Regimi notturni. Rituali, corpi e comunità a #Sant16

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Natten © Luca Ghedin

Con Natten di Mårten Spångberg si è conclusa la quarantaseiesima edizione del Festival Internazionale del Teatro in Piazza di Santarcangelo.

Uno spettacolo lungo una notte intera che ha accolto gli spettatori nella palestra ITIS Molari allestita con panni e coperte. Una grande stanza onirica dove si poteva dormire, entrare e uscire mentre i danzatori compivano i loro gesti minimali. Inizio da qui perché questo lavoro può essere considerato il punto di arrivo di un festival che ha avuto una linea guida precisa, un tema forte e chiaro con una serie di aperture potentissime sul piano del simbolico e del senso, che qui intendo sempre come la forma umana di elaborazione dell’esperienza.

Il tema è quello della notte che apre all’immaginario del sonno e del sogno, al tempo come dimensione sospesa e di passaggio, affine ai territori del rituale. Zona liminale in cui realtà e finzione collassano, dove una comunità temporanea si stringe, sta insieme per un po’, si fa compagnia in attesa del giorno. In questo senso si può rintracciare in Natten il senso di un’operazione che trascende la coreografia – che pure c’è – per lavorare su un tempo dilatato che attiva il corpo dello spettatore, di colui che abita quello spazio e dove il tempo può essere colto per quello che è: una variabile percettiva. Dove la percezione è il luogo in cui l’arte come comunicazione incontra l’incomunicabile ovvero la soggettività dell’essere corpo.

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BoleroEffect © diane-ilariascarpa-lucatelleschi

Nella prospettiva del corpo può essere colto anche il BoleroEffect di Cristina Krystal Rizzo che con Annamaria Ajmone, grazie alla musica di Palm Wine e alla costruzione musicale e coreografica per ripetizione, muove il desiderio della danza che è primordiale e ci appartiene. Ma qui ci viene detto che la danza è anche una forma dell’intrattenimento che permette di attingere all’efficacia perduta, ma non per questo meno necessaria, dei rituali antichi. Luogo ideale di quelle performance che Turner chiama liminoidi e in cui il transito, il passaggio, la trasformazione possono avvenire al di là dell’obbligatorietà normativa, nei territori dello svago e del tempo libero.

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Ritual #12 DAI © GBA

Nel collasso di efficacia e intrattenimento, fra dimensione spettacolare – da vedere – e partecipativa si colloca Ritual #12 DAI, ulteriore fase del progetto AZDORA, avviato lo scorso anno da Markus Öhrn. Come una collettività testimone dell’epifania di un mistero gli spettatori sono saliti sui pullman e accompagnati bendati in un luogo che tanto segreto non era ma non importa. Nel cortile di Villa Torlonia su di un’alta impalcatura costruita per piani in cui si è svolto il concerto noise delle Azdore con Stefania ? Alos Pedretti, Öhrn e Jakob Öhrman seguito dai dj set di DJ Trinity e Mara Oscar Cassiani. Il momento oscuro e potente del concerto è così sfumato nella festa CRUDE di Motus e Markus Öhrn, perché in fondo le due cose stanno insieme, nella danza collettiva di un popolo – qui anche giovanissimo – che si è radunato intorno a un totem, l’impalcatura dell’uomo nuovo che fa pensare al Frankenstein del Living Theatre, che forse si può evocare senza troppe forzature. La festa proseguiva in uno spazio interno della Villa dove il dj set di Silvia Calderoni faceva da sfondo alle cavalcate (e ovviamente alle esilaranti cadute) su un toro meccanico… Ecco la “prova”, altro elemento del rituale, sotto l’apparenza del gioco. E infine il dono. Ogni partecipante ha ricevuto il vinile Azdora, oggetto simbolico dello scambio e della relazione.

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L’invincibile © diane-ilariascarpa-lucatelleschi

La prova, in forma di sfida ma anche la riunione di un collettivo intorno a un “palo di fiori” è il fulcro di L’invincibile. Ascesa all’Olimpo di Zapruder Filmmakersgroup. Spin-off performativo di Ascesa all’Olimpo, episodio del ciclo filmico L’invincibile dedicato alle fatiche di Ercole.

Ci sono 3 squadre formate da 4 persone ciascuna, che si fronteggiano per salire su una pertica di 16 metri coperta di grasso con a disposizione un tempo limitato per ogni tentativo. Il pubblico intorno segue la gara, fa il tifo, aspetta che ce la facciano. Ma soprattutto vede il mito universale incontrare la tradizione popolare locale dell’albero della cuccagna. La salita si fa metafora di quello spazio di mezzo – liminale – in cui si è contemporaneamente in contatto con l’inizio e con la fine, dove la natura celeste e terrena di Ercole si incontrano.

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Lumen © diane-ilariascarpa-lucatelleschi

Nella scia di questo e di altri momenti del festival, non si può che tornare a Lumen, evento di Luigi De Angelis e Emanuele Wiltsch Barberio che ha aperto ufficialmente il Festival.

Nello spazio aperto dello Sferisterio – poi riproposto in altri luoghi di Santarcangelo – un’enorme pira di fuoco – di Giorgio Andreotta Calò – è stata il centro di un rito inaugurale in cui la forza naturale del fuoco è trasmigrata nelle sonorità elettroniche di Barberio che sostanziano la ricerca antropologica di De Angelis sulla musica sciamanica e la trance. Ancora una volta è il corpo a essere attivato – proprio là dove l’elettronica incontra le pratiche ancestrali – e a mettere in moto una collettività, predisporla a quello che avverrà nei giorni a venire.

Ma qui ci viene anche ricordato che il movente dell’immaginario, il cuore di ogni performance, è sempre il mistero della vita che si accompagna al mistero della morte. Lumen inizia con un battito di cuore che viene amplificato (nelle tre sere hanno battuto per noi anche i grandi cuori di Chiara Lagani e Cristina Rizzo) ed è questo battito che Silvia Bottiroli, direttrice artistica del Festival, ha dedicato a Sandra Angelini. Anima diurna che non ha mai disdegnato la notte.

(continua)

 

 

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Istantanee #sant15 (4): Grande Madre Azdora

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Con Azdora l’artista svedese Markus Öhrn tratta l’arcaica figura della “reggitrice”, o come si legge nella descrizione del lavoro, della madre di famiglia, padrona del focolare, autoritaria ma mai distruttiva, riconsegnandole la sua parte oscura, ovvero l’ambivalenza dell’archetipo. Le azdore di Romagna coinvolte nel progetto diventano le protagoniste di una serie di rituali che coinvolgono, a diverso titolo i partecipanti. Preparate durante, l’inverno secondo un percorso visibile nei video proiettati nella prima sala dello spazio Seagi, le azdore sono le vere e uniche officianti dei rituali pagani, la cui resa – potente, diabolica e divertente – è potenziata dall’immersività dell’ambiente caldissimo e riempito delle sonorità elettroniche prodotte con la complicità di ?Alos (del duo OvO).

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Nello spazio liminoide di un evento teatrale – cioè di un’occasione di svago, da fruire nel proprio tempo libero – viene messo a punto un dispositivo capace di attingere alla potenza simbolica dei rituali liminali, di passaggio, trasformativi. Basti pensare al RITUAL #3 Eternal commitment (reservation is compulsory) dove ad una persona prescelta dopo una prova viene tatuato (per davvero) il nome dell’azdora che vuole ricordare.

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In un’occasione ad alto tasso partecipativo e di engagement come il progetto Azdora, quella che facciamo, in sintesi, è l’esperienza dell’efficacia simbolica, della partecipazione corpo/mente ad un evento che rientra a pieno titolo fra gli esempi dell’immaginario performativo, cioè dell’esperienza incarnata delle immagini.

Cattedrali del simbolico. Conversazione con Silvia Costa

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Le foto di scena sono di Matteo de Mayda

Un primo assaggio della nuova fase della ricerca avviata da Silvia Costa è rappresentato da Quello che di più grande l’uomo ha realizzato sulla terra visto al Teatro Rosaspina di Montescudo il 2 febbraio 2014. Ho avuto l’occasione di approfondire questo lavoro durante l’incontro tenuto dopo lo spettacolo assieme a Silvia Costa, Laura Dondoli, Giacomo Garaffoni, Sergio Policicchio, Lorenzo Tomio.

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Sul piano formale si presenta come una “costruzione” (e capiremo perché questa parola non è scelta a caso) della scena per quadri visivi e sonori. I 4 attori, che danno le spalle al pubblico, mettono in atto, una coppia per volta, frammenti d’immagini e discorsi presi dalla quotidianità ma emblematici  allo stesso tempo. Queste azioni non sono messe in fila secondo un piano narrativo ma rimandano allo scollamento che caratterizza la comunicazione umana e più precisamente la relazione mai scontata fra immagini e parole.

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Questo lavoro rappresenta un azzeramento rispetto alla mia ricerca precedente, rappresenta un ricominciare da capo una nuova ricerca. Il pre-testo è nato leggendo un racconto di Carver che s’intitola Cattedrale e la scena che mi ha fatto riflettere e immaginare questa serie di quadri, e gettare la struttura del lavoro, è quella in cui il protagonista del racconto si relaziona con un cieco che, sentendo parlare alla televisione di una cattedrale, chiede che cosa sia ma quest’uomo si ritrova incapace di trovare le parole giuste per descriverla. (…) Questa incapacità di afferrare delle cose, dei concetti, dei valori con le parole è stato il punto di partenza per questo lavoro (…) che cerca di gettare una costellazione di valori attraverso delle immagini e dei simboli provando a tracciare una drammaturgia per associazioni mentali… L’immagine che ho è quella di quando ci si sveglia dopo aver fatto un sogno molto preciso senza riuscire a spiegarlo veramente (Silvia Costa).

Se gli studi sul simbolico del linguaggio ci hanno rivelato che ogni cosa ha un nome – chi non ricorda Helen Keller e Anna dei miracoli? – allora il linguaggio è anche lo strumento che abbiamo a disposizione per abbassare almeno un livello dell’improbabilità della comunicazione. Tutto concorre a rendere difficile la riuscita della comunicazione: come facciamo a capirci, a essere d’accordo, a mettere in relazione il verbale con la gamma amplissima del non verbale?

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Io credo che ci sia uno scollamento fra quello che si vede e quello che noi diciamo. Quello che noi diciamo crea confusione, il testo che noi usiamo aggiunge elementi in continuazione ma ci sono elementi che ritornano in maniera più o meno reale. Mi piace chiamarlo “realismo dell’immaginazione”. Non stiamo usando un linguaggio dell’assurdo ma è certo che stiamo parlando a volte di cose immaginate: c’è un bambino che perde acqua, ogni scena può essere relazionata a questa scultura geometrica centrale ma vengono evocate delle immagini che possono far pensare a un trasloco, all’arredare una stanza, andarsene via… (Silvia Costa).

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Il linguaggio crea confusione ed è anche per quello che le scelte estetiche sono legate alla volontà di porre una specie di ordine. Tutto quello che appare è pulito: anche i nostri costumi, la scena, i nostri gesti, ecc. Questa, è la strada della nettezza che m’interessa (Silvia Costa).

Tutto produce significato all’interno dello spettacolo, sia che si tratti di immagini – dagli oggetti di scena ai vestiti e alle scarpe –, sia che riguardi la recitazione, che qui procede per ripulitura e sottrazione. Mentre la scelta di dare le spalle al pubblico può essere collegata all’architettura scenografica, che caratterizza il lavoro e le domande che pone. Due pareti bianche vengono unite per formare uno spigolo in mezzo al quale si compiono le azioni e verso cui tutti – attori e spettatori – guardiamo. E la questione non può che essere quella del rapporto fra la spettatorialità e il teatro inteso come un dispositivo dello sguardo, che serve per vedere e che fa vedere:

Servono un sacco di dettagli. Per esempio tu ti sei soffermata sulle mie scarpe, qualcuno sulle calze di Laura, sul vestito ecc. ma il fatto di essere di spalle non si vuole porre come rifiuto dello spettatore ma per riportare alla dinamica dell’immaginare. Quando si legge un libro c’è una descrizione a tutto tondo di un personaggio, la sua psicologia, però la faccia è sempre qualcosa di inarrivabile fino in fondo… Quindi il fatto di stare di spalle per buona parte del tempo, un po’ di profilo ecc. è per dire che tu puoi intuire dei caratteri ma, non vedendo in faccia i personaggi, c’è sempre una zona d’ombra da colmare in qualche modo oppure, al contrario, puoi di fermarti su qualche altro dettaglio apparentemente irrilevante. (…) In questa costellazione espansa, in questa forma che prende tanti concetti e tanti simboli, penso che ciascuno possa selezionare quello che la propria attenzione riesce ad afferrare in più e che credo dipenda dalla personalità di ognuno di noi (Silvia Costa).

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Come dire: ciascuno procede per selezioni, producendo quello che è informativo per lui. Ritroviamo perciò, da un lato, la dimensione enattiva che riguarda il piano individuale della comunicazione e, dall’altro lato, la messa a punto di una concezione di struttura aperta che rimanda alle strategie di attribuzione di significato che ognuno fa per conto suo. E questa dinamica riguarda spettatori e attori.

In realtà il lavoro prodotto insieme è partito in maniera molto legata ai fatti: al visivo e ai testi. Poi in realtà ognuno di noi si è creato una storia. Così come lo spettatore ci mette quello che ha lui rispetto a quello che vede così anche noi l’abbiamo fatto e ad esempio per me personalmente lo spigolo è lo spazio della relazione con gli altri ed è un vicolo cieco fondamentalmente (Laura Dondoli).

Siamo partiti dai testi, da alcune idee estetiche e poi abbiamo costruito qualcosa che è contro il vitalismo. Il nostro slogan, trovato da Laura durante le nostre discussioni, è “il lusso del non accadere” e perciò la forma di recitazione è legata a questo. Non è certo vitalistico quello noi facciamo, l’energia è tenuta sempre sotto controllo,  lo stile molto pacato. È la forma fredda a dover cercare di riscaldare quello che sta a guardare ed è la cosa più difficile da fare (Silvia Costa).

Sì, serve anche rendere lo sguardo più acuto. Proprio perché tutto è molto freddo, le persone di spalle si dicono cose di storie prese come se si leggesse un libro aperto in un punto e si dovesse tentare di ricostruire chi siano i personaggi in scena, in che relazione stanno tra di loro; queste due coppie di persone, ad esempio, sono due coppie, sono parenti, amici, conoscenti? (Laura Dondoli).

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La ricerca artistica di Silvia Costa quindi si muove fra la messa a punto dell’apparato visuale e il ritorno al verbale. Il primo aspetto è riscontrabile nell’impianto della scena, attraverso la predilezione per il gesto e la corporeità, nella citazione alle opere d’arte. Il secondo rimanda a una tensione verso un tipo di contenuto che per essere espresso ha bisogno delle parole, in accordo con una propensione comune a quella parte del teatro contemporaneo che rivela una certa urgenza ad uscire dall’autosufficienza dei significanti. Che appunto, da soli, non ci parlano più o per lo meno non ci parlano adesso.

[Nel mio lavoro ] C’è sempre stato un contenuto ma era più legato al gesto. In questo caso invece la presenza del testo rende più forte la problematica del contenuto. In questo momento mi sento di dover gettare qualcosa con più peso, che una forma gettata solo col corpo non mi dava più. Sì avere peso. Non è che se parli ne hai di più però in questo caso mi interessava di rapportarci con un testo, una narrazione, una forma che si mettesse in rischio con questa cosa qui. Sì il linguaggio serve a questo… (Silvia Costa).

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Nell’integrazione fra i piani espressivi che compongono il lavoro merita una certa attenzione anche la dimensione sonora, affidata a Lorenzo Tomio e che mette in evidenza la caratteristica spaziale del suono, la sua capacità di propagarsi e quindi di riempire e svuotare il luogo della performance.

Negli anni si è creato un modo di lavorare su alcune suggestioni e attraverso il dialogo che in questo caso si è sempre attestato su due livelli: quello più astratto, più musicale, della prima parte e quello più concreto della parte finale. In alcuni momenti il suono accompagna delle scene, per esempio nel dialogo fra Silvia e Giacomo, in cui si cerca di ricreare una stanza con dei suoni che vengono da fuori. Inoltre il vento e la pioggia che accompagnano le azioni sono legati al parallelo con l’elemento dell’acqua, presente in molte scene di questo lavoro. (…) Per esempio, nell’ultima parte il suono suggerisce anche un altro piano di lettura: c’è una grande battaglia attorno e può essere suggerire un’altra visione… (Lorenzo Tomio).

In quel caso la scena si concretizza solo attraverso il suono nel senso che anche il suono produce un’idea della battaglia. Non c’è una battaglia quindi il suono prende il posto dell’azione. Perciò c’è sempre un doppio livello di lavoro: anche il suono diventa un oggetto di scena (Silvia Costa).

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Da questi passaggi è possibile provare a ricomporre il significato del titolo del lavoro. La cattedrale come metafora di quello che di più grande l’uomo ha realizzato sulla terra rimanda al più ampio processo del costruire, del gettare le basi per la messa in piedi di una forma che sappia veicolare un contenuto e che per estensione non può che far pensare al grande edificio del simbolico e ai piani di senso che lo compongono.

La Reality della scrittura

Reality di e con Daria Deflorian e Antonio Tagliarini – ieri sera ai Teatri di Vita – è uno spettacolo basato sulla vicenda di Janina Turek, scoperta grazie al reportage di Mariusz Szczygie!, una donna polacca che per oltre cinquant’anni ha annotato su 748 quaderni ritrovati dopo la sua morte dalla figlia i micro avvenimenti della sua vita. Un catalogo minuzioso di dati fatti di telefonate ricevute (38.196); di incontri casuali di persone salutate con un “buongiorno” (23.397); di appuntamenti fissati (1.922), regali fatti, a chi e di che genere (5.817); di partite a domino (19); di programmi televisivi visti (70.042).

Il significato di questo lavoro – che fa parte di un progetto più ampio – può essere ricavato dalle parole dello Mariusz Szczygie! esplicitamente richiamate da Deflorian e Tagliarini:

Nella routine quotidiana succede sempre qualcosa. Sbrighiamo un’infinità di piccole incombenze senza aspettarci che lascino traccia nella nostra memoria, e ancor meno in quella degli altri. Le nostre azioni non vengono infatti svolte per restare nel ricordo, ma per necessità. Col tempo ogni fatica intrapresa in questo nostro quotidiano affaccendarsi viene consegnata all’ oblio. Janina Turek aveva scelto come oggetto delle sue osservazioni proprio ciò che è quotidiano, e che pertanto passa inosservato (dalla cartella stampa dello spettacolo).

Ecco allora che il riscontro con la “realtà” assume la forma, nelle intenzioni degli autori, di un “reality senza show, senza pubblico. Essere anonimi e unici. Speciali e banali. Avere il quotidiano come orizzonte”.

Perciò l’ordinario viene reso straordinario dal codice dell’arte che fa rientrare nelle sue operazioni un rituale nevrotico. Un processo che non essendo funzionale ad un progetto artistico volontario – come potrebbe essere per una come Sophie Calle che viene in mente subito – ha bisogno che qualcosa cambi il segno/senso di un comportamento apparentemente soltanto eccentrico di una casalinga di Cracovia.

Nell’intento dei due attori – bravi e capaci di credibile ironia – “non si tratta di mettere in scena o di fare un racconto teatrale attorno a lei, ma di dialogare con quello che sappiamo e non sappiamo di Janina e di creare una serie di corto circuiti tra noi e lei e tra noi e il pubblico attorno alla percezione di cosa è la realtà”.

In questo senso proprio l’uso della scrittura diventa la cifra utile a cogliere il valore della memoria, individuale, che Janina affida ai testi, e che Deflorian e Tagliarini trasferiscono sul tumblr Reality/Diario associato al progetto per dare la parola a “quello che già era janinesco” in loro e forse un po’ in tutti noi.

Tuttavia, sul piano drammaturgico, lo spettacolo non riesce a superare il tratto narrativo che pure nelle intenzioni vorrebbe evitare e in definitiva la dimensione meta-teatrale pesa sull’andamento complessivo del lavoro. Le aspettative create all’inizio, giocate anche sull’ironia di cui i due sono evidentemente capaci, non sono risolte e alla fine la nevrosi di Janina invece di “portarci dentro” diventa un po’ noiosa.

Il piacere della differenza. Una piccola mostra di maschere africane la può fare

Sono belle e simbolicamente pregnantissime le maschere africane e gli altri oggetti rituali delle popolazioni stanziali dell’Africa. Parlano di archetipi e di mitopoiesi, cioè dei processi necessari al mantenimento delle forme comunitarie delle società primitive a struttura segmentaria, laddove la struttura clanica, a seconda delle zone, poteva essere patri o matrilineare, dove la gerarchia dei poteri dipendeva dall’età, da lì quindi il senso dei riti di passaggio ad esempio. Ci parlano del rapporto con il sacro e con la natura, della rigida distinzione dei generi dove l’uomo lavorava i materiali duri e la donna quelli morbidi, uno costruiva e l’altra decorava perché depositaria del “bello” ma dove capiamo anche che i riti di circoncisione ed escissione sono serviti per segnare la differenza in esseri inizialmente ermafroditi. Si vedono, nelle maschere e negli oggetti, i segni del maschile e del femminile, gli animali e gli oggetti che li rappresentano da cui gli artisti “moderni” hanno attinto. Questi oggetti, bellissimi, non sono opere d’arte, se non per una ricostruzione ex post tutta della comunicazione, poiché il loro valore dipendeva dall’uso. Efficacia simbolica. Una volta compiuto il loro compito infatti venivano “disattivati” e dispersi nella foresta dove potevano cedere la loro energia e farla rientrare nel circolo della natura e del tempo cosmico.

Queste alcune cose che mi restano in mente dopo aver visto – e aver parlato un po’ con la bravissima curatrice – quasi per caso (anzi non ne avevo neanche tanta voglia là per là) una piccola mostra che si chiama animAfrica al Palazzo del Turismo di Riccione, fino al 24 giugno allestita in concomitanza con il premio Ilaria Alpi che quest’anno titola La realtà senza schermo.

Ma mi resta soprattutto la differenza con il paesaggio riccionese da sabato sera orario aperitivo nel quale le mie amiche ed io ci siamo ritrovate con un certo senso di disagio all’uscita dalla mostra. Quando i fenomeni vivi ti fanno capire il significato dei concetti che pratichi nel tuo mestiere. Poi, visto che Morin ha sempre ragione, sono andata a cena con gli amici e mi sono divertita.

A mezzanotte va la ronda…

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E ci voleva tanto per varare un decreto antistupri?

Sarà sicuramente imperfetto a cominciare dalle ronde che tra l’altro sarebbero soltanto presidi sul territorio. E comunque si dice “sicurezza partecipata” (culture partecipative anche qui?). Però: chi fa la ronda nelle case? Sui luoghi di lavoro?  Basta leggere l’elenco, la nomenclatura, delle forme di violenza previste e usate da chi fa ricerca per capire che l’aggressione in strada è solo una delle possibilità. E i poliziotti di quartiere che fine hanno fatto?

A ognuna di noi è capitato più volte nella vita, mi è già capitato di dirlo, di essere oggetto di violenza più o meno esplicita e molto spesso simbolica da parte di un maschio. O in ogni caso di sentire e vedere cose che rimandano allo strisciante senso di superiorità che anche gli uomini più evoluti esprimono (da apprezzamenti sulle qualità fisiche di una donna quando non ce ne sarebbe bisogno fino a cose che sappiamo tutti).

L’odio per la donna ha radici antiche e radicate nelle culture (per farsi un’idea: qui). Basta leggersi i passaggi di Durand sull’acqua ne Le strutture antropologiche dell’immaginario per capirlo. L’ho già detto, anche questo. Di letteratura se ne trova molta, i film e i media, che pure contribuiscono ad alzare la soglia della percezione del rischio (sembra che i fatti di stupro si siano verificati tutti in questo periodo, sospetto no?) hanno avuto il merito di mettere a tema la questione stalking (anzi la parola stesa viene da lì, ne parlammo a suo tempo qui). L’arte non si è sottratta dal rappresentare la violenza sulle donne, il teatro men che meno. Ma forse in questo caso il meccanismo della riflessività si assesta sulla dimensione del distacco. Non saprei.

Le donne, lo ribadisco, non fanno molto per sottrarsi alla tentazione di auto-rappresentarsi come oggetti del desiderio e a riprodurre il dominio maschile (Bourdieu). Se in questo sta una certa forza del femminile, lo dice Morin ne Lo spirito del tempo, non possiamo nemmeno negare che poi alla fine ci rimette sempre.

Quando l’estate scorsa quella coppia di turisti danesi, se non ricordo male, è stata vittima di quell’agguato premeditato per motivi di rapina l’aggiunta dello stupro alla donna era stato oggetto di un articolo che purtroppo non trovo ma che era centratissimo e commuovente. Scritto da un uomo, e non è una cosa da poco, rifletteva sul residuo barbarico che fa sì che per la donna sia sempre riservato qualcosa in più, uno stupro rituale, che infierisca un po’ di più.

Il punto è, secondo me, che la legge serve, eccome. Che protegga i bambini: assolutamente. La certezza della pena anche. Ma serve soprattutto cambiare – l’individuo e le strutture della società (sempre con Bourdieu) – e questa la vedo dura.

Questioni di donne. Cosa c’entrano le calze con l’Arabia?

Ho letto sull’Espresso un articolo di Tahr Ben Jelloun che racconta e commenta un fatto avvenuto in Arabia Saudita. Forse si sa già. Sta di fatto che una donna violentata da sei uomini, condannati a una pena detentiva, è stata sua volta condannata a beccarsi 200 frustate (prima solo 90 poi 200 perchè ha fatto ricorso). Apprendiamo poi che la vittima appartiene alla minoranza sciita mentre gli aggressori sono sunniti. Il che spiega questa particolare, potremmo dire, discrepanza. In ogni caso questo fatto va riportato, così leggiamo, alla concezione primitiva del rapporto fra i due sessi che, nonostante la modernità del profeta Maometto che aveva una moglie addirittura più anziana di lui e che ha sempre dimostrato rispetto per le donne, resta la prassi di un sistema culturale che considera le donne inferiori agli uomini. 

Non c’entrerà niente ma mi viene da associare questa notizia a un altro fatto.

Alcune giovani studentesse che abbiamo avuto modo di ascoltare alla domanda “quale spot pubblicitario programmato in questi giorni ritiene interessante ed efficace?” hanno menzionato convinte e quasi commosse lo spot Calzedonia “Speriamo che sia femmina”. Da neonata a bambina a scuola di danza, poi ragazzina in autoreggenti alle prese con le prime esperienze d’amore, collant e scarpe decolleté per l primo colloquio di lavoro (con piedini rigorosamente piegati all’interno, con le punte che si toccano), poi autoreggente di pizzi per il matrimonio eccitata con le amiche urlanti intorno e poi infine, finalmente, incinta con un dolce marito protettivo e accogliente.

Oltre alle ragazze ascoltate si possono leggere i commenti allo spot su YouTube. Lo spot piace, commuove, ci si identifica. Un’idea di donna e di femminilità, che ovviamente non arriva alla mezza età (questione di target?), rafforzata dalla canzone di Billy Joel, e dal claim “speriamo che sia femmina”. Non so perché ma mi trovo spesso a pensare che avrei preferito nascere maschio.

Questo è il link allo spot per chi non se lo ricordasse http://it.youtube.com/watch?v=SBz4qmL03Mk