Patti fra gentlemen. Musica e teatro per Dany Greggio

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Ne aveva parlato già lui, alla conferenza stampa ad Interno 4, dell’accordo magico con i musicisti che lo accompagnano (Andrea Atto Alessi , Vincenzo Vasi, Simone Zanchini) e del senso che può avere un’operazione editoriale che si concretizza in un prodotto culturale così adatto alla convergenza mediale: cd musicale (con quello che comporta nella sua ricerca artistica) e libro illustrato da Gianluigi Toccafondo. Edizioni NdA.

Si tratta di un disco letterario ma soprattutto teatrale, legato all’esperienza Motus. Greggio cita Pessoa per dire che nelle sue canzoni “il personaggio si impossessa della voce”.

E poi c’è la dimensione dal vivo che in apparente paradosso è valorizzata proprio da un progetto di questo genere. Sì perchè il prodotto editoriale ha una sua autonomia – virtualizzazione? – che lascia spazio allo spettacolo dal vivo dove il gruppo suona ed è visto suonare, dove il live-video (regia luci di Motus e video di Borghesi) enfatizza la dimensione evenemenziale (e unica).

Tutto questo ieri, 28 dicembre 2008, al Novelli di Rimini. Visto da una che con il cantautorato non ci va troppo d’accordo.

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Tutto è onda. Salvatore Sciarrino e Lost Cloud Quartet al MAMbo

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Una grande lezione sull’oralità, sul corpo come strumento vivo, da sentire e far sentire. Ma anche sulla sistemica, sull’emergenza di un evento composto di micro-eventi in un prova d’orchestra che c’entra anche con l’effetto farfalla. Nella poetica di Salvatore Sciarrino, e nell’opera La bocca, i piedi, il suono realizzata al MAMbo da Lost Cloud Quartet e da 120 sassofonisti – ma anche dalle parole ascoltate nel dialogo fra lo stesso compositore ed Enzo Restagno – capiamo come l’universo sonoro sia prima della sua codifica poichè la sua radice è naturale. E’ nel cicaleggio delle cicale, nel rumore della pioggia… Suono massa. Universi di immagini che si concretizzano in quel “tutto è onda” per dire che quel fenomeno senza inizio e senza fine, quel flusso, mette in comunicazione la superficie con l’abbisso. E’ il legame fra natura e cultura, connessione fra suono e società nel suono massa che il corteo di sassofoni intorno al quartetto traduce – in vero e proprio procedimento drammaturgico (che si trova poi nel senso stesso della musica) – in un universo poetico che sta nel mélange della dimensione acustica e la nostra “interiore soggettività” (dalle parole di Sciarrino), nell’ambiguità in cui “la fantasia può dispiegare le ali”.

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Questa esibizione fa parte del progetto Collezioni mai viste il cui senso sta nella creazione di “luoghi sensibili“, al di là del dominio della vista. Ho provato ad ascoltare e lasciarmi circondare dai suoni, anche il resto del pubblico faceva così. Ogni tanto guardavo per lo spettacolo (irresistibile). Ma quando stavo con gli occhi chiusi sentivo il flusso di energie, cercavo di distinguere i passi dei piedi dai suoni e dai soffi. Sentivo le onde sonore girare dal un solista all’altro. Poi alla fine ho riaperto gli occhi e ci ho visto doppio, come sempre.

Visions of China.

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Un giretto, in compagnia di Martha, all’allestimento di Marco Manray, sempre ad Arena Second Life.

Pratica e immaginario del viaggio dove qui la ricerca di altrove, che già realizza la sua espressione più compiuta in SL, si sposta su un altro Metaverso – quello di HIPIPI – per essere raccontato su Second Life.

Andata e ritorno, dentro e fuori. L’altrove è qui. Meta-territorialità dell’immaginario. Mi sembrano ancora una volta queste le parole chiave, e la cosa mi conforta parecchio (si fa per dire).

Avevamo colto il senso della ricerca di Manray nella tenda pensata e dedicata al suo lavoro da Fabio Fornasari a Rinascimento Virtuale. E le tende le ritroviamo ad Arena come supporto alle belle immagini esposte, insieme alla Moleskine. Un omaggio, mi sembra di poter dire, in continuità con il progetto avviato dalla mostra di Firenze.

E poi c’è il contenuto. Le visioni cinesi. La mia memoria mediale e generazionale mi porta senza altrimenti possibili qui.

La parte ludica, ma non solo, della rete. Moya e Pizzanelli fra SL e game-art

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Patrick Moya l’abbiamo conosciuto a Rinascimento Virtuale. Una sala della mostra è dedicata alla Civiltà Moya in un gioco di citazioni ed elaborazioni simboliche che da sole basterebbero a capire il senso del dialogo operato dal simbolico dell’arte fra SL e RL. Senza dimenticare la pratical tourist guide della Moya Land. Il 6 dicembre, ancora a Uqbar, si inugurava la mostra concepita come visita guidata all’installazione (dal giro in macchina e in elicottero, poi alla torre con i dipinti fino alla Cappella di San Giovanni Battista che riproduce gli affreschi realizzati in quella di RL dallo stesso Moya). Ironia, colori, gioco, il tema del doppio e della figura dell’artista-performer ma anche rimando al rapporto fra pittura, graffitismo, fumetto sono gli elementi dell’immaginario ludico e colto di uno che sa cogliere e attualizzare le potenzialità espressive di SL, divertendo.

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Iconoclast Game è il videogioco creato e realizzato (in équipe naturalmente) dal net-artista Lorenzo Pizzanelli. Si gioca – perchè è un videogioco – con l’arte e le sue metafore. Si comprende al meglio, con quel che di disincantato e divertente che serve sempre per farsi una ragionata, il paradosso dell’iconoclastia occidentale già espresso da Gilbert Durand. Guardarsi il demo. Da Giotto a Orlan, dai mosaici bizantini a Michleangelo, Leonardo, Velasquez  fino a Bacon, Beuys e Christo che impacchetta il museo e la musealizzazione stessa dell’arte. Ancora il tema del doppio: Duchamp e Selavy, la figura dell’androgino, arte e vita ovvero ricorsività della comunicazione e comportamenti recuperati.

La comunicazione dal vivo non muore mai purché…

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… sappia, come sa fare, mettere insieme drammaturgicamente elementi e vocazioni dei linguaggi mediali e, parola che torna buona, i diversi canali della comunicazione nel senso della loro convergenza. Penso alla voce, al canto, al sonoro (musica, suoni, elettronica, ritmo)  di Madrigale appena narrabile della Sociétas Raffaello Sanzio/Chiara Guidi.

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Penso alla forma narrativa e di dialogo del teatro e in particolare al township play Sizwe Banzi est mort di Peter Brook, esempio interessante per la riflessività di un genere drammaturgico che riguarda la vita delle comunità nere urbane del Sudafrica e il tema dell’apartheid.

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Ancora il linguaggio e il testo poetico (Tommaso Landolfi in questo caso) ma anche la corporeità e la sollecitazione dei sensi (esplosioni di luci e di suoni) per un pubblico ingabbiato e ostaggio (quasi volontario) nell’Amore (2 atti) di Fanny & Alexander.  

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Tableaux vivent e scenografia per una corale al maschile, suggestioni letterarie oltre il testo di base, canto, musica, linguaggio dei sordomuti come danza e contenuto, rumori e fragori, costumi di scena. Mi sembra questo l’aspetto mediale del bellissimo Moby Dick di Antonio Latella. Non solo Melville dunque ma Dante, Shakespeare in una drammaturgia necessaria a lavorare di mente perchè Moby Dick è una metafora. Achab sta nella sua stanza che si apre e illumina “come se” fosse uno schermo. E poi performance attorali da ricordare. Giorgio Albertazzi, un maestro della scena contemporanea mi viene da dire.

 

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Penso ad Activation of the Large Hardon Collider di Second Front su Uqbar. Modalità di trasferimento su altro supporto – che in questo caso è il mondo online di Second Life – che è una delle strategie messe in campo dal teatro per mostrare la sua vitalità. Si sa. Il gioco con gli avatar partecipanti implicati in chat, resi attori nell’esplosione di immagini fino a precipitare di sotto e trovarsi a battagliare con gli altri avatar usando proiettili-matitoni in quella deriva ludica che sappiamo collocare nel continuum efficacia-intrattenimento della performance.

Insomma “forme-formanti” che mi fanno pensare a un libro appena comperato, alle parole e ai ragionamenti che ho potuto ascoltare pochi giorni fa e su cui ritornerò.