La performance e i “suoi” tempi. Ovvero: Marina Abramovic

Secondo me l’incontro con Marina Abramovic sarebbe stato molto utile a tutti coloro che pur incuriositi dall’arte contemporanea e in particolare dai percorsi della performance e della body art tendono ad assumere quell’atteggiamento scettico o di fastidio a volte che si riassume nell’affermazione “io non capisco” o nella fatidica domanda “ma questa è arte?”.

Avrebbero avuto modo di incontrare una persona affascinante e vitale, ironica nel racconto dei piccoli aneddoti sui suoi esordi e capace di far capire il senso vero di un’idea dell’opera d’arte dal vivo, del corpo vivo per un pubblico, come processo che ha nel tempo, ovvero nella sua dilatazione, il suo più forte e carico significato simbolico.

Tempo come qui e ora del gesto fondato sul corpo messo alla prova ed esibito non tanto per l’intrattenimento – ovvero in quel gusto del pubblico verso lo sforzo e il sudore attorale che già Barthes rinveniva nei suoi Miti d’oggi e che definiva come “trovata del giovane teatro” – ma piuttosto per l’efficacia simbolica che la fatica assume. E’ un insegnamento per la vita.

Non sono importanti le cose facili, ha detto Abramovic, ma il coraggio di affrontare le cose difficili. Ed esporre il proprio corpo, anche invecchiato e bello, come lei stessa fa oggi, assume nei nostri tempi beceri il valore di una differenza che può farci molto pensare e che assume, per chi la voglia vedere, un’attualità insperata.

E c’è il tempo della performance come arte che per non dissolversi e lasciare una traccia ha bisogno di essere documentata. La presa di distanza rispetto all’uso un po’ feticistico delle tecnologie dei perfomer più giovani, forse un po’ ingrati rispetto al lavoro pioneristico del passato, può essere rinvenuto nel film documentario Seven Easy Pieces. Una lezione sulla performance e sulla sua traduzione in video ancora una volta nel nome del tempo.

Compongono il film di Babette Mangolte cinque omaggi ai lavori “classici” di Bruce Nauman, Vito Acconci, Valie Export, Gina Pane, Joseph Beuys, basati sul re-enactment più reinterpretazione di due delle sue performance, eseguite nel 2005 al Guggenheim e dedicate a Susan Sontag. Una sede importante per Abramovic che ha atteso 12 anni per poter portare lì il suo lavoro. Consacrazione avvenuta si potrebbe dire.

Il merito del film sta nel tenerti lì perché riesce a calibrare in novantacinque minuti la ripresa delle perfomance, che nella reinterpretazione di Abramovic durano 7 ore ciascuna, con il montaggio e i tagli necessari a far cogliere e sentire “fisicamente” il peso del tempo.

Un film che non dimentica di indugiare sul pubblico, sempre il vero movente di un’arte che professa e rivendica il suo legame con la vita, e che, mi pare, si trova a sperimentare – anche nella mediazione – il senso vero della solidarietà con l’artista, vittima sacrificale e mai oggetto del divertimento fine a se stesso.

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Mick Karn. Ricordarmi di te, di noi, di questo e di altri blog

Questo spazio, pur non abitandolo al meglio, è sempre stato per me un esercizio di scrittura, per lasciare traccia di cose che rientrano nei miei interessi e a cui posso riattingere con la speranza però che ci passi qualche lettore. Non sempre mi appartiene del tutto e dal bilancio che mi è arrivato da qualche giorno da parte di wordpress noto che la classifica dei post più letti e commentati non corrisponde per niente all’idea che ne ho e ai motivi per cui lo continuo a tenere.

Un senso mi pare di trovarlo potendo dedicare qualche riga pubblica al ricordo di Mick Karn e a rivendicare proprio qui il mio personale diritto di attribuire al mio blog una “funzione terapeutica” e di associare una dimensione di vissuto con la sua rappresentazione, con la sua narrazione. Una forma auto-consapevole di scrittura, continuo a citare, che retroagisce su quella finzione realissima che permetteva a una giovane, a certi giovani di allora, di sognare qualcosa di bello.

Sì perché nello scenario creato dall’immaginario, non solo musicale, della new wave abbiamo visto e sentito da casa nostra, attraverso le riviste e i video, l’eco dell’estetica anglosassone e abbiamo trovato i nostri divi sentendoci parte di un mondo più grande della provincia italiana. Mick Karn, nei Japan, è stata una di queste figure e la sua perdita è una perdita generazionale.

Baterebbe Riportando tutto a casa di Nicola Lagioia per capire il senso dell’intreccio fra le biografie che si costruiscono su un territorio geografico, Bari e i suoi quartieri negli anni ottanta, e il loro essere scandite senza gerarchia da eventi storici e culturali che hanno definito in termini mediali una generazione e, cosa più importante, la meta-territorialità dell’immaginario.

E oggi, ne sono sicura anche se non ho il coraggio di guardare, Mick Karn sta connettendo cuori lontani e immaginari vicini.