Specchi riflessivi. Santarcangelo 40 sociologia e mediologia del teatro

luglio 18, 2010

Neanche nelle più rosee aspettative avrei mai potuto pensare di poter cogliere un nodo di congiunzione, anche temporale, fra la partecipazione come relatore ad una session del convegno mondiale di sociologia a Goteborg dal titolo Publics on the move (che partiva dalla domanda “Are publics creative?”) e come spettatore alla quarantesima edizione del Festival di Santarcangelo mirata, quest’anno, ad interrogarsi sul ruolo del pubblico e sulla capacità riflessiva che la performance contemporanea è chiamata oggi più che mai a risolvere. Che poi le due cose sono assolutamente collegate e connesse.

Da quello che ho visto io, dalle mie scelte, i formati e i contenuti degli spettacoli mostrano una vitalità del teatro contemporaneo, nel senso anche della sua capacità di stare sulla soglia della così detta “attualità” e di lavorare sullo scarto, sulla differenza fra il mondo così come si presenta e le sue rappresentazioni. Ed è per questo poi che riesce a farsi specchio riflessivo. Elaborazione simbolica del reale e dunque costruzione di realtà con le quali confrontarsi, partecipando. Insomma: vissuto e rappresentato, coinvolgimento e distacco nel luogo dello sguardo, il teatro appunto, fondato però su un immaginario performativo che chiama in causa i corpi. L’esperienza del teatro, delle sue immagini, attraverso la presenza irriunciabile dei viventi.

Gli spettacoli che ho visto, e che finisco di vedere stasera, meritano dei post singoli allora per ora mi limito alla definizione del frame nel quale mi pare si collochi l’operazione nel suo complesso, al di là delle cose belle e intelligenti che si leggono qua e là.

La mia sensazione è che questo festival sia stato realizzato tenendo conto sì della dimensione territoriale, che è tipica dei festival, e quindi dei luoghi scelti per le performance site-specific, per l’uso della strada, come da tradizione, delle case, dei centri commerciali, dei luoghi riscoperti, ma anche dei territori espansi cioè dei meta-territori mediali adeguati non solo alle nostre sensibilità estetiche (troppo facile), ma alle dimensioni non soltanto iconografiche dell’immaginario collettivo. E’ infatti in questi territori che viene portata “qui” e prolungata l’esperienza dei mondi altrove (stranieri) che conosciamo soltanto attraverso i media (appunto) nella dimensione della rappresentazione dal vivo da parte di chi quei mondi li vive come un “qui”. E così ci aiutano a capire un po’ di più cosa succede nell’altrove o almeno a farci qualche domanda.

Non si pensi però che sia stato un festival ammiccante per un pubblico da neo-televisione. O meglio: visto che siamo un pubblico neo-televisivo e parte delle performing audience siamo ormai strutturalmente pronti al coinvolgimento con una consapevolezza diversa, credo ma ci devo riflettere, rispetto al pubblico che negli anni delle avanguardie veniva pungolato, attivato per l’azione, la presa di coscienza, magari impaurito.

Il cambiamento di senso della posizione nella comunicazione, cioè l’essere comunque generatori anche noi di contenuti mediali, si riflette anche qui, in questo teatro che un po’ ci deve appartenere: dal Manifesto Rosso all’asta per la raccolta di fondi, dal progetto ESC e dall’osservatorio critico, dai laboratori agli spettacoli realizzati con e attraverso gli spettatori, anche reclutati attraverso le piattaforme di networking fino all’uso più diffuso, anche se ancora da potenziare, dei social network.

Magari mi sbaglio ma secondo me il merito più grande di Enrico Casagrande e dello staff che ha lavorato con lui sia stato quello di comportarsi da spettatori e di portare a Santarcangelo le cose di cui, noi spettatori “veri”, abbiamo bisogno. Anche per divertirci. Che, come non mi stanco di ribadire, serve sempre.


Pretty in Pink. Non le Furs ma La Notte Rosa e la sua comunicazione

luglio 1, 2010

Può la comunicazione di un evento estivo mettere insieme tutti gli stereotipi della cultura mainstream in una volta sola? La Notte Rosa di Rimini e dintorni ce la fa benissimo.

Lo ammetto è colpa mia se pur consapevole dell’esistenza e resistenza della cultura del loisir – nonché delle sue dinamiche che non vanno giudicate quanto osservate e comprese semmai senza cedere ad atteggiamenti da “cultura alta vs cultura bassa” – la Notte Rosa di Rimini non mi interessa. Nè dal punto di vista della ricerca nè tanto meno come partecipante.

Tuttavia sono anche convinta del fatto che oltre alla necessità di marketing certe carte si potrebbero giocare meglio.

L’altro giorno mentre aspettavo il mio turno in banca ho dato una scorsa al giornaletto/programma degli eventi. Là per là l’ho guardato e riposto poi me lo sono preso perché merita davvero.

Allora da quel che ne so io la Notte Rosa, senza scomodare Umberto Tozzi, è il Capodanno dell’estate. Ma non ne basta uno? Rosa sta non per colore femminile ma per differenzarsi dalla Notte Bianca e veicolare una “nuova” proposta di intrattenimento: non il distretto del piacere - il divertimentificio come si diceva una volta – dello “sballo” in riviera bensì, coerentemente con l’evoluzione della “movida”, una forma di divertimento non più discocentrica ma da aperitivo, da happy hour, in ambienti aperti magari e più soft e con un’offerta più variegata con iniziative “culturali” in mezzo. Insomma per tutti i gusti. Consumi vocazionali?

Per dire tutto ciò il rosa campeggia ovunque e il tutto acquista comunque una stucchevole immagine femminile. C’è anche la Dolce Vita, rappresentata dall’immagine celeberrima, roba da immaginario, di Marcello Mastroianni e Anita Ekberg nella Fontana di Trevi. Che poi è quella del manifesto. Il carattere usato per la scritta La Notte Rosa a me ricorda tanto quello de La Pantera Rosa. Scorrendo le pagine – e facendo caso all’impaginazione con l’inserimento delle foto (per lo più bruttine) in cornici a pellicola cinematografica – vediamo ragazze in bikini che giocano fra palloncini rosa, cappellini rosa con la scritta pink in strass, occhiali rosa, sagome rosa, parrucchiere che acconciano capelli rosa, fenicotteri, cocktail rosa, anche le chiocciole rosa del Cracking Art Group… fino al Martini rosato (che è lo sponsor).

Ci sono cose interessanti in mezzo, non c’è che dire, ma il modo in cui vengono presentate mi sembra che affondino in un mare di rosa che forse, direbbe il teorico dell’informazione, ridonda.


Il piacere della differenza. Una piccola mostra di maschere africane la può fare

giugno 20, 2010

Sono belle e simbolicamente pregnantissime le maschere africane e gli altri oggetti rituali delle popolazioni stanziali dell’Africa. Parlano di archetipi e di mitopoiesi, cioè dei processi necessari al mantenimento delle forme comunitarie delle società primitive a struttura segmentaria, laddove la struttura clanica, a seconda delle zone, poteva essere patri o matrilineare, dove la gerarchia dei poteri dipendeva dall’età, da lì quindi il senso dei riti di passaggio ad esempio. Ci parlano del rapporto con il sacro e con la natura, della rigida distinzione dei generi dove l’uomo lavorava i materiali duri e la donna quelli morbidi, uno costruiva e l’altra decorava perché depositaria del “bello” ma dove capiamo anche che i riti di circoncisione ed escissione sono serviti per segnare la differenza in esseri inizialmente ermafroditi. Si vedono, nelle maschere e negli oggetti, i segni del maschile e del femminile, gli animali e gli oggetti che li rappresentano da cui gli artisti “moderni” hanno attinto. Questi oggetti, bellissimi, non sono opere d’arte, se non per una ricostruzione ex post tutta della comunicazione, poiché il loro valore dipendeva dall’uso. Efficacia simbolica. Una volta compiuto il loro compito infatti venivano “disattivati” e dispersi nella foresta dove potevano cedere la loro energia e farla rientrare nel circolo della natura e del tempo cosmico.

Queste alcune cose che mi restano in mente dopo aver visto – e aver parlato un po’ con la bravissima curatrice – quasi per caso (anzi non ne avevo neanche tanta voglia là per là) una piccola mostra che si chiama animAfrica al Palazzo del Turismo di Riccione, fino al 24 giugno allestita in concomitanza con il premio Ilaria Alpi che quest’anno titola La realtà senza schermo.

Ma mi resta soprattutto la differenza con il paesaggio riccionese da sabato sera orario aperitivo nel quale le mie amiche ed io ci siamo ritrovate con un certo senso di disagio all’uscita dalla mostra. Quando i fenomeni vivi ti fanno capire il significato dei concetti che pratichi nel tuo mestiere. Poi, visto che Morin ha sempre ragione, sono andata a cena con gli amici e mi sono divertita.


Forme becere dell’immaginario. Littizzetto e Bush (Kate) aiutateci voi

maggio 29, 2010

Non è colpa mia se ci sono dei compleanni – 1 e 2 – da festeggare e, per copiare Pasquale Barbella, cercando immagini di “brindisi-champagne” mi trovo questa bella foto e questo bel servizio (TgCom LOL) con tag “seni da brindisi“.

Le componenti becere ci sono tutte: l’abbinamento tette-coppa di champagne, la casalinga e le pruderie della trasgressione home made, mariti compiacenti, anzi moderni che inviano le foto delle tette della giovane moglie per farla concorrere… come siamo avanti, mentre la giovane moglie si chiede perché non provarci finché si è giovani?

Mi consolo con altre magie.

She wanted to test her husband.
      She knew exactly what to do:
      A pseudonym to fool him.
      She couldn't have made a worse move.
      She sent him scented letters,
      And he received them with a strange delight.
      Just like his wife
      But how she was before the tears,
      And how she was before the years flew by,
      And how she was when she was beautiful.
      She signed the letter
            "All yours,
            Babooshka, Babooshka, Babooshka-ya-ya!
            All yours,
            Babooshka, Babooshka, Babooshka-ya-ya!"
            (Babooshka)
      She wanted to take it further,
      So she arranged a place to go,
      To see if he
      Would fall for her incognito.
      And when he laid eyes on her,
      He got the feeling they had met before.
      Uncanny how she
      Reminds him of his little lady,
      Capacity to give him all he needs,
      Just like his wife before she freezed on him,
      Just like his wife when she was beautiful.
      He shouted out, "I'm
            All yours,

Senza contare le immagini. Mi viene da pensare – volendo applicare la lente di osservazione dell’immaginario collettivo e dello spirito del tempo – che la particolare congiuntura dei nostri giorni spieghi la banalità delle immagini, delle composizioni di corpi, prevalentemente femminili, che pur belli sono specchio riflessivo della condizione in cui viviamo. Che si ritorni alla differenza fra cultura alta e cultura bassa? No dai…

Un’ultima cosa. Nel servizio si dice che le siliconate sono state scartate. Viva la natura. Viva la taglia seconda. Basta decidersi. Per fortuna che Luciana Littizzetto ci fa, non solo a noi donne ma agli esseri umani in generale, un po’ di giustizia o almeno ci permette di sfogarci vicariamente. Qualcuno la chiamarebbe catarsi.


Una sirenetta con gli occhialini per il 3D come genius loci. Ghermandi e il manifesto per Rimini

maggio 2, 2010

Ancora più evidente la scelta di affrancarsi da un’idea vetusta della rappresentazione di un territorio a vocazione balneare nell’edizione 2010 del manifesto per Rimini. Nelle mani della fantasia immaginifica di Francesca Ghermandi, Rimini e il suo mare diventano un tuffo nell’immaginario ironico e divertito di una sirenetta che insieme ad altri, si direbbe dal disegno, si immerge munita di occhialini per il 3D nelle profondità del mare. Lo sappiamo che non è questa la caratteristica delle nostre sabbiose e torbide acque ma è pur vero che molto dipende dalla prospettiva con cui si guarda. Se indossiamo lo sguardo del 3D vuole dire che è lo spirito di un immaginario performativo – dell’andare dentro, del fare esperienza delle immagini attraverso il corpo – a caratterizzare la comunicazione e il modo con cui ognuno, a suo modo, intende un luogo, una vacanza e in senso più generale l’abitare.

Quegli occhialini su una faccina da cappasanta la dicono lunga sulla dimensione mediale dell’esperienza alla faccia delle rappresentazioni didascaliche che ormai non dicono più niente di nuovo sul consumo turistico e sull’identità dei luoghi. Concetto quest’ultimo che, sebbene continui a essere una leva del marketing territoriale e della necessità di differenziare la vasta offerta di cui il sistema turistico dispone, mostra la sua inadeguatezza rispetto al senso – sì quella cosa fatta di selezione e rinvio – che si dà al viaggio. Che è prima di tutto una metafora dell’immaginario.

Qualche retroscena. C’ero anche io alla festa durante la quale Valentina ha parlato di Francesca con la ragazza che si occupa della promozione turistica al Comune di Rimini. Naturalmente non si poteva che fare centro perché, come molti sanno, la Ghermandi è una delle illustratrici/disegnatrici più brave del panorama italiano e non solo. E si vede.


Le realtà dell’immaginario. La tecnologia e le sue rappresentazioni in 4 visioni

aprile 14, 2010

Come mito che attraversa tutte le epoche della società la tecnologia contribuisce a forgiare – e ne è allo stesso tempo caratterizzata – lo spirito del tempo. In questo senso l’immaginario collettivo, supportato dall’industria culturale e dalla sua evoluzione, trova nella tecnologia le sue forme e i suoi contenuti. Il che significa che possiamo provare a osservare il mito della tecnologia, da una parte, attraverso le sue rappresentazioni sociali cioè attraverso i modi in cui la tecnologia diventa tema della comunicazione e, dall’altra parte come luogo adatto alla definizione di un particolare immaginario (forme discorsive, narrazioni, estetiche, iconografie, esperienze).

L’immaginario tecnologico è quindi il tema centrale dei prossimi 4 incontri organizzati nell’ambito del corso di Teorie e pratiche dell’immaginario finalizzati a mettere a punto una mappatura del simbolico legato alla tecnologia, che a bene vedere può forse essere considerata come una delle ultime grandi narrazioni che abbiamo a disposizione. Una narrazione che, come mi sembra di capire dai titoli, ha a che fare con il tempo e quindi con una dimensione strettamente collegata allo spirito del tempo (appunto).

Non potevo farlo da sola ed è per questo che le coordinate entro cui definire l’immaginario tecnologico ci verranno fornite da 4 visionari – con un piede ben piantato per terra però – studiosi di eccezione.

Lunedì 19 aprile 2010 (ore 15.00 – 18.00) si inizia con Antonio Caronia e con la lezione dal titolo Il tempo ai tempi di Internet. L’immaginario dello steampunk. Un così detto sottogenere dalla fantascienza che connette il passato e il futuro tramite la tecnologia per mettere a punto forme ed estetiche, ma anche contenuti e temi che attraversano diversi campi della produzione e del consumo culturale. Sarà interessante capire come la rete supporti, si adatti e trasformi gli scenari forgiati dalla letteratura e dal contesto della Londra vittoriana con il suo inesauribile fascino.

Mercoledì 21 aprile (ore 10.00 – 13.00) Luca Rossi – ancora con il tempo come focus dell’immaginario tecnologico – parlerà di Futuri, passati, presente: l’immaginario nell’intrattenimento digitale. L’attenzione è sui videogame e sul rapporto tra un immaginario “incarnato” nella tecnologia e la società da un primo momento che ipotizziamo essere principalmente legato al futuro (dei computer, delle macchine) fino a un presente dove l’immaginario narrato è, per molti aspetti, parallelo e sovrapposto a quello “reale”.

Giovedì 22 aprile (ore 10.00 – 13.00) con Pier Luigi Capucci cercheremo risposte al quesito – immaginario? – Verso la “terza vita”? La robotica tra immaginario mediale e singolarità tecnologica. Un altro scenario temporale, centrato sul futuro, e l’analisi di una deriva evolutiva che potrebbe prevedere (e questa è di certo una delle funzioni dell’immaginario) – al di là di un antropocentrismo forse non più così tanto necessario – l’emergenza di un nuovo soggetto sociale. Le rappresentazioni mediali, che tendono forse ad attribuire caratteri riconoscibili (a stereotipata nostra immagine e somiglianza) al corpo robot, con quale realtà dovranno vedersela?

Venerdì 23 aprile (ore 15.00 – 18.00) chiude la serie Giovanni Boccia Artieri che traccerà l’immaginario tecnologico attraverso le figure principali – scienziato, robot, cyborg, avatar – prodotte da una narrazione che dal mito del progresso (moderno) e del simbolico della scienza, passa per l’industria culturale e i racconti della società di massa per giungere alle soglie del postumano. Qui la technè diventa ambiente mediale per il vissuto degli individui del postmoderno. Il titolo: L’immaginario tecnologico e le sue figure: dallo scienziato all’avatar.

Gli incontri si svolgono nella sede del Cdl in Comunicazione e Pubblicità per le Organizzazioni – CPO, Facoltà di Sociologia dell’Università degli Studi di urbino “Carlo Bo”, Viale Trieste 296, Pesaro.


La Passione oltre la fede per la conoscenza. Un appuntamento mancato

aprile 2, 2010

Per chi ha avuto, come me, una buona educazione religiosa il pensiero della fede non è residuale. Per cui, nonostante tutto, ci sono degli eventi cerimoniali ai quali provo ancora a partecipare. La Messa della Passione di Cristo è uno di questi. E così oggi sono andata nella Cattedrale di Rimini per seguire e sentire un momento importante per cercare di rinsaldare qualcosa che in me, visti tra l’altro gli ultimi fatti che riguardano la Chiesa, è sempre più scialbo. La lettura di Giovanni, grazie al coro ammirevole, non è bastato però al cospetto di un’omelia che non mi ha soddisfatto procurandomi, piuttosto, una certa (ma ormai solita) insofferenza.

Il Vescovo, credo fosse lui, dimenticando quale sia il senso del rituale, della sua qualità ripetitiva fatta di ridondanza e varietà, cioè di ripetizione utile a riproporre il senso dell’evento e all’appartenenza a quel particolare credo rinnovandolo, ha richiamato i fedeli a resistere alla sensazione di assuefazione che nel tempo la partecipazione alla messa o al risentire letture arcinote può procurare. Lasciarsi andare alla commozione per chi è morto per tutti e per ogni singolo individuo, amico o nemico che sia, è lo sforzo che si deve fare per non essere spettatori passivi del dolore.

Ora: il valore del rituale sta appunto nella ripetizione che per i partecipanti – che oggi non sono coerciti ma volontari – rinsalda qualcosa che onguno per motivi suoi ha dentro di sè e che non può essere valorizzato da un’ingiunzione paradossale del tipo: devi commuoverti. Se poi “lo spettacolo del dolore” degli altri ci rende un po’ più immuni non è detto che di fronte alla Passione non si pensi al senso dell’umanità del Cristo. Che, a mio avviso, è il vero mistero e fascino del cattolicesimo.

Questi sacerdoti non sanno più parlarci, c’è poco da fare. Le banalità che sfoderano non possono rispondere alle domande teologiche che le persone si pongono. Allora ben venga quell’”armata branecaleone” oggetto del libro di Chiaberge, Lo scisma, che ho sentito presentare qualche tempo fa a Pesaro e che dà voce a coloro i quali, nel quadro del sentimento cattolico, svicolano dai dogmi. L’Autore rispondeva alla mia domanda sulla capcità perturbativa di questi personaggi richiamando un possibile Concilio Vaticano terzo (?). Io mi accontenterei di un po’ di profondità in più.

A noi, impiegati dell’Università, si chiede, giustamente, qualità della ricerca e della riflfessione ma forse questa richiesta dovrebbe essere diffusa ad altri settori della società.


Per Pasqua il blog vive di vita propria. Bilanci a parire da un vecchio post.

aprile 1, 2010

L’anno scorso, di questi tempi, scrivevo il post sul Gesù di Nazareth di Zeffirelli. L’intento era quello, in accordo con la linea del blog nel suo complesso, di buttare giù qualche idea sull’immaginario e sul modo in cui a mio avviso quel particolare prodotto culturale ha segnato una certa forma di rappresentazione della figura di Cristo nonché una forma di affezione verso quell’immagine. Da noi. Territorialità e meta-territorialità dell’immaginario per farla breve.

Bene. Da allora il post ha ricevuto 419 commenti. Un successone per quanto mi riguarda. Se non fosse che la maggior parte dei commenti abbia preso una deriva che, apparentemente, non c’entra più niente con il post originario. Sembra essere insomma diventato un pretesto, un luogo di accoglienza, per chi evidentemente ha voglia di esprimere il suo credo religioso o per chi trova una buona occasione per criticarlo. La semantica religiosa ha avuto la meglio sulla lettura comunicazionale che ne avevo dato io.

Slogan accorati e insulti (da una parte e dall’altra) si avvicendano in una sorta di thread che mi ha quasi appassionato.

La comunicazione non ci appartiene. Una volta lanciata come “atto del comunicare” non può che sganciarsi – autosollevarsi (bootstrap) – per essere attualizzata nella “compresione” e di conseguenza nella produzione di “informazione” del singolo lettore. Il circuito si attiva così in maniera autonoma e va per conto suo. Un meccanismo sempre affascinante devo dire.

Mi chiedo: ci saranno dei blog a sfondo religioso, dei luoghi in cui credenti da un lato e non credenti dall’altro possano ribadire e difendere le loro idee. Ma allora perché è successo proprio qui? A partire da una piccola riflessione, anche ironica, su una serie televisiva? Mi viene da pensare, e si chiude il cerchio, che proprio quel film lì, nell’immaginario nostrano, sia stato capace di rappresentare uno scenario efficace. Efficace dal punto di vista simbolico.


Balla che ti passa. L’8 marzo e la sua inutilità

marzo 8, 2010

Non è che me ne freghi molto dell’8 marzo però la puntata di oggi di Tutta la città ne parla, Radio3 condotta dall’intelligente e garbato Giorgio Zanchini, mi ha convinto a lasciare una traccia qui. A partire dal tema lanciato da un’ascoltatrice di Prima Pagina che sottolineava l’opportunità di non considerare questa ricorrenza una festa ma un’occasione di riflessione sulla condizione femminile, in Italia, passando per gli interventi delle ospiti della trasmissione, fino ad arrivare al silenzio degli studenti quando oggi in classe chiedevo quale fosse a loro parere l’immaginario femminile dominante da noi, c’è una linea di continuità che fa pensare.

I temi sono quelli noti: il lavoro, la maternità, la politica, il corpo. Ma c’è una cosa che mi colpisce sempre e che riguarda quelle forme becere dell’immaginario (avevo iniziato qui ma ce ne sono 7) che hanno caratterizzato i post seriali che ho smesso di scrivere per questioni di ridondanza. Come dire: alla lunga non dicevano niente di più di un dato verso il quale sembriamo essere assuefatti e assuefatte.

Chiara Saraceno diceva che se fosse più giovane, e forse non esserlo più tanto per alcune può essere un buon momento per tirarsi fuori, sarebbe disperata o quanto meno depressa. Anche io lo sono. Senza contare il fatto che oggi mi si è sbeccato il gel rosso sulle unghie.


Sex Sells. Pensieri “irrisolti” dopo la GGD di Bologna

febbraio 14, 2010

C’è poco da fare ma di tutte le cose che hanno riempito il mio sabato 13 febbraio 2010 quella che mi è rimasta più impressa è lo speech di Irrisolta Confusa alla GGD di Bologna.

Il tema? Il blog erotico. Al femminile ovviamente. Perché la seduzione passa attraverso quel potere dell’erotizzazione e del corpo femminile che per Morin (sì lo so lo chiamo sempre in causa) è stata ed è una delle forme prevalenti (vincenti) dell’industria culturale.

Un potere che dalle parole – dette non senza una intelligente nota di auto-ironia – di Irrisolta passa attraverso alla forma della scrittura del blog dall’immaginario dei media, appunto, all’appropriazione spavalda della semantica erotica. Non importa che sia autobiografico, non è dato sapere perché qui, così come succede nella letteratura, ci troviamo di fronte a un’interessante e “irrisolta” ambivalenza che dipende dal contenuto del blog. Da un lato abbiamo l’idea che si tratti di biografia “vera”, che magari ci mette un po’ a disagio pur sapendo che è lì per essere letta potenzialmente da tutti, ma dall’altro lato sappiamo che si tratta di vissuto comunicativo cioè di un racconto biografico di un autore/lettore che si espone (tanto la sincerità è incomunicabile) e che si legge. Insomma alla fine resta un’operazione letteraria. Per l’immaginario.

E questo mi sembra un merito anche se io declino l’invito e un blog erotico non lo scriverò mai anche se sarebbe di sicuro molto più letto di questo.