La Passione oltre la fede per la conoscenza. Un appuntamento mancato

Per chi ha avuto, come me, una buona educazione religiosa il pensiero della fede non è residuale. Per cui, nonostante tutto, ci sono degli eventi cerimoniali ai quali provo ancora a partecipare. La Messa della Passione di Cristo è uno di questi. E così oggi sono andata nella Cattedrale di Rimini per seguire e sentire un momento importante per cercare di rinsaldare qualcosa che in me, visti tra l’altro gli ultimi fatti che riguardano la Chiesa, è sempre più scialbo. La lettura di Giovanni, grazie al coro ammirevole, non è bastato però al cospetto di un’omelia che non mi ha soddisfatto procurandomi, piuttosto, una certa (ma ormai solita) insofferenza.

Il Vescovo, credo fosse lui, dimenticando quale sia il senso del rituale, della sua qualità ripetitiva fatta di ridondanza e varietà, cioè di ripetizione utile a riproporre il senso dell’evento e all’appartenenza a quel particolare credo rinnovandolo, ha richiamato i fedeli a resistere alla sensazione di assuefazione che nel tempo la partecipazione alla messa o al risentire letture arcinote può procurare. Lasciarsi andare alla commozione per chi è morto per tutti e per ogni singolo individuo, amico o nemico che sia, è lo sforzo che si deve fare per non essere spettatori passivi del dolore.

Ora: il valore del rituale sta appunto nella ripetizione che per i partecipanti – che oggi non sono coerciti ma volontari – rinsalda qualcosa che onguno per motivi suoi ha dentro di sè e che non può essere valorizzato da un’ingiunzione paradossale del tipo: devi commuoverti. Se poi “lo spettacolo del dolore” degli altri ci rende un po’ più immuni non è detto che di fronte alla Passione non si pensi al senso dell’umanità del Cristo. Che, a mio avviso, è il vero mistero e fascino del cattolicesimo.

Questi sacerdoti non sanno più parlarci, c’è poco da fare. Le banalità che sfoderano non possono rispondere alle domande teologiche che le persone si pongono. Allora ben venga quell'”armata branecaleone” oggetto del libro di Chiaberge, Lo scisma, che ho sentito presentare qualche tempo fa a Pesaro e che dà voce a coloro i quali, nel quadro del sentimento cattolico, svicolano dai dogmi. L’Autore rispondeva alla mia domanda sulla capacità perturbativa di questi personaggi richiamando un possibile Concilio Vaticano terzo (?). Io mi accontenterei di un po’ di profondità in più.

A noi, impiegati dell’Università, si chiede, giustamente, qualità della ricerca e della riflessione ma forse questa richiesta dovrebbe essere diffusa ad altri settori della società.

Rappresentazioni e informazione. Sguardi dalla TV

Nella puntata di oggi di TV Talk  si è fatto riferimento a un servizio di Studio Aperto che ha mandato in onda una trasmissione della LBC, una tv libanese, dove un imam dispensa alcuni consigli matrimoniali a tre uomini in studio. Il concetto di fondo sembrerebbe questo: siccome la donna è governata dalle emozioni l’uomo deve tenerla a bada. Quando serve picchiarla bisogna stare attenti a non lasciare segni, mai colpire le mani ad esempio. Meglio usare un piccolo bastoncino come quello che l’imam ha mostrato.

Per fortuna il collegamento da Londra con la giornalista di Al Jazeera English  Barbara Serra  mi ha permesso di allargare un po’ lo sguardo. Bisogna tenere conto, diceva, che il Libano è uno dei paesi arabi più liberi, con il 40% di cristiani, e che pertanto la rappresentazione molto stereotipizzata che ne è venuta fuori andrebbe contestualizzata meglio. Per capire insomma da che contesto viene quella specie di talk show – becero – come l’ha trattato Studio Aperto, ecc.

Si festeggia inoltre il primo anno di vita di Al Jazeera English. Canale poco diffuso in America per motivi legati ai provider e per ragioni ovviamente politiche. La giornalista faceva notare che invece Al Jazeera dedica molto spazio al tema della violazione dei diritti delle donne e che produce molti programmi dedicati al sociale.

Su Al Jazeera English ho trovato un post molto interessante su Pandemia. 

Ridondanza e varietà per farsi delle idee delle cose. Dove la verità, si sa, non è il punto centrale della questione.