La cura open source di Salvatore Iaconesi. “Irritazioni” fra medicina, arte e vita

Al di là della faccenda umana, verso la quale non si può che esprimere un sentimento simpatetico da espandere, l’iniziativa di Salvatore Iaconesi è un esempio importante del rapporto (cioè dell’accoppiamento strutturale) fra un sistema sociale, la medicina, e un altro: l’arte. In questo caso la relazione è vista dalla prospettiva del sistema dell’arte: come un artista osserva la questione medica che lo riguarda e la fa rientrare nel circuito della comunicazione. In tal modo, e proprio per il contenuto cui tutta l’operazione rimanda, siamo costretti a fare i conti con la qualità ambivalente dell’arte, sempre sulla soglia fra comunicazione e percezione. Cioè fra il sociale e la vita soggettiva dell’individuo.

Qui infatti si tratta non tanto di comunicare le proprie osservazioni. Cioè non siamo di fronte all’agire di un artista (ego) che osserva e attualizza possibilità rimosse e di un fruitore (alter) che ne fa esperienza interiore. Siamo su un altro livello, laddove il rapporto fra arte e vita si è trasformato, da John Cage in poi, in un assunto fondamentale per uscire dalle maglie stringenti del sistema dell’arte accoppiato al mercato e lontano dal vissuto delle persone.

L’arte tecnologica, per usare una definizione generale e a-problematica, ha lavorato in questa direzione: la sperimentazione artistica dei linguaggi, il loro utilizzo creativo, per il networking e per l’emergere del citizen artist. Artivismo, ad esempio, è un altro termine che mette insieme arte e politica da integrare alla semantica dell’engagement, cioè l’impegno sul campo, che gli artisti di oggi sentono con rinnovato vigore.

Appunto per questo che il contesto della creatività si diffonde al di là dell’interattività, chiamando a raccolta e all’agire gli utenti. Ecco perché mi sembra che La cura sia un progetto da cogliere anche in questi termini. Da un lato c’è la questione dell’open source quale tema centrale per i processi legati alla democratizzazione della rete e del’informazione (spiegato bene da Tanni e Giovanni), dall’altro lato l’esemplificazione – mediata dal “corpo” di Iaconesi – dell’accoppiamento fra media e vissuto potenziato dalla teoria e dalla pratica del networking e della body art, di un corpo e di una vita che si mettono a disposizione della contingenza disseminandosi in rete.

Anche io mi sono trovata ad affrontare una malattia con la forte tentazione di usare la rete come luogo di condivisione, per sentirmi dire delle cose che mi gratificassero. Non so se per Iaconesi sia lo stesso ma di certo la sua è un’operazione culturale che parte da un evento biografico – tra l’altro processo non così insolito per la produzione artistica – da rendere tema e occasione per il tipo di sperimentazione artistica che, con Oriana Persico, porta avanti da sempre.

In più, per tornare all’inizio e concludere, resta da vedere come la comunicazione del sistema della medicina tratterà questo tipo di operazione, in che modo ne sarà “irritato”. Se arrivassero tanti pareri – al di là dei protocolli – si porrà per Iaconesi il problema della selezione di quello che è meglio per lui e non so quanto il condividerlo con “noi” sia utile. Nello stesso tempo l’idea di poter fornire strumenti di gestione alternativi della propria malattia e delle relative informazioni ad altri può essere pensato come un caso di menthorship informale che ben si adatta alle logiche e allo spirito delle culture partecipative.

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Stati di creatività diffusa. Un bando per giovani artisti

Accetto con piacere l’invito arrivato a questo blog da Fiorenza Menni/Teatrino Clandestino – compagnia importante del panorama artistico e teatrale italiano – di promuovere la diffusione di un bando di concorso rivolto a giovani artisti.

Lo faccio volentieri non fosse altro come ulteriore dimostrazione della possibilità di condivisione che la rete permette insieme al principio di diffusione e di networking della creatività artistica (ne ho parlato ad esempio qui).

Infine, trattandosi di un progetto di arte pubblica, i presupposti per lavorare sugli immaginari contemporanei e sull’idea performativa dello spazio ci sono tutti.

Di seguito il comunicato e i link

Fiorenza Menni/Teatrino Clandestino – Sì*metrica

È attivo il bando:
Un’opera per la porta del Sì concorso di idee per giovani artisti visivi

28 gennaio 2012 (opening durante arte fiera off) Scadenza presentazione materiali: sabato 17 dicembre 2011
Teatrino Clandestino, in collaborazione con Comune di Bologna–Progetto Giovani e con Arte Fiera Off, istituisce il secondo BANDO PER GIOVANI ARTISTI VISIVI.

Teatrino Clandestino intende sostenere i giovani artisti del territorio (15-30 anni) dando la possibilità, per il secondo anno consecutivo, di ideare e realizzare un progetto installativo per la porta di ingresso del Sì, Via san Vitale 67 a Bologna, sede creativa della compagnia teatrale Teatrino Clandestino.
L’iniziativa si inserisce all’interno del progetto Sì*metrica-seconda edizione, un progetto di Fiorenza Menni/Teatrino Clandestino per il Sì e la presentazione dell’opera sarà inclusa nel programma di Arte Fiera Off 2012.

Il bando è scaricabile da questo link: Bando-Porta-2012

Info:
Teatrino Clandestino Tel. 051 8552017 Via del Pratello 53 – Bologna Sì, Via San Vitale 67 – Bologna

www.atelier-si.org / www.teatrinoclandestino.org
http://www.atelier-si.org/access/bando/

A spasso con Cindy. Breve mappa personale della Biennale di Venezia 2011

Io e Cindy Sherman (foto di Marina dalla mia macchina)

“Dura la vita del visitatore di mostre”. È questa la frase tormentone che ho ripetuto alle mie amiche nella intensa “due giornate di Venezia” in visita alla Biennale e alla mostra Tra nel fantastico Palazzo Fortuny, un po’ per farle ridere, un po’ perché è vero.

Durissimo poi è tracciare un percorso scritto delle cose viste anche se si può far conto sui discorsi e le riflessioni condivise con gli altri (quesa volte le mie amiche) per sedimentare e orientare meglio le impressioni. Tante, alcune molte interessanti, qualcuna appuntata molte perse per pigrizia (fotografo tutte le targhette delle cose che mi piacciono, le trascrivo, guardo in rete? Il catalogo no che pesa troppo…). Per fortuna la rete supporta: vedi i link e soprattutto gli autori di articoli e post qui di seguito.

I lavori sullo spazio, e sul tempo, sulle memorie che, così ci è parso parlando fra noi, sono adesso molto più collettive che individuali, le identità, le risorse del pianeta, le metafore del tempo presente mi sembrano i temi e così questa specie di mappa può partire dalle radici di Dalya Yaari Luttwak all’esterno dell’Arsenale …What if Groots Could Grow in the Waters of Arsenale?…

Altre tappe: il parapadiglione di Song Dong che ricostruisce la casa della sua famiglia e ospita altri lavori interessanti nonché la sorpresa da tenere d’occhio Ryan Gander (sua anche la moneta da 25 euro ritrovata un po’ più in là, in altra parte della mostra).

Altre fermate: i piccioni di Cattelan (lavoro contestato e bla bla); l’immaginario del mostro o meglio del lago di Loch Ness di Gerard Byrne e lo strano fantasy-mito sudafricano dell’uccello vampiro di Nicholas Hlobo’s Iimpundulu Zonke Ziyandilandela. I classici e famosi che si vedono con piacere: Cindy Sherman (vedi immagine all’inizio), Pipilotti Rist (bellissime le vedute psichedeliche di Venezia), Luigi Ghirri (evidentemente residuale visto che non si trova niente di sensato da linkare), l’ambiente cosmico di Fischli e Weiss

Ritornare su: Elisabetta Benassi con The Innocents Abroad (opera composta da una serie di 9 lettori di microfiche che leggono il retro di centinaia di fotografie tratte da archivi di quotidiani e che ripercorrono la storia del Novecento: una riflessione sulla natura dell’informazione e sulla sua possibile manipolazione…); il progetto Estaman Radio Drama di Marinella Senatore, in definitiva l’esposizione di una performance e, più o meno in questa chiave, colgo anche il senso del film premiato The Clock di Christian Marclay. Veramente geniale oltre che divertente visto che riesce a conciliare il qui e ora (dello spettatore) con il tempo che passa.

Sbirciata al Padiglione Italia: salvo, fra quello che ho visto in velocità, Filippo Martinez.

Bella ma troppo facile la scelta francese con il solito Boltanski che allestisce Chance.

Non avendo bisogno di vedere la Biennale subito subito mi sono goduta davvero il Padiglione della Gran Bretagna con I, Impostor di Mike Nelson. Darei anche io la palma del Padiglione migliore non fosse altro per il modo in cui concepisce lo spazio espositivo (il site-specific e l’ambiente immersivo) e lo stravolge mettendo in contrasto il dentro (angusto) con il fuori (luminoso) attraverso un immaginario un po’ da horror inglese o da b-movie che fa stare il visitatore sempre così, diciamo, un po’ in attesa o forse in suspence…

Incontro inaspettato ma graditissimo con Fluxus e lo spazio performance della chiesa-cinema allestita nel Padiglione Germania di  Christoph Schlingensief.

Bello anche il Padiglione dell’Ungheria con Hajnal Németh Crash – Passive Interview La catastrofe e la sua narrazione.

Gli Stati Uniti con Gloria di Allora & Calzadilla sempre bravi a lavorare sulle metafore facili ma efficaci nel nostro tempo, per lo più scandito dal loro.

Non sarà forse un caso se nel Padiglione dell’America Latina i lavori presentati indaghino proprio sul rapporto con gli Stati Uniti basti pensare, uno per tutti, al video Episode 1: Tango with Obama di Martin Sastre (Uruguay).

In chiave metaforica va presa anche l’installazione Elevator from the subcontinent di Gigi Scaria nel Padiglione Indiano all’Arsenale che rappresenta il principio di casta così come si integra nel flusso metropolitano.

Non ho ancora deciso su Tabaimo: teleco soup, Padiglione Giappone. Interessante il concept (il sovvertimento acqua-cielo, fluido e recipiente, il sé e il mondo e la “sindrome Galapagos” che riguarda l’incompatibilità tra l’immaginario tecnologico giapponese, i mercati internazionali e altri aspetti della società giapponese) e la resa dell’ambientazione (spazio buio e immagini video). Forse, semplicemente, non mi piacciono i disegni.

Non mi è dispiaciuto invece il passaggio alla Naviland allestita nella Paradiso Gallery, già che era lì che ci si stava rifocillando, al Padiglione Thailandia. Un immaginario pop turistico che mi ha ricordato certe esperienze in Second Life.

Pensandoci un po’ anche la pittura hippy-espressionista di Steven Shearer al Padiglione Canada ha il suo perché.

Non ha deluso le mie aspettative il Padiglione Korea con Lee Yonbaek sul quale ero un po’ più preparata. Anche qui c’è quel po’ di pop che per me ci sta, soprattutto oggi con le nostre sensibilità estetiche e tecnologiche dove queste ultime, per il resto, mi sono sembrate un po’ sotto traccia.

Prima fare e poi osservare.

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Che cosa spinge dei “ragazzi di oggi” (sì cito Louis Miguel, e allora?) a ritenersi creativi? Me lo chiedo perché quando frequentavo il liceo artistico non ricordo di essermi mai autopercepita in questi termini. Ma non parliamo di me. Mi sembra però che ci sia un nesso fra quanto ho letto nel divertente e utile libro di Francesco Bonami Lo potevo fare anch’io. Perché l’arte contemporanea è davvero arte e quanto ho ascoltato da alcuni nostri studenti e anche in altre occasioni a dir la verità. E’ una questione su cui ho cominciato a riflettere per scrivere un articolo e insomma per questi motivi sono sempre più confusa.

Sembrerebbe che la capacità creativa e artistica si alimenti da sola, attraverso il fare prima ancora che attraverso l’osservare, il lasciarsi perturbare dalle cose e dalle produzioni della cultura (alta o bassa che sia per usare una vetusta distinzione). Soprattutto del contemporaneo. Come se questo – l’arte e la sua originaria contemporaneità – non fossero uno specchio riflessivo, e quindi deformante, sul mondo e su di noi. Se è vero, come è vero (e anche buono e giusto) che la posizione nella comunicazione – e in questo senso anche nell’arte e nella creatività artistica – si fa via via performativa nei termini di un processo “attivo” sostenuto dall’evoluzione stessa della comunicazione è pur vero che siamo all’interno di un processo ricorsivo, fatto di comportamenti recuperati. Dal niente e dal vuoto delle idee non può mica nascere niente. Lo spiega bene e ironicamente Bonami che non è tanto vera l’affermazione “lo potevo fare anche io”. Tu non l’hai fatto e nemmeno io purtroppo. E che le idee nascono non tanto nella solitudine della propria cameretta ma da casualità fortunate, pensiamo a Pollock, che però devono essere colte (sia nel senso di raccolte sia nel senso di “basate sulla conoscenza”). In questo caso, tra l’altro, si comprende anche dove possa risiedere la dimensione “social” della creatività.

Certo è che Bonami, dall’autorevolezza della sua posizione, può dare voce a tutti coloro che in qualche modo apprezzano l’arte contemporanea senza dover sempre spiegare perché. Un po’ come la Littizzetto quando ci fa giustizia, soprattutto a noi donne. Allora possiamo dire che Guttuso e Depero sono sopravvalutati, che Barney è bravo anche se non piace a tutti, che Murakami è un altro genio pop come Wharol, e così via.

Ah, l’immagine è di Jeff Koons quello che è stato sposato con Cicciolina.

La parte ludica, ma non solo, della rete. Moya e Pizzanelli fra SL e game-art

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Patrick Moya l’abbiamo conosciuto a Rinascimento Virtuale. Una sala della mostra è dedicata alla Civiltà Moya in un gioco di citazioni ed elaborazioni simboliche che da sole basterebbero a capire il senso del dialogo operato dal simbolico dell’arte fra SL e RL. Senza dimenticare la pratical tourist guide della Moya Land. Il 6 dicembre, ancora a Uqbar, si inugurava la mostra concepita come visita guidata all’installazione (dal giro in macchina e in elicottero, poi alla torre con i dipinti fino alla Cappella di San Giovanni Battista che riproduce gli affreschi realizzati in quella di RL dallo stesso Moya). Ironia, colori, gioco, il tema del doppio e della figura dell’artista-performer ma anche rimando al rapporto fra pittura, graffitismo, fumetto sono gli elementi dell’immaginario ludico e colto di uno che sa cogliere e attualizzare le potenzialità espressive di SL, divertendo.

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Iconoclast Game è il videogioco creato e realizzato (in équipe naturalmente) dal net-artista Lorenzo Pizzanelli. Si gioca – perchè è un videogioco – con l’arte e le sue metafore. Si comprende al meglio, con quel che di disincantato e divertente che serve sempre per farsi una ragionata, il paradosso dell’iconoclastia occidentale già espresso da Gilbert Durand. Guardarsi il demo. Da Giotto a Orlan, dai mosaici bizantini a Michleangelo, Leonardo, Velasquez  fino a Bacon, Beuys e Christo che impacchetta il museo e la musealizzazione stessa dell’arte. Ancora il tema del doppio: Duchamp e Selavy, la figura dell’androgino, arte e vita ovvero ricorsività della comunicazione e comportamenti recuperati.

L’immaginario meta-territoriale di Studio Azzurro

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Mea culpa. Mi sono persa l’intervento di Alberto Abruzzese, e anche altro (ad esempio Andrea Pollarini), a Indicativopresente. Trendwatchers in festival. A Rimini, 21 e 22 novembre 2008. Iniziativa molto interessante della Scuola Superiore del Loisir e degli Eventi di Comunicazione.

Non mi sono persa però Paolo Rosa, che ha ricevuto il premio Gianni Fabbri, e il suo racconto in 5 mosse dell’esperienza di Studio Azzurro. Come sempre tento un resoconto parziale, per parole e passaggi chiave utili a mettere insieme alcuni dei frammenti che provo a far circolare in questo blog.

Studio Azzurro è un autore plurale (più ancora che collettivo, ma siamo vicini al concetto). Il suo lavoro artistico emerge dalla tecnologia sebbene la sua genetica non sia poetica. Qualche esempio.

Vedute. Quel tale non sta mai fermo, del 1985. Videoambiente allestito a Palazzo Fortuny di Venezia con le telecamere che riprendendo l’esterno, e con il senso di attesa che restituiscono, si integrano, all’interno, al cromakey in diretta, monitor in semicerchio mi pare e immagini video con personaggi che passano da uno schermo all’altro. Testo di Sergio Leone, musica di Piero Millesi, collaborazione (di quegli anni e cifra di quei lavori) con Barberio Corsetti. Quindi: imprinting narrativo e vocazione all’abito teatrale, proprio per il tipo di scenario costruito e nel gioco con lo spettatore (ripreso mentre passa o entra nel palazzo). Ma anche immaginario cinematografico, combinazione con lo stare in scena degli spettatori, combinazione dei linguaggi del teatro e del cinema appunto. Contro una certa tendenza artistica che Rosa chiama postmoderna qui l’idea è quella di creare un dialogo, montare e non smontare un racconto. Per un pubblico che non deve essere spcialistico.

Il giardino delle cose, 1992. Dal racconto del custode delle vestigia di Delfi, che lamenta il comportamento irrispettoso dei turisti che non colgono il pulsare della vita che sta nelle statue, nelle anfore, ecc., dalla performance teatrale con Moni Ovadia all’installazione. In questo caso il lavoro è sull’inversione del rapporto fra visibile e invisibile, la tecnologia quella della telecamera a infrarossi, temica e tarata sul calore delle mani che passando sugli oggetti li rendono visibili. Opera che si qualifica come un appello del senso, della selezione sul rinvio: estrarre dal flusso delle immagini per conservare quelle che uno ritiene più preziose a partire dall’esperienza; lavorare sull’immaterialità a partire dalla materialità: come si lavora sull’invisibile? Cosa rimane con la temporaneità? Il passaggio è quello che va dalla civiltà del mettere a quella del levare, non oggetti che persistono a tutti i costi ma che stanno per il tempo che devono stare a meno che non ci siano ragioni valide per farle persistere. Come pratica che si oppone alla merce; qui è la tattilità che conta, non il vedere ma il toccare.

E si arriva ai lavori interattivi a cominciare da un classico: Tavoli. Perchè queste mani mi toccano? Interfacce naturali per l’attivazione degli spettatori da osservare non tanto dal punto di vista antropologico quanto performativo: più bello è il gesto dello spettatore che tocca più è rivelatore del farsi esperienza della forma delle cose, a partire cioè dalla relazione che genera. Da oggetto fatto da una persona a oggetto partecipato.

Così come succede a una statua africana, oggetto condiviso dalla ritualità della comunità, feticcio rielaborato dalla partecipazione di chi aggiunge una cosa, poi un’altra… Come si innesca oggi un rito civile, dall’avvio dell’artista alla partecipazione? Il problema è quello di non cadere nella progettazione di comportamenti, nell’induzione della gestualità che deve invece essere imprevedibile, resiliente.

Infine l’attività di allestimento museale. Il Museo della mente di Roma, il caso del Museo della resistenza a Sarzana, a partire dall’esigenza dei promotori di non basarsi sulle nostalgie ma sull’esperienza. Il museo oggi è come un ciclo di affreschi di un tempo, dove c’è sì un committente ma la ricerca artistica resta libera. Liason con il territorio, possibilità di vivere anche la fisicità dell’esperienza (oltre e insieme al trasferimento sui supporti mediali ovviamente); centralità dei processi collaborativi (cultura del dono supportata dalla rete); costruzione e definizione di un progetto museale fra lettura e memoria. La radice dell’arte riguarda l’oscillazione fra futuro e memoria contro l’idea del contemporaneo (e richiama Derrida) per dire che l’arte è attiva nel presente grazie al suo anacronismo. Che non contraddice però il fatto che sia chiamata a essere sensibile alle emergenze del nostro tempo.

La mia domanda è sull’interesse di Studio Azzurro verso i contenuti generati dagli utenti. La risposta: centralità della partecipazione ma selezione dei contributi. Aspettiamo il libro di Paolo Rosa per capire meglio.

Tutte queste cose le hanno sentite circa 15 persone di cui mi pare di aver contato al massimo 5 studenti. Ma, anzi mah, era sabato, ora di pranzo.

Non mi sono persa nemmeno Mario Lupano e Paolo Fabbri. Ma serve un altro post per parlarne. Questo è già troppo lungo.

Bios e Logos. Le voci di Màntica cantano il Paradiso

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Il festival Màntica. Esercizi di voce umana si sta svolgendo in questi giorni. La sede è quella del Teatro Comandini di Cesena. Si sviluppa fra laboratori, spettacoli, performance e ascolti di voci esemplari.

Quello che ho colto dalla presentazione, in sintesi: il desiderio è il luogo comune della ricerca artistica. In questo caso si tratta non tanto di impostare una metafisica della voce quanto seguire la tensione della voce come bios, che viene prima della parola e che continua con la musica. Il suono. Che si carica di una parte emotiva (temperatura della voce). Una voce non può dire tutte le parole per cui si cerca la forma giusta delle parole che sono “colpi”. Ecco, il logos non deve intaccare il desiderio di disegnare attraverso la voce che sa, di suo, andare verso una direzione drammaturgica: la voce che mi seduce. C’è – dice Chiara Guidi – una drammaturgia che nasce da una voce che mi seduce, e la musica, fra le arti, è quella che manifesta in me in desiderio latente. E la voce sa anche essere un’ingiuria poiché denuncia la sua debolezza nel confornto del logos che – nella società letterata e nel moderno – ha sempre la meglio.

Màntica – spiega Silvia Bottiroli – è la logica di concertazione del festival stesso, nella struttura ritmica interna articolata e pensata nelle sue parti per trovare la sua mergenza più sensata.

Come prologo: Paradiso, installazione di Romeo Castellucci che chiude la trilogia della Divina Commedia, Chiesa di Santo Spirito a Cesena.

Il Paradiso è là dove la voce ammutolisce perché si vede qualcosa per cui la poesia deve tacere, le cose scritte – il Verbo? – non possono essere dette. Come sempre una spiazzamento. Là dove l’immaginario disegnato dalla commedia ci fa pensare a un abbaglio di luce qua ci troviamo a oltrepassare la soglia liminale di un pertugio nero per entrare nel buio ancora più nero. Cade come una cascatella di acqua dall’alto – simbolo di vita, di morte o di entrambe? – e una figura in video di uomo, un mezzobusto, che sembra incastrato ci fa pensare: il Paradiso va conquistato con fatica? Oppure è un’idea da cui liberarsi? Non lo so proprio.

Capisco però che in tutta questa operazione ci trovo l’origine della performance: il bios, il rapporto fra corpo e  voce espresso dalla metafora (il polmone è un mantice) cioè l’oralità, il suono da cui nasce la rappresentazione. Poi c’è la parola, il teatro, il logos. La cultura letterata. Oggi, dove la cultura è digitale e la comunicazione tende verso il recupero della sua migliore dimensione sociale Màntica vuole essere anche immaginazione del futuro, la descrizione di quello che sarà. La sintesi sta nella natura umana e nell’armonia, anzi nella ricerca di una nuova solidarietà fra bios e logos.

Arte sul limen. Rinascimento Virtuale e Arena ovvero dialoghi dentro/fuori

 

C’è fermento su Second Life e molto si deve alla mostra Rinascimento Virtuale, da poco inaugurata a Firenze nell’ambito del Festival della Creatività. Se ne parla moltissimo in rete a cominciare da chi ne ha la repsponsabilità Mario Gerosa e Fabio Fornasari (qui, qui, qui, qui, qui) e sui social network (si veda per cominciare qui, qui, qui).

Se fino ad ora ho pensato che l’espressione artistica e creativa in Second Life dovesse avere come suo obiettivo prioritario la ricerca di uno specifico formale, o meglio, di una declinazione in chiave estetica e performativa ora mi sembra di capire che il dialogo con l’esterno sia altrettanto interessante.

Sarà che in questi giorni devo lavorare sul concetto di soglia, sarà che siamo sempre in un campo minato che sfida un po’ le nostre intelligenze e le nostre conoscenze, ma le mie idee si fanno sempre più fuzzy (che parola antica).

In questa logica mi sembra di poter vedere il collegamento fra ciò che sta succedendo a Firenze in questi giorni, e credo che l’incontro del 24 potrà servire per chiarire dei passaggi, e l’inaugurazione di Arena. Ieri sera nella sim Ex.it con l’esposizione dei lavori di Shellina Winkler e Solkide Auer e con la cura di Roxelo Babenko. Avremo modo di vedere 40 artisti e performance (finalmente!) che sono in mostra anche a Firenze.

Ci sarà da capire: come si orienta il sistema sociale dell’arte? Come stanno emergendo i criteri di adeguatezza?

Performance ibride. La Mala Pintura di Carles Congost

Chi non ricorda la canzone anni ottantissima “Dolce Vita“? Chi la cantava, Ryan Paris (nella foto) è uno dei protagonisti del lavoro di Carles Congost che ho potuto ammirare grazie alla disponibilità dell’illuminato gallerista Francesco Pandian. La Galleria è Artericambi di Verona.

La Mala Pintura è uno di quei lavori di matrice performativa che ibrida la dimensione video con le suggestioni dell’immaginario e le estetiche degli anni ’80 e che non potrebbe esistere senza forme, linguaggi e pratiche dell’industria culturale e della cultura di massa (Ballard, Cronenberg e Tarantino, fumetti e disco – e pure lycra! – video clip e videogame, effetti speciali e splatter…). E si capisce la generazione cui appartiene Congost, nato nel 1970. Guarda caso.

Dalla trama del film, con evocazioni alla Almovodar molto evidenti secondo me, fino alle bellissime fotografie di scena il tema è quello dell’arte come tema: dai pittori barocchi spagnoli che si battono insieme a Benjamin contro la perdita dell’aura fino al losco curatore risucchiato da un videogame: è il paradosso della comunicazione che negando afferma.

Da leggere il testo di Luigi Meneghelli.

Panorama su “L’arte di Second Life”

L’articolo di Guido Castellano su Panorama sta ad indicare che l’arte di Second Life rientra nel circuito della comunicazione del sistema dell’arte. Dal punto di vista dell’analisi sociologica non è irrilevante osservare come siamo di fronte a qualcosa di informativo, non più e non solo delle riviste specializzate (Flash Art con Domenico Quaranta e non solo ne ha già parlato varie volte ad esempio). Detto altrimenti: l’arte di Second Life è un tema della comunicazione, e quindi è anche notiziabile. Si seguono Mario Gerosa e la programmazione della mostra Rinascimento Virtuale (allestita da Fabio Fornasari che non viene nominato però), i nomi per noi noti (da Marco Manray, a Gazira Babeli, a Roxelo Babenko), il rapporto con il mercato e le gallerie in RL… insomma quello che serve “da fuori” a farsi un’idea su un “nuovo” contesto della comunicazione e dell’arte.

Non manca – ma poteva mancare – il parere mainstream di Philippe Daverio che fa notare ai lettori come “le opere di bit non potranno sostituire mai quelle vere. I due generi sono destinati a convivere”.

In ogni caso, lo ribadisco, si riflette sul senso e sui modi dell’arte in Second Life, e la sfida cognitiva si fa sempre più interessante. Grazie anche a Specchi e Second Life che ci invita a continuare.