La vita come script. Rimini Protokoll e Black Tie

Se avessi intervistato me o mia sorella ieri, dopo aver visto Black Tie di Rimini Protokoll a Carpi nell’ambito di Vie Scena Contemporanea Festival, il risultato della ricerca sarebbe stato un po’ viziato dai discorsi che, casualmente avevamo fatto fra di noi nel pomeriggio. Discorsi su l’orfanotrofio in Romania dove mia sorella ho svolto recentemente attività di volontariato, l’attesa di una bambina di due persone a noi vicine e più in generale sull’infanzia abbandonata. La commozione che abbiamo provato e i significati che abbiamo dato allo spettacolo dipendono sicuramente in parte anche da questo. Dal punto di vista della teoria della comunicazione non soprende di certo questo dato e forse spiega anche perché in certi passaggi ironici qualcuno del pubblico ridesse mentre a noi veniva da piangere.

Black Tie è uno spettacolo in linea con il linguaggio teatrale del gruppo berlinese Rimini Protokoll che viene definito reality trend che sta a metà tra la finzione e il racconto di realtà. In questo caso l’attrice non professionista Miriam Yunh Mins Stein – nata nella Corea del Sud e adottata da una famiglia tedesca – racconta sì la sua storia di adozione, con tanto di immagini e scansioni in diretta dei certificati di adozione, delle due diverse mappature del genoma ricostruite da società specializzate, ecc. ma questa storia assume da subito un carattere universale che riguarda il tema delle adozioni internazionali e del suo mercato, delle identità negate e faticosamente ricostruite ad esempio anche attraverso i reality show seguitissimi in Corea in cui giovani adottati, soprattutto femmine, ritrovano le famiglie di origine.

In scena vediamo video caricati su You Tube di famiglie che vanno (immortalano e diffondono) al primo incontro con il bambino che stanno per adottare, condividiamo lo sguardo critico sull’ostentazione di Angelina Jolie o sulle discutibili campagne di Vuitton con Bono, dell’esito di iniziative come Band Aid… insomma l’industria culturale e i suoi risvolti.

In scena con la protagonista vediamo anche un giovane musicista che canta e suona dal vivo e una seconda attrice, coreana, che fa da doppio in un gioco di scambi che sta lì a puntare il dito sulle possibilità altrimenti, possibili e non attualizzate, di chi pur vivendo un’esistenza degna si chiede cosa sarebbe stato di sè e forse anche chi sia adesso oltre al sentirsi, come dice a un certo punto “estranea a se stessa”. Memorabile ad esempio il racconto del viaggio a Seul dove per la prima volta Miriam si vede uguale agli altri senza parlarne la lingua…

L’aspettativa era alta perché avevo già apprezzato moltissimo Das Capital ma qui c’è ancora di più quello che a me sembra essere il teatro di oggi e il suo essere necessario (efficace): sia nei contenuti e nelle istanze per la riflessività sia nel formato, nella drammaturgia, nella costruzione della scena – penso all’armonia fra corpi, parlato, immagini, suono – e dei ritmi dello spettacolo. Chi può non se lo perda.

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