Scritture incarnate. Riflessioni intorno a Prove di abbandono

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Da tempo le arti performative ci consegnano una “verità” che prima non si dava tanto per scontata. Una verità che si è sincronizzata con le forme del sapere – scientifico e culturale – per mostrare come l’esperienza umana non possa che essere nell’emergenza dell’unità mente-corpo, bios e logos e che nelle diverse accezioni di questa condizione è possibile vedere all’opera l’immaginario, sperimentare l’esistenza di un’immagine efficace, trasformativa, finanche curativa.

Ed è proprio in questi nodi che possiamo rintracciare il valore di un lavoro come Prove di abbandono, azione coreografica di e con Paola Bianchi, da e con Ivan Fantini e interventi sonori di Fabio Barovero che ha come punto di partenza il secondo romanzo di Fantini, Educarsi all’abbandono_frammenti mutili (edizioni Barricate) da cui Paola Bianchi ha estratto una serie di immagini coreografiche, su cui Barovero ha lavorato per la composizione musicale e di cui Fantini legge alcuni passaggi.

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Da circa un anno questo lavoro – nato per abitare i luoghi, per costruire situazioni di vicinanza con numeri esigui di spettatori per volta – è stato ospitato prevalentemente, forse preferibilmente, nelle case private, poi in ambienti non usuali come librerie e osterie o nell’ambito di occasioni extra-teatrali ma anche in diversi festival. Da La luna e i calanchi di Aliano (direzione artistica di Franco Arminio) a Teatri di Vetro di Roma dove sarà possibile vederlo dal 29 settembre al 22 ottobre prossimi.

Nella scelta dei luoghi e delle occasioni in cui portare Prove di abbandono sta già una prima straordinarietà di questo progetto ovvero la valenza politica che risiede nella sua sostanziale indipendenza e nel fatto che la sua distribuzione dipende dal passa parola, dal coinvolgimento ospitale, dalle relazioni fra persone.

Scelta coerente fra l’altro con quell’idea di abbandono – sia nel titolo dell’azione scenica sia nel romanzo – che sta a significare non solo la resa, il venire a mancare di qualche cosa ma anche l’idea del dono, del lasciare qualcosa per qualcun altro in accordo con l’espressione del francese medievale à ban donner da cui deriva. Abbandonare come donare e donarsi – ma anche accettare di ricevere un dono, punti di partenza di ogni legame sociale sensato – è perciò il filo che lega le diverse parti di questo progetto che a ben vedere sembra fatto di molti doni e abbandoni.

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Sebbene Prove di abbandono nasca quindi come necessità coreografica ispirata dal romanzo, sul piano della resa performativa la sequenza testo scritto-coreografia viene capovolta: prima la parte coreografica poi la lettura dalla viva voce dell’autore. Questa dinamica invertita può essere pensata come un ulteriore segno del senso politico del progetto che ribadisce scelte e percorsi di ricerca indipendente e anti-rappresentazionista che caratterizza gli ambiti espressivi nei quali da tempo entrambi si muovono.

Nonostante la dichiarazione di un’ispirazione dal testo sia esplicita, il lavoro di Paola non rappresenta il testo, non lo traduce in immagini riconoscibili, ma lo attraversa secondo percorsi che sono tutti suoi, interni, incarnati. E che ritroviamo nella danza chiusa, muscolare, poetica e tragica che è la cifra drammaturgica della sua coreografia. Qui Paola privilegia quella che nel suo libro-manifesto Corpo politico. Distopia del gesto, utopia del movimento, definisce “danza interna” e che, diversamente da quella “esterna” che pone come centrale il rapporto del corpo con lo spazio, si concentra sul dettaglio, sulla vibrazione del corpo, sulla sua energia evocando il simbolico che è nel bios cioè nella vita.

Come ha detto una spettatrice durante uno degli incontri dopo Prove di abbandono il corpo di Paola prepara il corpo degli spettatori all’ascolto della lettura del testo e delle sue parole incarnate, ancorate al vissuto del personaggio protagonista del libro e a una scrittura serratissima che chiede attenzione senza ammiccamenti, senza ricerca del consenso.

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Educarsi all’abbandono_frammenti mutili è un romanzo che porta dentro alla storia di un personaggio e dei suoi deliri: quello che pensa, le esperienze che ricorda, le cose che fa ma che spetta al lettore mettere insieme guidato dalla struttura grafica del testo con i caratteri che cambiano, ad esempio, e soprattutto con i frammenti mutili: vere e proprie pagine bianche che chiedono al lettore di fare una pausa, di interrompere il flusso del romanzo il cui senso finale ci interpella come esseri umani, nella nostra capacità, o volontà, di educarci all’abbandono.

Ivan, che non è un attore, legge con la sua voce, con tutto il suo corpo – che è l’espressione di una provenienza, di un bios ancorato a un logos – e apparentemente senza guardare il pubblico si accorge di tutto. Di chi lo osserva, di chi chiude gli occhi per ascoltare meglio, di chi si distrae… Alla fine, quando anche lui si allontana dal leggio, si comprende l’operazione nel suo complesso, si pensa per immagini, si cominciano a riconoscere dei segni – ad esempio un gesto di Paola che richiama la copertina del libro di Katjuscia Fantini oppure una relazione tra la danza che sembra sciogliersi a un certo punto insieme alla melodia – pur sapendo che quei segni li abbiamo noi nella nostra testa, che quelle associazioni le produciamo da soli nel bisogno di ricondurre sempre l’ineffabile a qualche cosa di conosciuto o riconoscibile. Oppure soltanto perché il lavoro spettatoriale non è mai passivo.

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Ph. @Bets

Le conversazioni che seguono sono il prodotto di una comunità temporanea che si costruisce ogni volta. Non è un semplice confronto fra pubblico e autori. Sensazioni e domande condivise hanno ben poco a che fare con la semplice curiosità di chi vede uno spettacolo. Rimandano piuttosto a quell’intreccio fra arte e vita che può riguardarci tutti, al dono che l’arte da sempre elargisce agli esseri umani.

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Pinocchio di Babilonia Teatri. Verso un nuovo umanesimo

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Sembra esserci un’urgenza forte in quest’epoca disgraziata e in questa Italia malandata che possiamo provare a definire semplicemente nei termini di una ricerca di senso. E siccome il senso è la forma umana di elaborazione dell’esperienza, allora quello che un certo teatro sente il bisogno di portare alla luce è un nuovo umanesimo, o ancora, una sociologia dell’umano.

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Il che non vuol dire mettere l’uomo al centro dell’universo, non si tratta infatti di potenziare il narcisismo antropocentrico che ci portiamo dietro dal Rinascimento quanto, piuttosto, di riconoscere la vera matrice dell’essere umani nell’unica e definitiva differenza che conta: quella fra vita e non vita.

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Il Pinocchio di Babilonia Teatri e dell’associazione Gli amici di Luca – al Teatro Storchi di Modena, visto domenica 9 dicembre 2012 – ci parla di questo attraverso tre uomini che hanno vissuto l’esperienza del coma e che perciò hanno occupato per un po’ la zona liminale che sta fra la vita e la non vita.

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Nudi su un palco spoglio, sorvegliati da un Pinocchio – Luca Scotton – sempre in scena rispondono alle domande provenienti dalla regia, cioè da Enrico Castellani. Un racconto a tre voci, un po’ biografico e personale, ironico e triste che si costruisce gradatamente ma inesorabilmente in chiave drammaturgica. I tre uomini, di cui impariamo i nomi (Paolo Facchini, Luigi Ferrarini, Riccardo Sielli), sono chiamati a compiere delle azioni sullo sfondo delle canzoni che ci riportano allo spirito pop di Babilonia – dall’inizio con il Pinocchio di Jonny Dorelli, ai Guns n’ Roses e Vasco Rossi con Vita spericolata, Yesterday dei Beatles fino ad Allevi – e a dire delle cose su di sé inframmezzate dalla lettura delle parti del testo di Collodi e con l’ausilio delle metafore che questo stesso testo fornisce.

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E così capiamo che il paese dei balocchi può essere la vita che facevamo e che dopo un incidente gravissimo non possiamo fare più e che attraverso la figura di Pinocchio e la sua trasformazione – il burattino che muore per ritornare in vita nel corpo di un bambino – queste persone, che non sono più quello che erano, rivendicano la loro datità corporea, fatta di carne e ossa, e perciò il loro essere vita cioè bios.

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(questa foto è di Mara Baratti)

Se ancora le nostre riflessioni – soprattutto di tipo mediologiche e attente al ruolo delle tecnologie – risentono delle suggestioni del post-umano come dato culturale adeguato al superamento delle categorie concettuali del moderno, questo Pinocchio – individuo post-umano a ben vedere – fa il giro al contrario e ritorna all’umano. In questo mi pare davvero che si ritrovi il “teatro necessario” di Babilonia Teatri.

Bios e Logos. Le voci di Màntica cantano il Paradiso

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Il festival Màntica. Esercizi di voce umana si sta svolgendo in questi giorni. La sede è quella del Teatro Comandini di Cesena. Si sviluppa fra laboratori, spettacoli, performance e ascolti di voci esemplari.

Quello che ho colto dalla presentazione, in sintesi: il desiderio è il luogo comune della ricerca artistica. In questo caso si tratta non tanto di impostare una metafisica della voce quanto seguire la tensione della voce come bios, che viene prima della parola e che continua con la musica. Il suono. Che si carica di una parte emotiva (temperatura della voce). Una voce non può dire tutte le parole per cui si cerca la forma giusta delle parole che sono “colpi”. Ecco, il logos non deve intaccare il desiderio di disegnare attraverso la voce che sa, di suo, andare verso una direzione drammaturgica: la voce che mi seduce. C’è – dice Chiara Guidi – una drammaturgia che nasce da una voce che mi seduce, e la musica, fra le arti, è quella che manifesta in me in desiderio latente. E la voce sa anche essere un’ingiuria poiché denuncia la sua debolezza nel confornto del logos che – nella società letterata e nel moderno – ha sempre la meglio.

Màntica – spiega Silvia Bottiroli – è la logica di concertazione del festival stesso, nella struttura ritmica interna articolata e pensata nelle sue parti per trovare la sua mergenza più sensata.

Come prologo: Paradiso, installazione di Romeo Castellucci che chiude la trilogia della Divina Commedia, Chiesa di Santo Spirito a Cesena.

Il Paradiso è là dove la voce ammutolisce perché si vede qualcosa per cui la poesia deve tacere, le cose scritte – il Verbo? – non possono essere dette. Come sempre una spiazzamento. Là dove l’immaginario disegnato dalla commedia ci fa pensare a un abbaglio di luce qua ci troviamo a oltrepassare la soglia liminale di un pertugio nero per entrare nel buio ancora più nero. Cade come una cascatella di acqua dall’alto – simbolo di vita, di morte o di entrambe? – e una figura in video di uomo, un mezzobusto, che sembra incastrato ci fa pensare: il Paradiso va conquistato con fatica? Oppure è un’idea da cui liberarsi? Non lo so proprio.

Capisco però che in tutta questa operazione ci trovo l’origine della performance: il bios, il rapporto fra corpo e  voce espresso dalla metafora (il polmone è un mantice) cioè l’oralità, il suono da cui nasce la rappresentazione. Poi c’è la parola, il teatro, il logos. La cultura letterata. Oggi, dove la cultura è digitale e la comunicazione tende verso il recupero della sua migliore dimensione sociale Màntica vuole essere anche immaginazione del futuro, la descrizione di quello che sarà. La sintesi sta nella natura umana e nell’armonia, anzi nella ricerca di una nuova solidarietà fra bios e logos.