” a farsi un’idea su un “nuovo” contesto della comunicazione e dell’arte.

Non manca – ma poteva mancare – il parere mainstream di Philippe Daverio che fa notare ai lettori come “le opere di bit non potranno sostituire mai quelle vere. I due generi sono destinati a convivere”.

In ogni caso, lo ribadisco, si riflette sul senso e sui modi dell’arte in Second Life, e la sfida cognitiva si fa sempre più interessante. Grazie anche a Specchi e Second Life che ci invita a continuare.

Eppur si muovono! Le immagini recitanti di Accidental Artist

Performance inaugurale ieri sera a Odyssey: The Accidental Artist, di Alan Sondheim con Sandy Baldwin.

dove il dibattito incalza sullo statuto dell’arte in SL fra ricerca di linguaggi (e contenuti) e mercato, qua si partecipa e si prende consapevolezza di come i territori dell’arte siano sempre più espansi verso l’ultima frontiera del superamento della differenza fra agire, dell’artista, ed esperire del fruitore in nome della mixed-media performance e della centralità della dimensione partecipativa e co-produttiva al processo di creazione dell’evento.

Qui tra l’altro sono le immagini stesse a diventare agenti performanti che muovendosi non solo si scontrano con i corpi-avatar ma producono un effetto straniante in chi guarda dallo schermo e che si trova a fare esperienza delle immagini-recitanti. Anche da sotto il pavimento. Nella dimensione immersiva creata dalla musica pensata per l’occasione: soundenviroment. Qualità teatrale di questo tipo di installazione che sembra riscoprire il fascino del rito meccanico sognato da Enrico Prampolini. Quel “mistero spirituale e scientifico” capace fianche di abolire gli attori.

Fondere osservatore e immagine sembra essere lo scopo ultimo dell’arte, fin da tempi remoti, perseguito consapevolmente dalle Avanguardie tese a mettere insieme forme, linguaggi, strumenti verso una relazione con il pubblico via via più dinamica. Processo che trova nelle forme dell’arte contemporanea, SL inclusa, una forza espressiva che va potenziata e valorizzata.

Connessioni.

http://www.flickr.com/photos/burnlab/2420400523/in/set-72157603425484823/

Siamo quasi allo slogan, sta di fatto che un’ulteriore prova del fatto che il viaggio sia la metafora più compiuta dell’immaginario meta-territoriale e diffuso (appunto nei territori dell’esperienza sensoriale-mediale) è data dal progetto-performance Chanel Mobile Art.

Le connessioni sono tutte da rintracciare nelle affermazioni di Zaha Adid sullo spirito del padiglione-container giocato sul coinvolgimento degli spettatori partecipanti, nella scelta degli artisti e dei lavori presentati – a loro volta connessi nella ricerca “convergente” di linguaggi, poetiche, temi, letteratura – nel transito Hong Kong, Tokyo, New York, Londra, Parigi, nei video, nelle immagini e nelle estetiche urbane, nel fashion e nelle borsette di Chanel, nel marketing e nella figura di Fabrice Bousteau, il curatore della mostra.

 

 

Vedo performance

Che bello questo progetto del designer cinese Hanyoung Lee. Per come la vedo io sfrutta le opportunità spettacolari dello spazio urbano, scenario e in certi casi scenografia particolarmente efficace. Così come non sfugge ai movimenti di protesta – basti vedere Spectacle di Rockwell e Mau della Phaidon – che agiscono per strada con consapevolezza mediale. La maschera di V per Vendetta in un attivista di Anonymous (protestatori dazanti contro Scientology) la dice lunga.

 

Dalla casa alla rete e ritorno. E’ il caso di Daryl Hall – quello del duo Hall e Oats di Private Eyes e da ricordo generazionale – nel cui sito raccoglie le performance registrate live nei suoi appartamenti insieme ad altri amici-musicisti-ospiti-guest star. Piena logica da star system nel suo rapporto sempre affascinante di vicinanza e lontananza con il pubblico.

Sul palco – ebbene sì la performance lì ci sta sempre bene – della Biennale Danza di Venezia Francesca Harper con The Fragile Stone Theory 2k8/Interactive Feast porta in scena danza, canzoni, immagini video in un viaggio – e non poteva mancare – intimo nei paradossi della bellezza e dell’apparire (tema sempre caro all’immaginario).

Perofrmance e viaggio allora nella convergenza mediale e culturale: nella memoria e nell’intrattenimento, nello stare (e nel fare) insieme, alla Festa dell’Unità in Second Life, voluta da Rosa; nella diretta in streaming della Turandot – orchestra della Scala diretta da Chailly – in compagnia degli amici avatar nella land Toscana (leggere Roberta), negli eventi come The accidental artist, in questi giorni a Odyssey, fino al viaggio nella Lucania e nella creatività di Asian o a Second Zabriskie, in quella di Gianky.

Come in. Possibilità rimosse di Luce Laval in SL

Uno degli aspetti interessanti delle installazioni, oltre alla resa estetica naturalmente, è dato dalla fatto che si tratta di performance. Opere cioè di stampo processuale e comportamentale che prendono vita – si attualizzano – nell’interazione con il fruitore. Qui esplicitamente chiamato ad entrare. Questo succede anche nel lavoro di Luce Laval inaugurato qualche sera fa alla G Room di Post Utopia in Second Life.

 

L’uso non canonico del morphing, e degli script “come non di dovrebbe fare” (cito le parole di Roberta), esprimono la sintesi di un tipo di sperimentazione “adatta” all’arte e nella fattispecie all’arte in SL e quindi alla sua funzione. Attualizzare le possibilità rimosse.

Leggere assolutamente i post di Joannes, di Asian – co-curatore dell’evento e naturalmente di Roberta. Dove si richiamano le altre qualità performative dell’occasione tutta intera: l’efficacia – tribale e relazionale – e l’intrattenimento, nonché il rapporto attivo dell’opera con lo spazio.