Bye bye viaggio. Incontri speciali per l’epilogo della “mia” Sociologia del turismo

gennaio 16, 2010

Si chiude un ciclo per me, quello che in questi anni grazie al corso di Sociologia del turismo, a certi suoi studenti e agli incontri con alcuni ospiti di particolare riguardo (oltre ai seminari di Roberta e Giovanni da cui ho imparato un bel po’ rimando ad esempio qui , qui e qui), è stato caratterizzato dallo studio sul viaggio e il suo immaginario. E dall’interesse che si è poi rafforzato per questi temi e di cui, grazie anche alla partecipazione ad alcune ricerche del LaRiCA, ho cercato di dar conto principlamente in questo blog e nel volume In viaggio. Comunicazione, immaginario e pratiche del turismo contemporaneo.

Sono quindi contenta che mi accompagnino alla chiusura del corso gli ultimi due ospiti cui tengo molto.

Lunedì 19 gennaio 2010, alle ore 11.00 Pier Pierucci, direttore creativo di Aquafan e figura cui noi riminesi uderground siamo molto riconoscenti, si confronterà con i pochi ma interessati studenti, su il senso di quei “segnali deboli” che si fanno percepire, o meglio che certi sguardi attenti possono cogliere, in uno spazio terzo (?) come Aquafan. Non solo offerta di svago quindi ma immaginari emergenti che possono essere carpiti e magari capiti nei luoghi “sacri” nel senso di “separati” del divertimento. Come LaRiCA abbiamo alle spalle una bella esperienza di ricerca, che abbiamo presentato e che sarà pubblicata a breve.

Martedì 20 gennaio, sempre alle 11.00, Monica Domeniconi – che guarda caso abbiamo conosciuto all’ultimo convegno di Sociologia Visuale dedicato alle declinazioni dell’idea di paesaggio – ci permetterà di riflettere ancora sull’immaginario e sull’identità dei luoghi a partire dall’iconografia del territorio irlandese. L’immagine qui sopra rimanda al lavoro di Sean Hillen, che gli studi di Monica mi hanno fatto conoscere. La tradizione del collage unita alla pratica del fotomontaggio e del “cut&paste” trova in questo artista, e nelle rappresentazioni usate anche per le campagne promozionali per l’Irlanda, un esempio interessantissimo di affrancamento dalle maglie stringenti del rappresentazionismo verso l’immaginario performativo e verso un’esperienza sempre possibile altrimenti delle immagini.


Non è mai “Too Late”. Riflessività e politica nell’Antigone di Motus

dicembre 10, 2009

Too Late il secondo contest di Motus per lo studio su Antigone la figura femminile che sfidando Creonte e la ragion si stato nella tragedia di Sofocle diventa l’esempio della lotta fra autorità e potere, ma anche conflitto generazionale (e di genere mi verrebbe da dire).

L’impianto scenico che ci vedo io è quello della ritrovata forza espressiva, del corpo, della performance. Del pubblico intorno che vede quello che vede ed è vicino, prossimo alla scena. E c’è tutto un dentro/fuori fra il testo gli attori che recitano da attori dove le biografie personali e di tutti diventano parte del testo. E così si esprime una naturalezza tutta giovanile. Veramente bravi e credibili Silvia Calderoni e Vladimir Aleksic.

Quello che a me pare di cogliere e che ho bisogno di tenere a mente è la relazione fra l’urgenza di “realtà” che Motus oggi esprime, senza paura di rimandare a nomi e a fatti della nostra attualità politica e culturale. Quella che appunto ci chiede di fare a meno di tutta sta’ ironia che c’è poco da ridere, e di agire in qualche modo.

Il luogo della riflessività che era già della tragedia greca, mezzo di intrattenimento ma anche rito collettivo e di “pubblico addestramento”, mi sembra volersi fare qui gesto epico e politico. Così com’era politico il teatro del Living, che a sua volta usava la versione brechtiana, citato non solo dal manifesto e dell’Antigone attaccato sotto al tavolo in scena ma evocato dal titolo Too Late. A me così i conti tornano.


La passione (di Carmen) secondo Emma Dante fra opera in schermo e vecchie audience

dicembre 7, 2009

Ho visto la diretta della prima della Carmen di Bizet alla Scala di Milano trasmessa al cinema Tiberio di Rimini. Per una volta mi sono sentita sotto l’età media. Quello che abbiamo visto è la versione televisiva quindi caratterizzata dai piani di ripresa che sottolineano le scelte di regia con la possibilità di vedere frammenti e tagli di immagine che il paludato pubblico della Scala non può certo aver visto. Ma anche figure d’insieme, come gruppi scultorei e scene di gruppo, di grande impatto visivo e per qualificare il lavoro sul piano dell’immaginario (la Sicilia evocata) che rende riconoscibile la cifra espressiva della Dante.

Pochi commenti perché si leggerà tanto in giro. Grande Emma Dante perché ha colto il senso dell’opera d’arte totale rendendo teatrale un’opera che ha nella musica e nel canto il suo fulcro. Un’opera a sfondo passionale (nell’affascinante dialettica fra sacro e profano) reso benissimo anche dagli interpreti molto bravi anche dal punto di vista attorale e “corporeo”. Mi veniva in mente il mito del giovane teatro di Barthes con gli attori che devono soffrire per gratificare il pubblico. Ed effettivamente era un po’ così. Forse è stata fischiata per questo. Ma gli imbecilli devono esistere altrimenti le differenze chi le coglie? Ed era bellissima, elegantissima quando sorretta dal maestro Daniel Baremboim è uscita per gli applausi e i buu.

Fra nervoso e divertimento mi restano i commenti della gente intorno a me. Nella sala del cinema. Un vecchio pubblico televisivo che commenta o ridacchia sullo sgabello del direttore d’orchestra, sulla sua giacca e bretelle (un mito), che esulta quando vede la Aspesi fra il pubblico, che commenta e spiega le scene (tipo quella del terzo atto: sembra un burca che sembra una pannocchia…), oppure durante la scena con Carmen e le due zingare che leggono le carte: uh guarda le Yavanna! (solo che questa l’ha detta mio babbo), il vestito e lo smeraldo della Moratti, l’elenco dei nomi dei presidenti tranne quello di Napolitano (l’unico che fosse lì), il costo delle poltrone (2.500 euro). Qualcuno racoccontava dietro di me di aver visto, come me, la puntata di Che tempo che fa dedicata all’opera. Ho sentito frasi del tipo: sì dai c’erano tre maestri questo (traduco: Baremboim) e… Marcorè (a chi si riferiva: a Pollini? Abbado? Yovanotti?). C’è anche chi ha applaudito durante l’Inno d’Italia.

Però è così. Siamo ancora un pubblico di massa. Televisivo. Nonostante tutto ci siamo presi la briga di stare 4 ore, con pause di 30 minuti fra un atto e l’altro) in un cinemino a guardarci una cosa bella e a sentire un’esecuzione che a me è parsa mirabile. Anche perché l’opera lirica, nonostante il modo in cui la si concepisce oggi, ha un suo bel carattere “pop”. Male non farà. Meglio che vedere “dal basso” il sedere della valletta di Papi.


Va dove ti porta il network. Conversazioni e altro ad AHAcktitude

dicembre 2, 2009

Dopo l’uscita del libro del LaRiCA Network Effect e soprattutto, per quanto mi riguarda, la stesura del mio pezzo sugli Stati di creatività diffusa sento l’esigenza di sapere di più e di stare in contatto, o meglio “networked”, con chi ha a che fare veramente con certe realtà espressive. E’ il motivo per cui sono andata ad AHActitude 2009, a Milano, sabato 28 novembre. Speravo ad esempio di incontrare Tatiana Bazzichelli, colei che ha fondato la mailing list AHA e che ha scritto Networking. La rete come arte. Mi sarebbe piaciuto incontrare, insomma, gli autori di opere e scritti da cui ho preso molto per il mio. Anche Giacomo Verde che c’era ma che non ho visto. Alex Giordano, che non a caso è uno che intercetta, invece l’ho visto e con piacere.

Nonostante l’esperienza degli anni di formazione non ho una gran simpatia per il clima freddo e fumoso dei centri sociali (che strane idee della legalità…) e non mi piace tanto un certo atteggiamento “mi faccio un gran viaggio” che osservo ma tant’è… Il bilancio è comunque positivo. Per diversi motivi. A cominciare dal fatto che il viaggio è uno dei miei temi :-)

Tommaso Tozzi, figura di spicco della netart italiana, ha presentato wikiartpedia. Strumento generato dagli studenti dei suoi corsi che presenta delle potenzialità interessantissime. Wikiartpedia fa il punto, o se non lo fa ancora potrà sicuramente farlo, sull’arte tecnologica che, appunto perché sta lì con autori, opere, “generi”, ecc., trova la sua ulteriore legittimazione per via comunicativa sgombrando il campo dall’inutilità della domanda su cosa sia arte e cosa no in nome di un’arte in continuo divenire, come operazione politica di libertà, uguaglianza, fratellanza, accesso.

Si è parlato anche un po’ dell’arte in SecondLife e così ho anche conosciuto, finalmente, di persona Marco Cadioli aka Marco Manray di cui ho ancora in mente, perché ci sto lavorando su, l’interessantissima intervista realizzata per il progetto Lucania.

C’era Luisa Valeriani e un testo che mi devo assolutamente procurare non fosse altro perché si occupa di Performers in un’ottica, così mi sembra di capire, di estetica e performatività diffuse molto vicine anche alla mia ricerca.

E infine l’incontro con Gadda insieme a Regina e Pink  sullo Steampunk nato nel 1990 con The difference engine di W. Gibson e B. Sterling. Una “lezione” piuttosto interessante e utile sull’immaginario e su una certa deriva catastrofica – e forse anche catastrofista – che dal lato delle forme estetiche (letteratura, cinema, fumetto) trovo affascinante mentre dal lato della deriva ideologica e politica non mi interessa sebbene l’idea dell’esistenza di immaginari contigui – fantascienza e sogno della trasformazione sociale – non sia male. Su questo si possono vedere Steampunk Magazine e Collane di Ruggine.

Sta di fatto che evidentemente quel tipo di rappresentazione legata al mondo anglosassone dalla Londra vittoriana, da Dickens, al clangore industriale e apocalittico che tanti ha ispirato si unisce alla tentazione simbolica di mischiare non tanto il futuro – della fantascienza ad esempio – con il passato e le sue forme come nel fantasy ma di inserire nel passato gli elementi del futuro e di rimandare, su un altro versante al no future del punk e alle sue derive cyber. Ma di questo ho molto parlato dopo con Claudia che era con me.


La socievolezza delle reti socievoli. Roba seria.

novembre 22, 2009

Che anche l’accademia, sì lo so è parola trombona, serva a qualcosa per parlare di qualcosa che ha a che fare con delle dinamiche evolutive che passano altrove mi sembra il risultato principale del convegno che abbiamo chiuso venerdì 20 alle 18.30. Che a modo suo continua nelle mail che riceviamo, nei commenti su FB, FF, ecc. ma che soprattutto è stato dimostrato dalla presenza spontanea e interessata delle persone e degli studenti. Ma lo abbiamo capito: il faccia a faccia non scompare declinando piuttosto in altre forme della socievolezza.

Sì perché se dalla mirabile lezione – non saprei come altro chiamarla – di Paolo Jedlowski capiamo l’irrinunciabilità della teoria e delle comparazioni di contesto (storiche anche e chi c’era non dimenticherà il riferimento ai caffè ottomani e allo adda bengalese) per inquadrare il fenomeno che stiamo osservando e cioè il social web. Se quindi la socievolezza già nella lettura di Simmel si è sviluppata come forma pura senza un fine al di fuori di sé se non il piacere dell’associarsi fine a se stesso è anche vero che senza esserne la base di sviluppo la socievolezza è tracimata nella sfera pubblica, cioè in un contesto emergente dalle argomentazioni su contenuti ritenuti di interesse generale. Un quadro in cui si possono osservare non solo le tendenze di razionalizzazione strumentale del moderno ma le controtendenze “dal basso” che la stessa modernità ha prodotto nei suoi “luoghi terzi”. E’ da qui allora che le riflessioni più esplicitamente centrate sulla dimensione mediologica di Alberto Marinelli e di Giovanni trovano degli ancoraggi per me particolarmente interessanti. Cose di cui parliamo parecchio e che Giovanni sa mettere sul piatto molto bene: cambiamento del senso di posizione nella comunicazione, contingenza e rinvio sono le parole chiave (per me). La nostra disponbilità alla comunicazione, più o meno consapevole, è il modo per incarnare la contingenza e rendere le coscienze “sempre più” base riproduttiva della comunicazione e del senso sistemico, sociale, centrato sul rinvio e sulla logiche della differenza senza valore. Eccerto (per dirla alla GG) se la base della socievolezza è la forma e non il contenuto… Eppure io mi dico che da qualche parte l’urgenza, umana, di elaborare l’esperienza e il legame sociale a partire dal valore della differenza ci deve essere. Chissà dov’è? Nelle opzioni di privacy? Nelle scelte di condividere solo certe cose? Nella capacità di distinguere livelli di friendship? Nella pertinenza degli argomenti che si trattano? Nella competenza? A qualcosa ci pensa l’arte, ma è un altro discorso…

I contributi dei workshop, troppi e troppo interessanti per elencarli qui, mi rimandano a una questione, discussa a caldo con Nicoletta, di ordine metodologico e teorico. La ricerca serve, e molto, affinare le metodologie anche perché abbiamo a disposizione un fenomeno che si dà lì – ricercabile, scalabile, ecc. – come dato da costruire e interpretare in maniera assolutamente inedita. Quello che serve però è capire bene l’oggetto, farsi la domanda giusta. E noi forse ci stiamo chiedendo ancora quale sia la domanda. Una sfida da raccogliere.

La dimensione social del convegno? Niente male per me. Grazie a tutti. Bravi tutti :-)

E comunque ho sentito la mancanza di alcune persone (professori, colleghi, amici) che se ci fossero state avrebbero fatto una differenza (di valore).


Viaggi di novembre. Note qua e là per ricordare

novembre 19, 2009

A novembre, non è solo una canzone un po’ bruttina ma di successo della Giusy Ferreri, ma il riferimento ad alcune situazioni, eventi diciamo, importanti almeno per me.

Il concerto dei Massive Attack a Milano. Quando l’uscita di pochi pezzi porta alla performance dal vivo. In questo caso poco ammiccante e molto bella. Al di là della musica e della sua meta-territorialità (emotiva) l’idea di “localizzare” la performance con l’enunciazione negli schermi di eventi e fatti che ci riguardano, a cominciare dal disarmante caso Cucchi, mi sembra una strategia interessante, da tenere a mente insomma.

La visita alla Villa Reale di Milano con la mostra di Longoni. Un allestimento circolare, narrativo, con i quadri esposti in modo da vederne il retro e localizzarne, parola che torna, gli spostamenti e quindi individuarne la storia, il tragitto. Insomma, lo dice il suo curatore: un’installazione. Oltre alla vicenda di Longoni stesso e alla concezione del paesaggio di montagna che porta sempre più in alto la pittura, sia metaforicamente sia fisicamente grazie all’apertura della ferrovia ai tempi… E c’è anche Segantini infatti. Il tutto in ottima compagnia.

A Venezia, appena in tempo per vedere In-Finitum al Palazzo Fortuny. A parte la giornata memorabile – ma sono fatti personali – l’allestimento per analogie di forme e contenuti, come scelta estetica e di concetto, sostanzia sia un percorso di viaggio, diciamolo pure, sia una concezione di allestimento non discalico e museale ma piuttosto drammaturgico e ragionato.

Domani invece siamo qui al convegno Le reti socievoli. Fare ricerca sul/nel web sociale dove verrà presentato il libro del LaRiCA, Network Effect. Quando la rete diventa pop. Vedere qui. Il mio contributo è Stati di creatività diffusa: i social network e la deriva evolutiva della comunicazione artistica. Chissà se si capisce da quale film ho preso spunto per il titolo… Io ringrazio qui gli autori delle cose che sono state fondamentali per redigerlo. E che spero di non aver mai frainteso.

Il 25 i Depeche Mode a Bologna. Poi si vedrà.


La forma come contenuto. Due bei casi di teatro contemporaneo.

ottobre 12, 2009

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Sebbene debba tristemente ammettere che la pazienza del pubblico pagante “normale” del teatro sia messo duramente alla prova dall’organizzazione di pur bei festival come Vie di Modena, devo dire anche che a me, grazie alla possibilità di spendere la immeritata carta di docente di teatro e spettacolo, le cose vanno meglio. In ogni caso, sia io sia i miei accompagnatori, abbiamo visto due interessanti spettacoli sabato.

Il primo, che titola come nell’immagine, è della compagnia belga Ontroerend Goed/Kopergietery e lavora sull’adolescenza e le sue rappresentazioni portando in scena soltanto attori “autenticamente” teenager. Un modo ironico, ma non troppo (a parte le risate del pubblico che io di solito non capisco), di riflettere sui clichè che gli adulti usano per interagire ma anche per rappresentare gli adolescenti, come se non lo fossimo stati tutti poi.

Mi ha ricordato un po’ l’anti danza di Jerome Bel, e perciò una spinta nella deriva più propriamente performativa della performance teatrale. Dal punto di vista della composizione visiva si è trattato di un lavoro abbastanza potente. L’immaginario, ci dicevamo fra noi, sembra di gusto molto “francese” il che non guasta visto che qualità visiva – della comunicazione per immagini appunto – oscilla sempre fra la localizzazione dell’immaginario e la sua meta-territorialità.

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Di immaginario decisamente giapponese e contemporaneo il lavoro, per me raffinatissimo, di Toshiki Okada, Hot pepper, air conditioner and the farewell speech. Un modo ironico, ma non troppo (a parte le risate del pubblico che io di solito non capisco), di riflettere sui clichè legati alla vita aziendale e alle logiche che caratterizzano il lavoro e la sua precarietà. Qui l’accordo pragmatico fra contenuto e gesto, corporeità, danza è la chiave dello spettacolo. Non i testi per quello che dicono – tanto che si tratta di frasi scarne, che si ripetono tanto per sottolinearne la quasi inutilità fino al discorso di commiato delirante dell’ultima impiegata interinale licenziata – quanto per quello che i performer fanno in armonia con i ritmi del testo e con il carattere del personaggio che lo parla.


Stalking, quando la semantica dei media va a segno

ottobre 5, 2009

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Chi l’avrebbe mai detto che la parola stalking e il riconoscimento anche giuridico del fenomeno sarebbero rientrati nel mainstream e nel linguaggio comune? Bè lo avevano detto i media che si sono inventati una parola d’effetto per descrivere quanto la psichiatria cominciava a definire come una particolare patologia della relazione. Chi ha letto L’amore fatale di McEwan ricorderà, oltre la storia, l’appendice sulla sindrome di de Clerambault, che faceva luce su questo tipo di fenomeno. Di grande appeal anche per il cinema. Tanto per citare un film: Attrazione Fatale. Ma ce ne sono anche altri. Senza contare poi che le prime “vittime” dello stalking sono le star e i personaggi famosi, dal caso celeberrimo della Hingins a Madonna, il che appunto fa di questo fenomeno un tema ghiottissimo per i media e per i suoi criteri di notiziabilità anche quando riguarda la gente comune. Ne ho scritto anche io grazie all’opportunità – dall’amico Gian Maria Galeazzi e Paolo Curci dell’Università di Modena e Reggio che se ne occupavano da tempo insieme agli esperti delle università straniere – che mi è stata data addirittura nel 2004, di studiare e osservare un po’ la cosa. I risultati si trovano nel volume Stalking e nel congresso internazionale tenutosi a Modena.

Oltre alla dimensione mediale – e alla semantica dello stalking che ne deriva – l’aspetto interessante è dato dal carattere relazionale della patologia. Cioè dal modo in cui si connota comunicazionalmente: tant’è che – così come succede per la comunicazione – è il destinatario delle attenzioni dello stalker che fa emergere lo stalking. Come dire: finché non c’è la percezione vittimologica, l’auto-osservazione di sè come vittima (cioè la comprensione della differenza fra atto del comunicare e informazione) non c’è reato, non c’è stalking.

Ecco allora che se adesso la possibilità dello stalking si trasferisce su Facebook, dalla notizia di oggi che ha ispirato questo post, i conti teorici ed empirici non possono che tornare.

Solo spunti. I post mi piacciono corti.


Memoria, generazioni, media. Un’eterna ghirlanda brillante?

settembre 20, 2009

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A parte il riferimento all’Eterna Ghirlanda Brillante del Godel, Esher, Bach di Douglas Hofstadter che casualmente mi ritrovo in questi giorni a riprendere in mano, vorrei provare qui a fare un piccolo lavoro di restituzione delle relazioni presentate al panel Memoria e Generazioni del convegno Media + Generations svoltosi all’Università Cattolica di Milano l’11 e il 12 settembre scorsi.

A ben vedere poi il titolo non è così peregrino perché le relazioni presentate – ma tutto il convegno in generale e la ricerca che ne è alla base mi sembra lo confermino – possono essere interpretate a partire da una sorta di funzione che correla i media, le generazioni e la memoria. Cioè: se i media sono la memoria della società e se riguardano anche quei collettivi immaginati che chiamiamo generazioni, allora il rapporto fra questa memoria e le generazioni va vista nei modi in cui questa memoria, attraverso i media, viene articolata e ridefinita in termini generazionali. Sì insomma una correlazione che tende all’infinito.

Certo, mi faceva presente Roberta che lavora sulla memoria, che la differenza fra memoria collettiva e culturale (nei termini di Halbwachs e poi dei due Assman giustamente citati nelle relazioni), nonché (e questo mi interessa più di tutto) fra memoria e ricordo. Che mi viene da tradurre in termini di riflessività, di accoppiamento fra media e vissuti.

E’ il caso delle Mediateche domestiche oggetto dell’analisi di Olimpia Affuso e Simona Isabella che si interroga sul “senso del conservare” nel passaggio verso le memorie leggere degli archivi digitali. Ma l’aspetto più interessante mi sembra vada colto nel rapporto fra memorie d’uso e “oggetti mnestici” che prescindono dall’uso per potenziare il valore simbolico che viene negoziato dentro la casa, fra i suoi membri, in chiave generazionale.

Il teatro di narrazione di “seconda generazione” è il tema di Laura Peja che avanza un’interessante ipotesi sulla ricerca espressiva e sulle “urgenze” degli esponenti più giovani di questo genere di teatro (Celestini, Enia, Perrotta). La funzione testimoniale e documentaria – informativa – che ancora sembra caratterizzare ancora il lavoro di Paolini si traduce in esperienza più personale in questi autori e in una forma che tende al recupero del racconto mitico della cultura orale. La teoria della performance e la dinamica riflessiva della performance culturale possono essere le leve per affondare questa intrigante – per me sicuramente – tematica.

Ancora nei termini del rapporto fra vissuto (generazionale) e media mi sembra si orienti La videonarrazione autobiografica come risorsa memoriale di Maria Soldati. Nonostante il progetto di ricerca azione e del lavoro di comunità che ne è il risultato quello che mi sembra centrale è la messa a punto di un saggio visuale che metta insieme drammaturgicamente il racconto biografico – e quindi il ricordo - con la ricostruzione di una vicenda collettiva (ad esempio l’immigrazione) attraverso uno strumento – la videonarrazione – adatto alla spettatorialità e alla consapevolezza (mediologica) di agire “come” e “per” la spettatorialità.

Mi sono chiesta, e l’ho chiesto anche ad Elisa Soncini, se ci fosse una provocazione “trasmissiva” nell’intervento Testimonianza mediali e legami intergenerazionali: il ruolo dei media nella trasmissione della memoria. Un lavoro bello fra memoria comunicativa e memoria culturale, fra anziani e giovani chiamati a confrontarsi sulla visione comune di “testimonianze mediali” centrate su eventi del passato. E qui viene anche a centrare parecchio l’immaginario collettivo, supportato dai media ovviamente (dal cinema neorealista a eventi marcatori – e mediali – come lo sbarco sulla luna) oltre e a prescindere dal racconto dei testimoni. Mi viene da dire che se il ricordo non si trasmette sono di certo interessantissimi i meccanismi che permettono di attivare la riflessività ossia una dinamica di produzione dell’informazione, anche sul passato, e su un passato che non è direttamente il proprio, e forse un dialogo intergenerazionale che vale la pena sondare.

Infine, in ordine di presentazione, la lettura semiotica di Matteo Treleani che concentra la sua attenzione su La costituzione della memoria negli archivi video online, a partire dal confronto fra YouTube e Ina.Fr. Mi intriga l’applicazione dello schema lettore-modello/lettore-empirico di Umberto Eco che diventa qui utente-modello/utente-empirico. Ma l’analisi è ben più raffinata, non ricostruibile qui, perché compara i modi di funzionare dei due siti facendo leva sia sulla loro destinazione di target (potremmo dire) – i giovani per YouTube e gli adulti per gli Archives pour tous dell’Ina – sia sui modi di costruirsi come archivi e di inscrivere perciò un utente e un modello di navigazione nella memoria collettiva. Se YouTube costituisce un’espereinza frammentaria e contingente, più adatta all’utente empirico giovane mi sembra di capire, Ina.Fr produce la messa in scena di un percorso di rintraccibilità della navigazione che esprime anche una diversa attualizzazione della memoria, una maggiore valorizzazione del passato. Mi chiedevo se uno schema ancora legato al lettore – un concetto moderno – fosse applicabile a strumenti che segnano una svolta cruciale per il senso di posizione nella comunicazione del pubblico/utente. Matteo risponde di sì, anzi di più. Io non lo so. Ma la sfida cognitiva è interessante.

Non riesco a rendere merito della discussione nel panel, grazie anche al contrubuto di chi è venuto a seguirlo. Ma si sa, ci sono delle cose che succedono dal vivo e che mantengono la loro unicità per lo meno nel ricordo di ognuno e nel senso che ne darà.


Patrik Swayze e Dirty Dancing. Non serve metterli nell’angolo della cultura alta

settembre 15, 2009

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Tanti anni fa una mia amica mi fece un racconto che trovai comicissimo e che riguardava quello che lei definiva il film più brutto che avesse mai visto. E fu così che casualmente una sera mentre preparavo l’esame di francese mi trovai a guardare quel film, che per chi non l’avesse capito è Dirty Dancing, con l’animo predisposto a trovarne tutta la ridicolaggine di cui cui avevamo tanto riso. Mio malgrado mi appassionai a quel film d’amore. Tipico prodotto dell’industria culturale. Perfetto nelle dinamiche e nei ritmi di cui poi avrei studiato le sfacettature. Ad esempio nel sempre da me evocato Edgar Morin.

Ma il film mi fa oggi buon gioco durante le lezioni di sociologia del turismo. Un buon esempio, che comunque la maggiorparte degli studenti riconosce, per osservare quella forma del turismo organizzato nella quale, a partire dalle antiche stazioni termali per arrivare alle forme di residenza e villaggi turistici moderni (come quello del film appunto),  i villeggianti sperimentavano la doppia morale: norma e trasgressione. Un caso utile anche per quei sociologi del turismo – tipo Mac Cannel o Choen – che sulla scorta di Erving Goffman hanno identificato le dinamiche del turismo di massa nel passaggio dal front stage al back stage, dalla rappresentazione agli espedienti finzionali creati ad hoc e nascosti agli occhi del turista. E così avvicendarsi nel backstage vuol dire per Baby superare la soglia che porta al mondo nascosto, ben più eccitante, e trasgressivo dei ballerini e poi, che è la cosa che conta, dell’eros vissuto come rito di passaggio all’età adulta. E l’officiante di questa iniziazione era proprio lui. Patrik Swayze.