Stalking, quando la semantica dei media va a segno

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Chi l’avrebbe mai detto che la parola stalking e il riconoscimento anche giuridico del fenomeno sarebbero rientrati nel mainstream e nel linguaggio comune? Bè lo avevano detto i media che si sono inventati una parola d’effetto per descrivere quanto la psichiatria cominciava a definire come una particolare patologia della relazione. Chi ha letto L’amore fatale di McEwan ricorderà, oltre la storia, l’appendice sulla sindrome di de Clerambault, che faceva luce su questo tipo di fenomeno. Di grande appeal anche per il cinema. Tanto per citare un film: Attrazione Fatale. Ma ce ne sono anche altri. Senza contare poi che le prime “vittime” dello stalking sono le star e i personaggi famosi, dal caso celeberrimo della Hingins a Madonna, il che appunto fa di questo fenomeno un tema ghiottissimo per i media e per i suoi criteri di notiziabilità anche quando riguarda la gente comune. Ne ho scritto anche io grazie all’opportunità – dall’amico Gian Maria Galeazzi e Paolo Curci dell’Università di Modena e Reggio che se ne occupavano da tempo insieme agli esperti delle università straniere – che mi è stata data addirittura nel 2004, di studiare e osservare un po’ la cosa. I risultati si trovano nel volume Stalking e nel congresso internazionale tenutosi a Modena.

Oltre alla dimensione mediale – e alla semantica dello stalking che ne deriva – l’aspetto interessante è dato dal carattere relazionale della patologia. Cioè dal modo in cui si connota comunicazionalmente: tant’è che – così come succede per la comunicazione – è il destinatario delle attenzioni dello stalker che fa emergere lo stalking. Come dire: finché non c’è la percezione vittimologica, l’auto-osservazione di sè come vittima (cioè la comprensione della differenza fra atto del comunicare e informazione) non c’è reato, non c’è stalking.

Ecco allora che se adesso la possibilità dello stalking si trasferisce su Facebook, dalla notizia di oggi che ha ispirato questo post, i conti teorici ed empirici non possono che tornare.

Solo spunti. I post mi piacciono corti.

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Memoria, generazioni, media. Un’eterna ghirlanda brillante?

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A parte il riferimento all’Eterna Ghirlanda Brillante del Godel, Esher, Bach di Douglas Hofstadter che casualmente mi ritrovo in questi giorni a riprendere in mano, vorrei provare qui a fare un piccolo lavoro di restituzione delle relazioni presentate al panel Memoria e Generazioni del convegno Media + Generations svoltosi all’Università Cattolica di Milano l’11 e il 12 settembre scorsi.

A ben vedere poi il titolo non è così peregrino perché le relazioni presentate – ma tutto il convegno in generale e la ricerca che ne è alla base mi sembra lo confermino – possono essere interpretate a partire da una sorta di funzione che correla i media, le generazioni e la memoria. Cioè: se i media sono la memoria della società e se riguardano anche quei collettivi immaginati che chiamiamo generazioni, allora il rapporto fra questa memoria e le generazioni va vista nei modi in cui questa memoria, attraverso i media, viene articolata e ridefinita in termini generazionali. Sì insomma una correlazione che tende all’infinito.

Certo, mi faceva presente Roberta che lavora sulla memoria, che la differenza fra memoria collettiva e culturale (nei termini di Halbwachs e poi dei due Assman giustamente citati nelle relazioni), nonché (e questo mi interessa più di tutto) fra memoria e ricordo. Che mi viene da tradurre in termini di riflessività, di accoppiamento fra media e vissuti.

E’ il caso delle Mediateche domestiche oggetto dell’analisi di Olimpia Affuso e Simona Isabella che si interroga sul “senso del conservare” nel passaggio verso le memorie leggere degli archivi digitali. Ma l’aspetto più interessante mi sembra vada colto nel rapporto fra memorie d’uso e “oggetti mnestici” che prescindono dall’uso per potenziare il valore simbolico che viene negoziato dentro la casa, fra i suoi membri, in chiave generazionale.

Il teatro di narrazione di “seconda generazione” è il tema di Laura Peja che avanza un’interessante ipotesi sulla ricerca espressiva e sulle “urgenze” degli esponenti più giovani di questo genere di teatro (Celestini, Enia, Perrotta). La funzione testimoniale e documentaria – informativa – che ancora sembra caratterizzare ancora il lavoro di Paolini si traduce in esperienza più personale in questi autori e in una forma che tende al recupero del racconto mitico della cultura orale. La teoria della performance e la dinamica riflessiva della performance culturale possono essere le leve per affondare questa intrigante – per me sicuramente – tematica.

Ancora nei termini del rapporto fra vissuto (generazionale) e media mi sembra si orienti La videonarrazione autobiografica come risorsa memoriale di Maria Soldati. Nonostante il progetto di ricerca azione e del lavoro di comunità che ne è il risultato quello che mi sembra centrale è la messa a punto di un saggio visuale che metta insieme drammaturgicamente il racconto biografico – e quindi il ricordo – con la ricostruzione di una vicenda collettiva (ad esempio l’immigrazione) attraverso uno strumento – la videonarrazione – adatto alla spettatorialità e alla consapevolezza (mediologica) di agire “come” e “per” la spettatorialità.

Mi sono chiesta, e l’ho chiesto anche ad Elisa Soncini, se ci fosse una provocazione “trasmissiva” nell’intervento Testimonianza mediali e legami intergenerazionali: il ruolo dei media nella trasmissione della memoria. Un lavoro bello fra memoria comunicativa e memoria culturale, fra anziani e giovani chiamati a confrontarsi sulla visione comune di “testimonianze mediali” centrate su eventi del passato. E qui viene anche a centrare parecchio l’immaginario collettivo, supportato dai media ovviamente (dal cinema neorealista a eventi marcatori – e mediali – come lo sbarco sulla luna) oltre e a prescindere dal racconto dei testimoni. Mi viene da dire che se il ricordo non si trasmette sono di certo interessantissimi i meccanismi che permettono di attivare la riflessività ossia una dinamica di produzione dell’informazione, anche sul passato, e su un passato che non è direttamente il proprio, e forse un dialogo intergenerazionale che vale la pena sondare.

Infine, in ordine di presentazione, la lettura semiotica di Matteo Treleani che concentra la sua attenzione su La costituzione della memoria negli archivi video online, a partire dal confronto fra YouTube e Ina.Fr. Mi intriga l’applicazione dello schema lettore-modello/lettore-empirico di Umberto Eco che diventa qui utente-modello/utente-empirico. Ma l’analisi è ben più raffinata, non ricostruibile qui, perché compara i modi di funzionare dei due siti facendo leva sia sulla loro destinazione di target (potremmo dire) – i giovani per YouTube e gli adulti per gli Archives pour tous dell’Ina – sia sui modi di costruirsi come archivi e di inscrivere perciò un utente e un modello di navigazione nella memoria collettiva. Se YouTube costituisce un’espereinza frammentaria e contingente, più adatta all’utente empirico giovane mi sembra di capire, Ina.Fr produce la messa in scena di un percorso di rintraccibilità della navigazione che esprime anche una diversa attualizzazione della memoria, una maggiore valorizzazione del passato. Mi chiedevo se uno schema ancora legato al lettore – un concetto moderno – fosse applicabile a strumenti che segnano una svolta cruciale per il senso di posizione nella comunicazione del pubblico/utente. Matteo risponde di sì, anzi di più. Io non lo so. Ma la sfida cognitiva è interessante.

Non riesco a rendere merito della discussione nel panel, grazie anche al contrubuto di chi è venuto a seguirlo. Ma si sa, ci sono delle cose che succedono dal vivo e che mantengono la loro unicità per lo meno nel ricordo di ognuno e nel senso che ne darà.

Accadde a Lisbona.

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Abbiamo avuto il nostro bel da fare con 5 interventi da presentare tutti lo stesso giorno all’ESA Conference 2009 che si è tenuta in questi primi giorni di settembre a Lisbona.

Un’esperienza interessante per diversi motivi. Avremo modo di tesaurizzare le riflessioni legate ai nostri paper nei blog legati ai progetti di cui abbiamo parlato in diverse sessioni.

Qui lascio una traccia sul paper mio e di Giovanni dal titolo Art Experience and Participatory Culture. The Performance Paradigm in Second Life. Presentato nell’ambito del Research Network di Sociologia dell’arte e in particolare nel panel Arts and Virtual Space.

Spunti interessanti ad esempio da una ricerca presentata da una giovane studiosa portoghese sui blogger-poeti, o per lo meno ho trovato bello l’oggetto, anche se in generale mi sembra che l’interesse per il rapporto fra espressione artistica e rinnovato ruolo delle audience sia ancora là da venire. Mentre per noi è cruciale.

Second Life che è un contesto particolare e molto evidente di questo tipo di percorso evolutivo, tanto da essere poco frequentato e quindi utile come caso paradigmatico, è un ambito praticamente sconosciuto. Per lo meno per quello che ho capito io. E l’avevo già appurato al convegno IVSA, a luglio.

Tant’è. Continuiamo sulla nostra strada direi. Ma è perigliosa.

Il titolo Accadde a Lisbona ha a che fare con la memoria mediale. Come dire, mi preparo al convegno Media + Generations di Milano.

Una tribù che balla. Le feste di LucaniaLab fra innovazione e antropologia

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Sono riprese le attività di LucaniaLab in SecondLife. Come da tradizione con una festa, a tema nipponico contemporaneo, con Gianky dj. Tanto per farsi un’idea Liu sfoggiava un abito della stilista in SecondLife Eshi Otawara.

Una festa è un buon modo per riattivare un territorio – anche del Metaverso – proprio per la connotazione antropologica di una performance culturale che ha radici e funzioni antiche. Forme collettive del piacere, tanto per scomodare Horkheimer e Adorno, dove i partecipanti si fanno spettacolo a se stessi (e stavolta scomodiamo Rousseau).

Certo si tratta di forma più che di contenuto, ci mancherebbe altro, però l’obiettivo è quello di dar vita a un luogo, a una land di cui sperimentiamo i linguaggi dell’innovazione. Le attività rientrano nel più ampio progetto di comunicazione del territorio e di ricerca voluto dall’Apt della Basilicata. Il team è quello del lavoro su L’esperienza del territorio in SecondLife che viene ripreso e ampliato (Giuseppe, Giovanni con Valentina e me, Fabio e Tonino).

Quello che serve per la “vera” anima di ogni territorio sono le persone. Quindi, anche se ancora in pochi, giovedì 7 maggio è stata una serata importante e divertente. Il che non guasta.

Giovedì 14, cioè domani, si replica. Tema della festa “fantascienza pop”, alla Barbarella per intendersi sull’immaginario. Avatar, accorrete numerosi!

Osservare il territorio in Second Life. Se ne parla domani a Matera

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titolo immagine “Il team discute” 🙂

Domani Giovanni presenterà al convegno di Matera – La nuova grammatica digitale per comunicare la promozione del territorio. Dai linguaggi della rete all’esperienza in Second Life. Esperti a confronto – i primi risultati della ricerca alla quale sto lavorando, insieme anche a Valentina. 

Non faccio anticipazioni, si trova già qualcosa qui e altre notizie utili qui. Qui dovrebbe trovarsi lo streaming del convegno. Anzi la mia speranza è che l’esperienza continui e che porti verso altre forme di spendibilità.

Per quanto mi riguarda però devo sottolineare l’utilità di questa occasione di studio. Del rapporto fra viaggio e immaginario, visto attraverso la teoria della performance, da un lato, sia della metodologia della ricerca (possibilità della sociologia visuale, situazioni di intervista, ecc.). Il tutto arricchito da forme della relazione – di amicizia? – che Second Life sta rendendo possibili e concrete, almeno per me, dalla mia prospettiva (interna) di osservazione. 

Il problema è che nuovi spunti e ragionamenti “alambiccosi” hanno prodotto già variazioni sul libro (che deve uscire) e soprattutto un senso di non finito che mi farebbe già ricominciare tutto da capo.

Spiazzamenti comunicativi. Prove di intervista in Second Life

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Che Second Life sia un luogo di osservazione delle possibilità altrimenti della comunicazione mi sembrava di averlo capito. Ieri sera ancora di più. Ho avuto modo di condurre, termine assolutamente inappropriato come cercherò di spiegare fra poco, un’intervista che – a parte l’oggetto in sé che non è il punto qui, visto che la ricerca non è “mia” – fa molto pensare dal punto di vista metodologico. In vista dell’intervista che avrei dovuto fare stasera ho pensato di entrare in SL per seguire quella programmata con la conduzione di Valentina-Tilde, per vedere dove ci si trova, dove e come si proiettano le immagini per la foto-stimolo, ecc. Volevo anche trovare il profilo del mio intervistato.

Non ho fatto in tempo a connettermi che già mi sono trovata una card con un “ehi prof.” (perché poi?) e il mio contatto in IM. E io che pensavo che toccasse a me farmi viva.

La conversazione è iniziata subito e abbiamo negoziato – questa la dico per lui qualora mi leggesse – sulle modalità dell’incontro. Mi sono accorta che sapeva già delle cose sul mio conto, ho anche temuto che fosse uno studente, un amico sotto mentite spoglie. Macché. Ho dovuto constatare di avere semplicemente a che a fare con un “nativo” e che tutto quello che potevo fare era emularlo un po’. Vedere il suo sito, riguardarmi la sua anagrafica. Almeno ho capito di non conoscerlo di persona. Abbiamo deciso di anticipare l’intervista. Inizialmente voleva tipparmi perché dove si trovava aveva anche da fare, voleva venire accompagnato e alla mia domanda “perché?” ha risposto “perché no?”. Dopo vari scambi di battute, soprattutto sue, e di sfide verbali varie si è convinto. Cavalleria in SL?

Gli snapshot mandati rappresentavano un bel avatar maschio che si aggirava per un’interessante land, ed era questo che mi sarei aspettata. Nel locale adibito per le interviste in unAcademy, mentre stava terminando l’altra intervista, G. è arrivato. 

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Indovinate qual è? Sì, quello nero, poi azzurro, poi rosa. Tutto il tempo Liu ha interagito con Pallina rimbalzina, così si è definito per la serata. Fatto domande ma anche fornito risposte. Aspettato che il suo intervistato facesse domande sul sigaro di Joannes, salutato Deneb, costruito oggetti (uno finito pure sulla testa di Liu con la battuta: “è il peso delle immagini”!). I risultati ci sono. Per la ricerca intendo. Sta di fatto che Pallina ha giocato sulla sua superiore alfabetizzazione alla comunicazione in SL e mi ha messo di fronte: alla possibilità di una relazione fra osservatore e osservato completamente scompaginata. Andrebbe mostrata durante una lezione di metodologia. Ne è uscita una forma dialogica molto più complessa che ha prodotto un suo dominio consensuale, una zona franca su cui comunicare ma che ha chiesto a me di assumere il più delle volte la posizione one-down, per dirla con la pragmatica, e di accettare delle regole che in SL possono essere diverse. Io dovevo fare in modo di proiettare le immagini e invece ci ha pensato lui, anzi ha “riprodotto” lì “in diretta” le cose da vedere (vedete quel pianeta sulla testa di Liu?), io chiedevo a lui del suo viaggio ma poi mi ci voleva portare e far fare a me l’esperienza di cui mi doveva parlare. Frizzi e lazzi non finire. Burlonaggine e prese in giro che mi sembravano bonarie, ma che fatica! Ho pensato che fosse un intervistato reticente, così si dice in questi casi, ma invece – su questo mi hanno fatto riflettere in modo diverso Joannes e Junikiro – si è trattato semplicemente di un intervistato ad altissimo grado di competenza comunicativa in SL (e direi non solo ma qui non c’entra). 

Anche se si tenta spesso di emulare la real life, mi sembra abbia voluto dirmi G., in SL bisogna muoversi e comunicare diversamente, cercare lo spiazzamento. Eggià, perché non mi sono trasformata in pallina anche io?