Le nostalgie di un vecchio barbagianni. Pasquale Barbella e il senso della comunicazione

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E’ la strategia retorica di un comunicatore esperto come Pasquale Barbella autodefinirsi “vecchio barbagianni” per parlare alla giovane – e alla meno giovane – platea formata dagli studenti di Scienze della Comunicazione e dei corsi di pubblicità, a Pesaro.

Una lezione di vita oltre che di comunicazione, pubblicità e immaginario che ha avuto fra i vari meriti quello di delegittimare il valore della “furbizia” a tutti costi, perché non è necessariamente l’attitudine necessaria a farsi strada nella vita. In generale. Meglio puntare sullo studium, cioè sulla passione.

Qualche altro passaggio chiave, visto che gli interessati (ad esempio chi ha lavorato con lui come Roberta) hanno seguito sul twitter di Giovanni, per ricordare che la funzione sociale della pubblicità all’epoca del boom economico è stata quella di fare emergere una semantica – Barbella dice idioma – del benessere che ha influito sulla messa a punto dei nuovi comportamenti, di superare le durezze del passato. Uno come lui ha scelto quel mestiere perché: “anche io volevo incidere nel mio piccolo in quel processo di cambiamento”.

Importanza della pop culture, l’esempio dell’Olivetti come fusione di tecnologia e umanesimo, il design italiano fino agli anni ’70, esposto al MoMa tanto per capirsi. Storia dell’illistrazione dal dinamismo di Cappiello, alla storia allusa nel primo manifesto senza figure umane di Dudovich per la Borsalino, fino alla genialità di Munari e il catologo imbullonato di Depero. Fino a Obey. Per dire che: “la pubblicità non è un’arte ma il piacere dell’arte resta nella pubblicità”. L’arte infatti sviluppa il pensiero laterale, cioè quello creativo, necessario per trovare soluzioni.

La cultura è un “meraviglioso giocattolo” da smontare per cogliere il continuum che si snoda nel tempo e nello spazio. Il comunitore, dal canto suo, è un operatore culturale, che sa costruire una visione del mondo senza luoghi comuni. Valore dell’indignazione: “fatti non foste per viver come bruti…”. Sì alle competenze ma non alla superspecializzazione: comunicare vuol dire che in questo senso crearsi conoscenza sempre nuova.

Pasquale Barbella è un istigatore al piacere. In questo momento di cambiamento tocca inventare un nuovo linguaggio. I giovani possono farcela anche per noi.

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Una performance per Internet. Marco Montemagno a Urbino

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Nella cultura di Internet ci sta anche il fatto che se Prince può “regalare” la sua musica è perchè la performance dal vivo lo ripaga. Con l’unicità di un evento nel quale esserci o meno fa la differenza. Perchè la replicabilità, così come il trasferimento su un supporto video o, meglio ancora, la sua diffusione su YouTube lo rendono sì un prodotto mediale a sè, condivisibile, circolabile, meta-territoriale ma non gli tolgono (e ci mancerebbe altro) la sua qualità evenemenziale e di partecipazione nel qui ed ora. Anzi, di più, ora quell’attributo assume ancora più valore.

Poi lo sappiamo che grazie a Internet “esserci” può voler dire anche altre cose. Soprattutto se usata con “buon senso”. E sì, Marco Montemagno (Codice Internet) ha usato proprio questa espressione nella sua conferenza-spettacolo di oggi a Urbino. Non poteva esserci un’occasione migliore per inaugurare ufficialmente il corso di laurea di Scienze della Comunicazione.

Sì perchè – fra efficacia e intrattenimento (e risate pure), fra conferenza e spettacolo appunto – Internet ne esce non tanto come medium ma come organismo vivo e tenuto in vita dalle persone (comptenze, condivisione, relazioni fra le parole chiave). Senza sottovalutare il fatto che la cultura di Internet e la sua diffusione passano attraverso il passaggio di immagini e immaginario della rete stessa. Per capirlo serve l’uso di metafore, immagini e video, integrato alla scelta di parole “che sono importanti” (e qui viene in mente il Moretti di Palombella rossa direi) per imbastire una drammaturgia narrativa (visiva, sonora e sempre evocativa).

Mi dicevo mentre ascoltavo, chissà, se scrivo un post su questo e se qualcuno si prende la briga di leggerlo e magari di commentarlo è perchè anche io nel mio strapiccolo sto cercando di capire e di fare parte di questo processo. Ma so anche che sarà più importante che sia io a leggere gli altri, a commentarli, eccetera. Sicuramente più utile per me.

Lezioni di comunicazione. Il teatro per Fanny & Alexander

Una vera lezione – soprattutto per me – quella di Chiara Lagani, ieri mercoledì 29 ottobre a Teatro e Spettacolo, Scienze della Comunicazione, Sociologia, Urbino.

La lezione sta nell’usare il teatro, e la ricerca della cosiddetta terza generazione, come strumento dell’arte e della riflessività, della comunicazione come contratto scenico che sta nella connessione fra parole chiave: attore, spettatore, spettacolo, testo, drammaturgia…

Il punto sta nel comprendere, da dentro, dalla viva voce e dall’esperienza di chi sperimenta il senso della performance, il “corpo” vero del teatro. Con la sua bravura di Chiara Lagani ci ha fatto entrare nel mistero di certi significati (i rimandi all’arte, come citazioni, al linguaggio, ai linguaggi e alle tecnologie, alle grammatiche, le dinamiche dello sguardo e dell’osservare osservazioni…) della poetica e della ricerca di Fanny & Alexander dove, mi sembra di capire, bios e logos trovano sempre una forma di solidarietà.