Dispositivo trans. Una lettura sistemica e mediale per le RAFFICHE di Motus

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RAFFICHE – RAFALES > MACHINE (CUNT) FIRE è il re-enactment di Splendid’s, lo spettacolo realizzato da Motus nel 2002 tratto dalla pièce teatrale di Jean Genet del 1948, che oggi viene riscritto da Magdalena Barile con Luca Scarlini. Laddove Splendid’s si basava sul testo originario ed era interpretato da un cast maschile, Raffiche traduce in chiave gender e con cast tutto femminile le ultime ore della banda La Rafale – qui Le Rafales –, asserragliata in una stanza dell’Hotel Splendid, dopo aver rapito e ucciso un ostaggio. Il plot, dunque, è lo stesso della prima versione, così come i personaggi, i loro nomi e caratteri e, soprattutto, la relazione entropica fra i membri del gruppo, fra conflitto e attrazione omoerotica, fra fedeltà e tradimenti. Ritroviamo, coerentemente con lo scritto di Genet, l’autorappresentazione del duro, i cliché comportamentali da banditi di mezza tacca, l’ironia e la vigliaccheria. Ogni membro è una personalità complessa e affascinante, ambivalente e imprevedibile ma ormai senza futuro. No future.

Il mancato ottenimento dell’autorizzazione da parte di chi detiene i diritti d’autore a riproporre Splendid’s con attrici al posto degli attori si è rivelata per Motus una risorsa, piuttosto che un limite, non solo per ripensare l’opera di Genet nella chiave concettuale del gender – a cominciare dalla dissociazione dell’identità fra sesso e genere – ma anche, in maniera non sganciata da questa, di addivenire ad una vera e propria nemesi socio-politica. Aggirare il copyright, svelare i limiti della proprietà intellettuale, soprattutto di quella artistica che, oggi più che mai richiedono collaborazione, condivisione e circolazione: If It Doesn’t Spread, It’s Dead.

Le Raffiche, nella riscrittura neo-genetiana, non sono più una “semplice” banda di gangster quanto un gruppo di attiviste bio-politiche che lottano contro il regime patriarcale, contro la bonifica dei corpi ottenuta attraverso la messa a punto di dispositivi disciplinari basati sul codice binario normale/non normale. Dispositivi coercitivi che sono prima di tutto «imposti dalla tecnologia biochimica e dal farmacopotere che, attraverso gli ormoni, detiene dagli anni Cinquanta del Novecento il controllo sui corpi, sui generi, e sulla nozione di “normalità”» (Annalisa Sacchi).

La dialettica fra normalità e non normalità, sesso e genere, fra identità socialmente data e costruzione dinamica, sta nel rapporto fra langue e parole, fra l’istituzione della norma e la sua messa in pratica che di fatto la cambia. Il linguaggio è importante in questo lavoro, il testo rivendica la centralità che gli spetta ma in connessione con i corpi e le vite che lo parlano e lo agiscono performativamente. Come dice Rafale a Scott

Tu mi insegni, Scott, la grammatica è un’invenzione capitalistica patriarcale che regola e dispone i corpi del discorso secondo modelli imposti che vanno scardinati. Dobbiamo riappropriarci del discorso, ri-sessualizzare la punteggiatura.

Non è perciò un caso che anche lo spettacolo nel suo complesso sia pensato come un dispositivo, un insieme di dinamiche capaci di svelare come l’unità sistemica – la banda – possa mantenere la sua identità e la sua organizzazione solo finché l’individualità delle sue parti si mette al servizio del tutto. Solo che, trattandosi di esseri umani e di decisioni da prendere, tutto congiura contro la possibilità di resistere. Capiamo che all’inizio la complicità è garantita dalla forza delle idee teorizzate da Scott (Emanuela Villagrossi) e dalla credibilità di Jean (Silvia Calderoni), il capo carismatico e non violento. Ma nel momento in cui l’ostaggio viene ucciso, a sua insaputa e non si capisce da chi – Riton (Alexia Sarantopoulou), antagonista ed ex amore di Jean o Bravo (Sylvia De Fanti) pornoqueer sfrontata e provocatoria? – comincia a perdere la sua autorità: Bob (I-Chen Zuffellato) decide di non ubbidire più ma mantiene un rapporto di protezione nei confronti di Pierrot (Ondina Quadri), disperata per la perdita della gemella Dedè, uccisa dalla polizia; Rafale (Ilenia Caleo), il soldato, fedelissima e amante di Jean, dovrà tradirlo in nome del gruppo “che decide”. Senza contare il ruolo distruttivo giocato dalla poliziotta (Federica Fracassi). Elemento esogeno che s’infiltra, dapprima come auto-ostaggio, ammiratrice delle Raffiche e complice ma che rientrerà nei ranghi, contribuendo all’arresto della banda, per salvarsi. La poliziotta è l’elemento di connessione simbolica con il fuori: la polizia che cerca di stanare le terroriste, i media che, dalla radio, contribuiscono alla costruzione narrativa e al mito delle rivoltose.

L’atmosfera è perciò quella della cronaca nera, la capacità di fascinazione con cui l’industria culturale ha saputo, e sa ancora, costruire le sue mitologie. E infatti sono le ammiratrici/fan delle Raffiche a dedicare A Mourir pour Mourir di Barbara alla radio e a regalare alla banda un ultimo momento di armonia.

(Tornano in mente i passi di danza inventati per Splendid’s da Damir Todorovic, Regina delle Raffiche, alla cui memoria è dedicato lo spettacolo).

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Il dispositivo drammaturgico è basato sulla partitura di brani musicali che accompagnano l’entrata e l’uscita di scena dei personaggi (ad esempio l’entrata memorabile della poliziotta su Gangsta di tUnE-yArDs o di Riton su Settle Down di Kimbra e l’uscita finale su Good Save the Queen versione Nouvelle Vague).

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Una playlist raffinatissima ed efficace pensata drammaturgicamente in relazione alle fasi dello spettacolo, ai suoi temi, alla sua idea di fondo, sia attraverso la scelta di artiste e/o canzoni legate al femminismo e ai movimenti LGBT (Kera and the Lesbians Nailbiter, R.Y.F.I Hate, Le TigreBang Bang), ma anche impegnate sul fronte delle questioni del diritto d’autore – ad esempio Amanda Palmer, qui con I Want You, but I Don’t Need You – oppure esponenti (femminili) dell’elctropop tedesco (Gina X PerformanceNo GDM, Gundrun GutGirlboogie), dell’hip hop e del rap (Bdot CrocPressure, QueenS – TheeSatisfaction).

La musica e le azioni coreografate, insieme alla recitazione che, nello spirito del lavoro di Genet, è sempre un po’ volutamente “sopra le righe”, riescono a produrre quell’effetto di straniamento che permette allo spettatore di godere della dinamica fiction e, allo stesso tempo, di concentrarsi riflessivamente sulla vicenda delle attiviste.

La caratteristica site-specific dello spettacolo inoltre, ovvero l’ambientazione nelle suite e stanze d’albergo “vere” e che cambia di volta in volta, gioca a favore della messa a punto del dispositivo di visione e di coinvolgimento fisico che rimanda ad uno dei topoi centrali della poetica di Motus: quell’occhio belva che invade l’intimità altrui, anche senza telecamera, ma che nello stesso tempo ingaggia i corpi delle attrici e degli spettatori tenendoli stretti in uno spazio condiviso, anche metaforicamente. Lo spettatore guarda ma è anche vicino. La quarta parete si rompe e ricompone: la storia va avanti indipendentemente da noi ma succede di ricevere un fiore da Jean, ad esempio, ed è allo spettatore che sempre Jean si avvicina per giustificare l’uccisione dell’ostaggio come un errore…

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Che poi, in realtà, la relazione con lo spettatore inizia prima, nella hall dell’albergo quando le Raffiche ti vengono a prendere. Officianti del rito teatrale ti fanno varcare la soglia, entrare nello spazio liminale, sacro-separato, da cui usciranno alla fine sconfitte, permettendosi per una volta il «lusso della debolezza». Il che consola anche te.

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Scandalosa Barbie.

Come molte di noi da bambina avevo qualche Barbie, uno o due Ken e, non so come, un Big Jim. In maniera culturalmente determinata, diciamo benevolmente così, per un certo periodo la Barbie bionda stava con Ken e la nera con Big Jim (più tracagnotto e bruttino). Quando si è rotta la testa di Ken (che piegava il collo per baciare Barbie) ho cominciato ad accoppiare la  Barbie bionda con quella nera. Big Jim è stato abbandonato al karate. Non mi ricordo se mi divertissi molto ma tant’è… Questione di affordance 🙂

Tutto questo per dire che il calendario dei due artisti argentini, di cui ho sentito parlare dalla Litizzetto, non mi fa un baffo 🙂

Fra i post e le notizie che ho cercato in rete l’affermazione di onewoman è quella che mi attira di più.

Loro si chiamano Breno Costa e Guilherme Souza e, attraverso i loro scatti, sono riusciti a svelare un lato a noi tutti sconosciuto di Barbie, ovvero quello lesbo

non mi sembra così vero se non nell’ironia che forse sottende. E in ogni caso attualizzare le possibilità rimosse è la funzione del sistema dell’arte per cui ci potrebbe anche stare. Tuttavia credo che il punto sia un altro.

In realtà l’operazione artistica mi piace non solo per la chiarezza del messaggio che mette in relazione l’oggetto Barbie – ossia l’immaginario femminile più noto, legato allo stereotipo e alle operazioni culturali che ha generato… ma su questo rimando alle riflessioni di Roberta Bartoletti e al suo “lato b della Barbie” – con lo sfruttamento del corpo femminile e la continua erotizzazione quale meccanismo fondante dell’industria culturale. Insomma un quadro dove anche una bambola-donna senza sesso può subire una trasformazione semantica per via della comunicazione: può essere osservata e quindi costruita come qualcosa che parli del desiderio e delle sue derive più becere. Non perché sia becero il rapporto saffico ma perché è becero il modo in cui lo si rappresenta.

Mi piace piuttosto perché le polemiche che mi sembra abbia generato si sostanzino nella trasgressione omosessuale. Come se le foto di moda, le pubblicità e i tanti calendari che ci becchiamo non ci giocassero da sempre. Non è che magari in quel lavoro ci sia la denuncia anche verso questo tipo di immaginario e agli ultimi colpi di coda del dominio maschile?

Sex Sells. Pensieri “irrisolti” dopo la GGD di Bologna

C’è poco da fare ma di tutte le cose che hanno riempito il mio sabato 13 febbraio 2010 quella che mi è rimasta più impressa è lo speech di Irrisolta Confusa alla GGD di Bologna.

Il tema? Il blog erotico. Al femminile ovviamente. Perché la seduzione passa attraverso quel potere dell’erotizzazione e del corpo femminile che per Morin (sì lo so lo chiamo sempre in causa) è stata ed è una delle forme prevalenti (vincenti) dell’industria culturale.

Un potere che dalle parole – dette non senza una intelligente nota di auto-ironia – di Irrisolta passa attraverso alla forma della scrittura del blog dall’immaginario dei media, appunto, all’appropriazione spavalda della semantica erotica. Non importa che sia autobiografico, non è dato sapere perché qui, così come succede nella letteratura, ci troviamo di fronte a un’interessante e “irrisolta” ambivalenza che dipende dal contenuto del blog. Da un lato abbiamo l’idea che si tratti di biografia “vera”, che magari ci mette un po’ a disagio pur sapendo che è lì per essere letta potenzialmente da tutti, ma dall’altro lato sappiamo che si tratta di vissuto comunicativo cioè di un racconto biografico di un autore/lettore che si espone (tanto la sincerità è incomunicabile) e che si legge. Insomma alla fine resta un’operazione letteraria. Per l’immaginario.

E questo mi sembra un merito anche se io declino l’invito e un blog erotico non lo scriverò mai anche se sarebbe di sicuro molto più letto di questo.