Mick Karn. Ricordarmi di te, di noi, di questo e di altri blog

Questo spazio, pur non abitandolo al meglio, è sempre stato per me un esercizio di scrittura, per lasciare traccia di cose che rientrano nei miei interessi e a cui posso riattingere con la speranza però che ci passi qualche lettore. Non sempre mi appartiene del tutto e dal bilancio che mi è arrivato da qualche giorno da parte di wordpress noto che la classifica dei post più letti e commentati non corrisponde per niente all’idea che ne ho e ai motivi per cui lo continuo a tenere.

Un senso mi pare di trovarlo potendo dedicare qualche riga pubblica al ricordo di Mick Karn e a rivendicare proprio qui il mio personale diritto di attribuire al mio blog una “funzione terapeutica” e di associare una dimensione di vissuto con la sua rappresentazione, con la sua narrazione. Una forma auto-consapevole di scrittura, continuo a citare, che retroagisce su quella finzione realissima che permetteva a una giovane, a certi giovani di allora, di sognare qualcosa di bello.

Sì perché nello scenario creato dall’immaginario, non solo musicale, della new wave abbiamo visto e sentito da casa nostra, attraverso le riviste e i video, l’eco dell’estetica anglosassone e abbiamo trovato i nostri divi sentendoci parte di un mondo più grande della provincia italiana. Mick Karn, nei Japan, è stata una di queste figure e la sua perdita è una perdita generazionale.

Baterebbe Riportando tutto a casa di Nicola Lagioia per capire il senso dell’intreccio fra le biografie che si costruiscono su un territorio geografico, Bari e i suoi quartieri negli anni ottanta, e il loro essere scandite senza gerarchia da eventi storici e culturali che hanno definito in termini mediali una generazione e, cosa più importante, la meta-territorialità dell’immaginario.

E oggi, ne sono sicura anche se non ho il coraggio di guardare, Mick Karn sta connettendo cuori lontani e immaginari vicini.

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Elogio dell’immaginario ovvero Santarcangelo dei bambini

Il teatro per i bambini esprime una vitalità espressiva e narrativa che va bene (anche) per i grandi. Quello che ho visto al Festival di Santarcangelo mi è parso particolarmente utile per riflettere sul senso del teatro, dal punto di vista delle forme e dei temi, forse perché la necessità di dover coinvolgere i bambini rende i teatranti più narrativi e, mi verrebbe da dire, più liberi. Ma non so.

Sta di fatto che con Bianca e Alice, le mie nipoti, e con i nostri accompagnatori vari abbiamo visto L’atlante delle città, di e con Antonio Panzuto. Una perfetta e immaginifica macchina scenica per raccontare attraverso il rimando alle Città Invisibili di Calvino il viaggio reale e immaginario.

Abbiamo cercato Piccolo blu e Piccolo giallo con le Laminarie in Emaki. Storie arrotolate. Spettacolo itinerante in un percorso di luoghi e di evocazioni letterarie, quelle delle favole (da riconoscere).

Piccoli idilli, Sole nero Luna rossa. L’eclisse spiegata ai bambini a partire da una storia della tradizione africana.

E infine Buchettino della Socìetas Raffaello Sanzio. Dai nostri lettini di legno, in una scatola-stanzetta illuminata da una flebile lampadina, abbiamo ascoltato e guardato la bravissima Monica Demuru narratrice di eccezione per una favola senza tempo. La costruzione scenica e il ruolo centrale dei suoni, dei rumori, della voce anzi delle voci come messa a tema della centralità vera dello spettatore. Qui infatti la componente visiva lascia il posto al regno del suono che, legato più profondamente al respiro e al corpo, ci riporta alle origini della performance e all’esserci vitale dei partecipanti.