Nelle ferite della contemporaneità. Lingua Madre di Lola Arias

di Francesca Giuliani

ph Stefano Triggiani

La prima volta che vidi un lavoro di Lola Arias fu durante l’ultimo periodo di lockdown del 2021 all’interno del cartellone online del teatro Maxim Gorki di Berlino: Furtureland è il titolo della pièce, una docu-science fiction che prende a modello di costruzione drammaturgica il gaming per raccontare, attraverso alcuni adolescenti migranti in Europa, di come questa e i paesi che la costituiscono, nel caso particolare la Germania, “giochino” con le vite di chi è costretto ad abbandonare il suo paese. In questo caso il titolo è emblematico perché se fa presupporre che quello del quale gli adolescenti in scena racconteranno è il paese che accoglierà il loro futuro, man a mano che si entra nella narrazione si comprende bene come la storia sia un’altra perché le leggi della nazione ospitante costringono quei ragazzi non tanto a immaginare un futuro alternativo quanto piuttosto a negarselo. La regolamentazione tedesca, infatti, prevede che tutti i minorenni extracomunitari non accompagnati siano in stato di protezione statale fino al raggiungimento della maggior età, poi non resta che fingere un’altra età o superare delle prove da novelli eroi del game contemporaneo per avere garantita la possibilità di restare.

ph Stefano Triggiani

Anche Lingua Madre, il titolo dell’ultimo lavoro della regista argentina, ideato nell’ambito di Atlas of Transitions – progetto curato da Piersandra Di Matteo che è anche dramaturg dello spettacolo – e presentato all’Arena del Sole di Bologna in occasione della rassegna Matria. Immaginari della maternità contemporanea, mette in campo una simile sfumatura interpretativa. Ad una prima lettura, una spettatrice o uno spettatore, conoscendo la tematica del lavoro legata appunto all’indagare il tema della maternità oggi, fa sicuramente riferimento al fatto che la lingua della madre, la stessa voce e le sue vibrazioni, siano parte fondante nella costruzione identitaria della persona futura. Ma nella logica dello spettacolo quella lingua madre che è la voce che ti viene data è traslata nel dar voce a quelle storie che non vengono raccontate quando si parla di maternità. I protagonisti di questo spettacolo portano in scena il racconto di una maternità svincolata dalla dimensione biologica, una storia fatta sì di natura ma anche di cultura, di artificialità e tecnica scientifica e attraverso le loro esperienze parlano da una parte delle pratiche che contribuiscono a scardinare quell’immaginario piuttosto semplificato e semplificativo che sta attorno all’idea di madre, dall’altra di politiche che non sono pronte a gestire quel cambiamento che è già in atto da tempo – tra l’altro, mentre scrivo il Ddl Zan non passa in Senato. Questa enciclopedia sulla riproduzione del XXI secolo si scrive in scena con le esperienze reali vissute da otto degli undici cittadini bolognesi che hanno partecipato alla costruzione del progetto insieme a Lola Arias e ad antropologi e doule, psicologi e medici che si sono occupati di fecondazione assistita. Come succede sempre nel teatro della regista argentina la logica della microstoria serve a mettere in discussione la Storia, cercando nelle vite singole e singolari gli elementi di continuità e mutamento nascosti dietro i modelli sociali tradizionali.

ph Stefano Triggiani

In scena ci sono una madre che ha fatto ricorso alla fecondazione assistita, una coppia lesbica che ha avuto un figlio grazie al supporto di un amico, una ragazza cattolica che è diventata ragazza madre dopo il primo rapporto sessuale, una donna migrante che ha avuto un figlio solo per tentare di fare accettare l’ingresso del marito in Italia e nel nuovo paese ha trovato anche un altro figlio, una coppia gay che ha deciso di affittare un utero dove la legge lo permette e tutela queste pratiche, un uomo che ha partorito due figli prima di iniziare la transizione da femmina a maschio, una donna che ha partecipato alle lotte a favore dell’aborto e una donna che non sente il desiderio di avere figli. Tutte queste storie non vengono messe in scena come stereotipi di una tipologia di genitorialità ma piuttosto le biografie si stratificano attraverso una tessitura complessa e poetica di documenti e parole, immagini e filmati, musiche e coreografie. Siamo così davanti a una sorta di teatrino anatomico dove ad essere indagato non è tanto un corpo, anche se poi di corpi si tratta, ma una precisa idea che si sviluppa drammaturgicamente attraverso vari capitoli quali ad esempio la famiglia, l’aborto, il sesso. La struttura a due piani che occupa il palco richiama l’immaginario delle Wunderkammer cinquecentesche dove la naturalità di alcuni reperti si unisce senza soluzione di continuità all’artificialità degli strumenti medici e di altri suppellettili. Passando dalla Biblioteca dell’Archiginnasio, che al suo interno ospita anche un teatro anatomico, al Museo di Palazzo Poggi, che si sovrappongono nelle immagini proiettate sugli schermi in alto, il palcoscenico si fa piazza, luogo di comizio e di convivio, si fa discoteca per un primo incontro e sala parto per far spazio a una narrazione che riflettete sulla possibile esistenza di altre maternità e su come rendere visibile il desiderio di tutt* di essere madri e di non esserlo.

ph Stefano Triggiani

Si potrebbe ora andare al tema del teatro partecipato, parlare del teatro del reale, che sono alcuni dei filoni artistici all’interno dei quali si inserisce questo lavoro, ma quello che forse è necessario sottolineare è come non venga semplicemente portato in scena un non-attore come documento vivente della sua storia, ma come quella ricerca, che si è strutturata in un lungo processo di condivisione drammaturgica e scenica, sia stata inevitabilmente “trasformativa” per ognuno dei partecipanti che, con una presenza da attori, portano in scena il loro corpo, la loro storia e lo fanno anche grazie alle storie degli altri che li attraversano.

Alla fine, lo sguardo si apre su una dimensione cyber-scientifica di corpi mutati e mutanti mentre in sottofondo si canta lo Stabat Mater, e in questo, che è un inno, sembrano risuonare le parole di Donna Haraway (2019) «né madre né curatrice, né schiava né matrice, la natura non è risorsa o mezzo per la riproduzione dell’uomo. La natura è, strettamente, un luogo comune».

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