Non è mai “Too Late”. Riflessività e politica nell’Antigone di Motus

Too Late il secondo contest di Motus per lo studio su Antigone la figura femminile che sfidando Creonte e la ragion si stato nella tragedia di Sofocle diventa l’esempio della lotta fra autorità e potere, ma anche conflitto generazionale (e di genere mi verrebbe da dire).

L’impianto scenico che ci vedo io è quello della ritrovata forza espressiva, del corpo, della performance. Del pubblico intorno che vede quello che vede ed è vicino, prossimo alla scena. E c’è tutto un dentro/fuori fra il testo gli attori che recitano da attori dove le biografie personali e di tutti diventano parte del testo. E così si esprime una naturalezza tutta giovanile. Veramente bravi e credibili Silvia Calderoni e Vladimir Aleksic.

Quello che a me pare di cogliere e che ho bisogno di tenere a mente è la relazione fra l’urgenza di “realtà” che Motus oggi esprime, senza paura di rimandare a nomi e a fatti della nostra attualità politica e culturale. Quella che appunto ci chiede di fare a meno di tutta sta’ ironia che c’è poco da ridere, e di agire in qualche modo.

Il luogo della riflessività che era già della tragedia greca, mezzo di intrattenimento ma anche rito collettivo e di “pubblico addestramento”, mi sembra volersi fare qui gesto epico e politico. Così com’era politico il teatro del Living, che a sua volta usava la versione brechtiana, citato non solo dal manifesto e dell’Antigone attaccato sotto al tavolo in scena ma evocato dal titolo Too Late. A me così i conti tornano.

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La passione (di Carmen) secondo Emma Dante fra opera in schermo e vecchie audience

Ho visto la diretta della prima della Carmen di Bizet alla Scala di Milano trasmessa al cinema Tiberio di Rimini. Per una volta mi sono sentita sotto l’età media. Quello che abbiamo visto è la versione televisiva quindi caratterizzata dai piani di ripresa che sottolineano le scelte di regia con la possibilità di vedere frammenti e tagli di immagine che il paludato pubblico della Scala non può certo aver visto. Ma anche figure d’insieme, come gruppi scultorei e scene di gruppo, di grande impatto visivo e per qualificare il lavoro sul piano dell’immaginario (la Sicilia evocata) che rende riconoscibile la cifra espressiva della Dante.

Pochi commenti perché si leggerà tanto in giro. Grande Emma Dante perché ha colto il senso dell’opera d’arte totale rendendo teatrale un’opera che ha nella musica e nel canto il suo fulcro. Un’opera a sfondo passionale (nell’affascinante dialettica fra sacro e profano) reso benissimo anche dagli interpreti molto bravi anche dal punto di vista attorale e “corporeo”. Mi veniva in mente il mito del giovane teatro di Barthes con gli attori che devono soffrire per gratificare il pubblico. Ed effettivamente era un po’ così. Forse è stata fischiata per questo. Ma gli imbecilli devono esistere altrimenti le differenze chi le coglie? Ed era bellissima, elegantissima quando sorretta dal maestro Daniel Baremboim è uscita per gli applausi e i buu.

Fra nervoso e divertimento mi restano i commenti della gente intorno a me. Nella sala del cinema. Un vecchio pubblico televisivo che commenta o ridacchia sullo sgabello del direttore d’orchestra, sulla sua giacca e bretelle (un mito), che esulta quando vede la Aspesi fra il pubblico, che commenta e spiega le scene (tipo quella del terzo atto: sembra un burca che sembra una pannocchia…), oppure durante la scena con Carmen e le due zingare che leggono le carte: uh guarda le Yavanna! (solo che questa l’ha detta mio babbo), il vestito e lo smeraldo della Moratti, l’elenco dei nomi dei presidenti tranne quello di Napolitano (l’unico che fosse lì), il costo delle poltrone (2.500 euro). Qualcuno racoccontava dietro di me di aver visto, come me, la puntata di Che tempo che fa dedicata all’opera. Ho sentito frasi del tipo: sì dai c’erano tre maestri questo (traduco: Baremboim) e… Marcorè (a chi si riferiva: a Pollini? Abbado? Yovanotti?). C’è anche chi ha applaudito durante l’Inno d’Italia.

Però è così. Siamo ancora un pubblico di massa. Televisivo. Nonostante tutto ci siamo presi la briga di stare 4 ore, con pause di 30 minuti fra un atto e l’altro) in un cinemino a guardarci una cosa bella e a sentire un’esecuzione che a me è parsa mirabile. Anche perché l’opera lirica, nonostante il modo in cui la si concepisce oggi, ha un suo bel carattere “pop”. Male non farà. Meglio che vedere “dal basso” il sedere della valletta di Papi.

Va dove ti porta il network. Conversazioni e altro ad AHAcktitude

Dopo l’uscita del libro del LaRiCA Network Effect e soprattutto, per quanto mi riguarda, la stesura del mio pezzo sugli Stati di creatività diffusa sento l’esigenza di sapere di più e di stare in contatto, o meglio “networked”, con chi ha a che fare veramente con certe realtà espressive. E’ il motivo per cui sono andata ad AHActitude 2009, a Milano, sabato 28 novembre. Speravo ad esempio di incontrare Tatiana Bazzichelli, colei che ha fondato la mailing list AHA e che ha scritto Networking. La rete come arte. Mi sarebbe piaciuto incontrare, insomma, gli autori di opere e scritti da cui ho preso molto per il mio. Anche Giacomo Verde che c’era ma che non ho visto. Alex Giordano, che non a caso è uno che intercetta, invece l’ho visto e con piacere.

Nonostante l’esperienza degli anni di formazione non ho una gran simpatia per il clima freddo e fumoso dei centri sociali (che strane idee della legalità…) e non mi piace tanto un certo atteggiamento “mi faccio un gran viaggio” che osservo ma tant’è… Il bilancio è comunque positivo. Per diversi motivi. A cominciare dal fatto che il viaggio è uno dei miei temi 🙂

Tommaso Tozzi, figura di spicco della netart italiana, ha presentato wikiartpedia. Strumento generato dagli studenti dei suoi corsi che presenta delle potenzialità interessantissime. Wikiartpedia fa il punto, o se non lo fa ancora potrà sicuramente farlo, sull’arte tecnologica che, appunto perché sta lì con autori, opere, “generi”, ecc., trova la sua ulteriore legittimazione per via comunicativa sgombrando il campo dall’inutilità della domanda su cosa sia arte e cosa no in nome di un’arte in continuo divenire, come operazione politica di libertà, uguaglianza, fratellanza, accesso.

Si è parlato anche un po’ dell’arte in SecondLife e così ho anche conosciuto, finalmente, di persona Marco Cadioli aka Marco Manray di cui ho ancora in mente, perché ci sto lavorando su, l’interessantissima intervista realizzata per il progetto Lucania.

C’era Luisa Valeriani e un testo che mi devo assolutamente procurare non fosse altro perché si occupa di Performers in un’ottica, così mi sembra di capire, di estetica e performatività diffuse molto vicine anche alla mia ricerca.

E infine l’incontro con Gadda insieme a Regina e Pink  sullo Steampunk nato nel 1990 con The difference engine di W. Gibson e B. Sterling. Una “lezione” piuttosto interessante e utile sull’immaginario e su una certa deriva catastrofica – e forse anche catastrofista – che dal lato delle forme estetiche (letteratura, cinema, fumetto) trovo affascinante mentre dal lato della deriva ideologica e politica non mi interessa sebbene l’idea dell’esistenza di immaginari contigui – fantascienza e sogno della trasformazione sociale – non sia male. Su questo si possono vedere Steampunk Magazine e Collane di Ruggine.

Sta di fatto che evidentemente quel tipo di rappresentazione legata al mondo anglosassone dalla Londra vittoriana, da Dickens, al clangore industriale e apocalittico che tanti ha ispirato si unisce alla tentazione simbolica di mischiare non tanto il futuro – della fantascienza ad esempio – con il passato e le sue forme come nel fantasy ma di inserire nel passato gli elementi del futuro e di rimandare, su un altro versante al no future del punk e alle sue derive cyber. Ma di questo ho molto parlato dopo con Claudia che era con me.