Mick Karn. Ricordarmi di te, di noi, di questo e di altri blog

Questo spazio, pur non abitandolo al meglio, è sempre stato per me un esercizio di scrittura, per lasciare traccia di cose che rientrano nei miei interessi e a cui posso riattingere con la speranza però che ci passi qualche lettore. Non sempre mi appartiene del tutto e dal bilancio che mi è arrivato da qualche giorno da parte di wordpress noto che la classifica dei post più letti e commentati non corrisponde per niente all’idea che ne ho e ai motivi per cui lo continuo a tenere.

Un senso mi pare di trovarlo potendo dedicare qualche riga pubblica al ricordo di Mick Karn e a rivendicare proprio qui il mio personale diritto di attribuire al mio blog una “funzione terapeutica” e di associare una dimensione di vissuto con la sua rappresentazione, con la sua narrazione. Una forma auto-consapevole di scrittura, continuo a citare, che retroagisce su quella finzione realissima che permetteva a una giovane, a certi giovani di allora, di sognare qualcosa di bello.

Sì perché nello scenario creato dall’immaginario, non solo musicale, della new wave abbiamo visto e sentito da casa nostra, attraverso le riviste e i video, l’eco dell’estetica anglosassone e abbiamo trovato i nostri divi sentendoci parte di un mondo più grande della provincia italiana. Mick Karn, nei Japan, è stata una di queste figure e la sua perdita è una perdita generazionale.

Baterebbe Riportando tutto a casa di Nicola Lagioia per capire il senso dell’intreccio fra le biografie che si costruiscono su un territorio geografico, Bari e i suoi quartieri negli anni ottanta, e il loro essere scandite senza gerarchia da eventi storici e culturali che hanno definito in termini mediali una generazione e, cosa più importante, la meta-territorialità dell’immaginario.

E oggi, ne sono sicura anche se non ho il coraggio di guardare, Mick Karn sta connettendo cuori lontani e immaginari vicini.

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16 pensieri su “Mick Karn. Ricordarmi di te, di noi, di questo e di altri blog

  1. Sì, il blog ha una sua funzione terapeutica e le scelte dei lettori, quindi, non sono tutto. Il rapporto annuale di wordpress è fredda statistica. Il resto è produzione di un immaginario. Giorno dopo giorno. Chi meglio di te che te ne occupi anche professionalmente?

    Che poi la distanza tra cuori ed immaginari possa essere annullata dal nostro conversare qua dentro … è un’opzione politica.

  2. Figurati che c’è gente che su quell’immaginario a-provinciale ci ha basato (e ci basa tuttora) gran parte della propria vita e della sua evoluzione ! 😉 Non c’è bisogno di fare nomi, qualcuno lo conosci…(io poi ci ho aggiunto un po’ del supposto sincretismo culturale di “parigi 1984” (gaultier per alcuni, les rita mitsouko per altri, ma erano la stessa cosa) ma la sostanza non cambia.
    Ho sempre pensato che fosse uno degli aspetti più originali del decennio, almeno in italia (un decennio che, a parole, non ha tanti fans): la nascita di una generazione di creativi (con tutte le derive ridicole del caso), non tanto come straordinaria manifestazione di geni, quanto come rivendicazione (il termine è di un decennio diverso, lo so) o meglio affermazione di sè attraverso l’esperienza creativa. Ad un certo punto è diventato possibile, è diventato possibile che alla fine del liceo non fosse solo condizione di pochi “irregolari” abitati da demoni autodistruttivi l’idea di intraprendere un percorso di vita e lavoro diverso dai canoni più battuti. Era un modello anglosassone, quello delle scuole d’arte da cui usciva qualsiasi cosa (e mi secca ammettere in un certo senso che il modello funziona ancora, almeno rispetto all’italia) che ha prodotto un corto circuito generazionale (una nicchia forse, ma una nicchia consistente) dal quale sono usciti grafici-stilisti-scenografi-coreografici-visuals (qualsiasi cosa voglia dire), via via fino ai disegnatori di biglietti d’auguri creativi e parrucchieri dei quali forse è meglio dimenticarsi.
    In teoria una scossa notevole per un paese come il nostro, anche se alla fine rimane un’esperienza abbastanza isolata, la generazione successiva, più pragmaticamente è un po’ rientrata nei ranghi, quanto ad ora hanno problemi minimamente più impegnativi (tipo la progettualità in un futuro dubbio) dei quali occuparsi.
    La sprovincializzazione forse è stato l’effetto più positivo, oltre a qualche (forse) inutile posto di lavoro in settori “frivoli”, ma data la situazione attuale meglio averceli che no.
    Ti avevo detto di aver partecipato all’incontro con Lagioia, Tommaso Pincio e Giorgio Vasta, all’Univesità di Bergamo, ecco quello che era mancato lì era proprio il ragionare in termini un po’ ampi sull’immaginario del decennio (a parte Giorgio Vasta, abbastanza stupefacente per la forza e la visionarietà degli esempi), un po’ per una vistosa componente fra i docenti che cercava di ricondurre gli anni 80 al solo nascere della Lega Nord (per i “fortunati” che l’hanno vissuta già dagli 80 evidentemente)e un po’ per il cedimento alla tentazione dell’aneddot(ino), molto di Tommaso Pincio a dire il vero, per cui ad un certo punto ci si è trovati a parlare di Toblerone e Ok, il prezzo è giusto: anche no!
    Ecco, potrebbe essere il tema di un libro fatto bene, per una volta.

  3. Ps: poi di immaginari interessanti ce ne sono anche in decenni successivi (e ne sai qualcosa, su quello che penso, te tocca, in un certo senso ;-D), per quanto sempre più frammentari e divisi per micro-nicchie, a dispetto della maggiore reperibilità dei contenuti, o forse proprio per quello.

    Quanto ai blog(s)…ti dovrei parlare di una roba…ma forse è sarà meglio “a giochi fatti” o quasi. Un po’ come a giochi fatti mi darai il piano dell’opera del libro che sai 😀

  4. C’è nel collettivo “mourning” della Rete qualcosa che va al di là della celebrazione. L'”Instant Recycle Publishing” (espressione che ho inventato ora per indicare la rapida condivisione di materiale già caricato in rete da altri) è semplice e disimpegnato (e quindi a volte superficiale) ma è anche un mezzo efficace per definire la nostra identità o per lo meno quella che vogliamo mostrare.
    E` interessante notare come questo valga anche e forse soprattutto retroattivamente per raccontare un personale “the way we were”, sia attraverso la scelta di un anime che del fretless di Mick Karn. Fa il paio con la foto scattata a un evento, spesso di scarsa rilevanza contenutistica ma sorta di esibizione di un documento che testimonia l'”I was here” partecipativo spaziotemporale. Se narrazione c’è, un post del genere è parte della nostra autobiografia cultural-identitaria.

  5. @ sì Gio, sulla dimensione politica c’è da riflettere… criticamente 🙂
    @ chissà Claudia forse quella generazione di creativi ha fatto da sponda all’idea della creatività diffusa e comunque “essere meno regolari” in mezzo ai “regolari” era a suo modo l’opzione politica, per tornare al commento 1, per i disincantati degli anni ottanta. Non so. Poi sulla banalizzazione delle tematiche generazionali, come se si risolvessero con la citazione dei prodotti di consumo, credo che proprio Lagioia non ci caschi punto. L’aver puntato la storia che racocnta sull'”evento senza trauma” (l’ho letto nella scheda Einaudi che ho linkato), cruciale idea per chi come noi sulla tematica generazionale ci ha lavorato un po’, la dice lunga sul valore di quel lavoro. Gli altri non so.
    @Gky, un commento lucidissimo come sempre. Grazie. Anche per aver usato il “the way we were” che mi ricorda uno dei miei film preferiti 🙂 A parte questo sì: non tanto il contenuto quanto il documento fa da volano all’immaginario. E se il mio post rientra nella nostra autobiografia cultural-identitaria allora per una volta sono riuscita a far capire quello che volevo dire. E Mick Karn sta lì dentro.

  6. Come giustamente dici, la morte di Mick Karn è una perdita generazionale.
    Al di là del periodo Japan, che io ho amato, di quello Dalis Car con Peter Murphy, la sua dimensione solista, snobbata dai più perché più sperimentale, è stata di tutto rispetto, sebbene sia morto quasi povero a causa di ciò, La sua autobiografia restituisce una persona inscindibile dalla sua musica e che non si può non amare.
    Credo i Japan abbiano rappresentato un equilibrio tra sperimentazione e pop mai più veramente raggiunta, di certo simbolica per la creative class passata e presente. E per qualcosa che mi si è spezzato dentro.

  7. @Lorenzo ti ringrazio veramente molto per il tuo commento che mi ha portato a vedere qualcosa di te sulla tua pagina. In questi giorni ho proprio ripensato all’esperienza Dali’s Car e solista di Mick Karn e all’appello di richiesta fondi per curarlo, anche se non mi sono mai decisa a contribuire. Però sì quello che capiamo ancora meglio oggi, al di là del peso dell’esperienza Japan nel nostro periodo di formazione, è quella cosa che, come dici tu, non potevamo e non possiamo non amare. Sono anche d’accordo su quello che i Japan tutti hanno rappresentato nello scenario musicale e, per me, dell’immaginario più in generale. Sono come te in questo momento, con la consapevolezza di qualcosa che si è spezzato dentro. Chissà forse è proprio quel “the way we were” di cui si diceva sopra…

  8. Mi spiace di aver cambiato parola e poi aver dimenticato di correggere le concordanze di genere: mi sono espresso come un muflone. Tornando a Karn, i creativi visionari (e spesso ignorati quando poco entertaining) mi stanno molto a cuore, dato che di professione non faccio il musicista (vedi link su questo post): credo che sia Karn che i Japan abbiano contribuito molto a farmi scegliere quanto faccio ora.

  9. “the way we are” oltre a “we were” è fatta anche di perdite, secondo me, e della consapevolezza di quanto alcune esperienze (o person(aggi) più o meno pubblici) siano stati determinanti nella propria vita. consapevolezza che è molto più lampante a posteriori, l’assenza è a volte più ingombrante della presenza.
    non molto tempo fa mi è capitato, parlando con un amico, di riflettere su come gli anni 80 si siano aperti sotto il segno di una perdita in un certo senso, il suicidio di ian curtis, evento che poteva essere marginalissimo (e privato) ma che invece ha rivestito un’enorme importanza prima nella sotto(?)-cultura dell’epoca e poi nell’immaginario condiviso da molte menti vivaci della mia (nostra?) generazione e non solo. un gruppo seminale i joy division come lo sono stati i japan, probabilmente anche al di là delle loro intenzioni, in tutti e due i casi si trattava veramente di “ragazzini”, quasi manipolatori di materia alchemica formatasi per un insieme di circostanze. A chi ne ha voglia e non lo ha visto suggerisco il film di Winterbottom, 24 hour party people, sentimentale e umoristico, molto realistico.
    Allora era una perdita che faceva crescere, in qualche modo, altre perdite “definiscono”. Spazi, percorsi, movimenti dell’anima. Qualcosa si spezza ed è anche giusto così.
    @laura: sì, secondo me era un’opzione politica. sono riuscita a farlo ammettere quasi anche ad una delle mie due ex-compagne di banco, impegnatissssima politicamente e filosofa dedita a studi spinoziani, ma non la conosci e non puoi avere il senso della misua di questa quasi-ammissione 🙂
    @lorenzo: mi sa che qua nessuno è musicista… 😉

  10. Sì è vero non solo com’eravamo ma come sentiamo una perdita e anche un lutto.
    Dite delle belle cose… grazie.
    @Lorenzo ma dove hai scritto da “muflone”?? 🙂
    @Claudia l’amica ce l’ho presente dai tuoi racconti 🙂

  11. perchè non pubblicate qualche videoamatoriale girato dai fans per i tour italiani e stranieri?sarebbe quasi come esserci,per me che l’ho conosciuto troppo tardi.grazie,silvia,nonpossodimenticarmi mai di lui.

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