Forme della virtualizzazione. Be Arielle F di Simon Senn. #visioni dal mio schermo

© Mathilda Olmi

«You have reserved a place for the online and live performance based on the show Be Arielle F directed by Simon Senn. The length of the performance is about 40 minutes. The performance will take place on a Zoom teleconference service via a webinar: a “web seminar».

Sempre per la serie “visioni dal mio schermo”, il 16 aprile 2020 ho partecipato alla performance on line Be Arielle F. Iniziativa del Théâtre Vidy di Losanna, ente co-produttore del lavoro, che nella sua versione dal vivo è una conferenza-spettacolo in cui il video artista svizzero Simon Senn racconta la sua ricerca e la realizzazione della performance incentrata sull’uso di un bio-oggetto teatrale (come scrivono nelle pagine del progetto Eric Vautrin del Théâtre Vidy e Fanny Holland).

Laddove il bio-oggetto teatrale è la copia digitale del corpo di una ragazza – chiamata con il nick Arielle F – comprata da Simon Senn sul sito www.3dscanstore.com e usato come materiale d’indagine e trasformazione in scena del proprio corpo attraverso l’uso di un sistema di motion caption immersivo, un set di realtà virtuale con sensori, e apparecchiature progettate per i videogiochi.

© Elisa Larvego

Un percorso d’indagine che s’inserisce nel campo aperto della virtual art, degli ambienti immersivi e, ancora più nettamente, nell’alveo delle riflessioni sul processo di virtualizzazione dei corpi, dell’identità, del genere che rimanda alle teorie sul post-umano e sui fronti aperti dalla scena elettronica e ampiamente indagati negli anni Novanta.

Alla luce della normalizzazione del rapporto mediatizzato con il reale e, sostanzialmente, nella facilità di accesso alle tecnologie e alla possibilità di incarnare un corpo altro da sé, Simon Senn decide di condividere l’esperienza biografica di questo salto epistemologico. Lo spettacolo infatti si basa prima di tutto sul racconto del progetto artistico e delle sue diverse implicazioni. Come quelle legali inerenti le identità virtuali, indagate attraverso la consulenza di un avvocato. O ancora quelle relative al rapporto fra identità e percezione del corpo affrontate con una  psicologa mettendo a tema questioni come quelle della «Snapchat dysmorphia», ovvero il desiderio di trasformarsi chirurgicamente per assomigliare ai selfie filtrati e che oggi è riconosciuta come una vera e propria condizione clinica.

Successivamente Simon sceglie di trattare la sua esperienza in stretta connessione con quella di Arielle che ha rintracciato e conosciuto di persona. Tanto che il video del loro primo incontro è parte dello spettacolo e di fatto Arielle partecipa in collegamento Facetime anche nelle session dal vivo.

© Mathilda Olmi

La versione Zoom del lavoro, in alternativa alla replica dal vivo saltata, può essere considerata come un’operazione crossmediale cioè il processo di traduzione mediale dello spettacolo che acquisisce alcune caratteristiche dipendenti dal mezzo in cui viene trasferita.

In questo caso il pubblico ha partecipato a un meeting Zoom – modalità di ormai cui abbiamo velocemente acquisito una certa abitudine all’uso ma facilitata in questo caso della moderazione iniziale di Valentine Augsburger (Théâtre Vidy) che ha fornito le istruzioni per partecipare e tradotto in chat – in cui Senn ha mostrato in diretta la sua postazione di lavoro, il processo di trasmutazione del suo corpo in scena in quello di Arielle, sondato le impressioni insieme ai movimenti del corpo, le prospettive di visione, l’intimità, ecc.

In un secondo tempo Simon ha chiamato Arielle e la conversazione con il pubblico collegato da diverse località (Parigi, New York, Roma) è diventata parte della session. Gli spettatori, tutti in collegamento video dai propri divani, come ha notato Arielle, hanno fatto domande sullo spettacolo, sulla scelta della ragazza di cedere la propria immagine, raccontato e confrontato la propria quarantena con quella degli altri… Un esempio di quella coalescenza fra pubblico e privato, mondo vicino e mondo lontano, online e offline che permea la nostra esistenza e che proprio adesso si rende particolarmente evidente.

Sul fronte della resa performativa, l’aspetto più rilevante di questa teleconferenza-spettacolo va rintracciato nella logica di interazione che caratterizza l’uso anche teatrale di questo tipo di piattaforme e che rimanda alla ricerca sui “formati” di una teatralità possibile online.

Non esclusiva, non a scapito del “dal vivo” inteso come compresenza spazio-temporale ma interessante dal punto di vista delle ulteriori possibilità della comunicazione dal vivo, dislocata, ora ma diversamente qui, e capace di attivare, ad esempio, una comunità temporanea internazionale.

Seigradi di Santasangre. Apocalisse, mutazione e ologrammi per un mondo che è già arrivato. #visioni teatrali dal mio schermo

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ph Laura Arlotti

Nel periodo che stiamo vivendo, definito in tanti modi ma di certo diffusamente considerato apocalittico, torna quanto mai adeguata la visione di un lavoro come Seigradi di Santasangre, parte di #indifferita, palinsesto di teatro in video proposto da Elvira Frosini e Daniele Timpano da seguire in quarantena. Un archivio ragionato di spettacoli che è possibile rivedere e recuperare, parte della memoria teatrale che abbiamo e che rivendica la centralità di quella forma di consumo culturale cui per ora non possiamo godere di persona.

Una possibilità però di cui le connected audience possono usufruire e che se da un lato può essere considerata l’espressione di una sperimentazione di linguaggio, modalità espressive, estetiche e formati che l’arte e il teatro hanno sempre sentito e che sta vivendo una sorta di “accelerazione in stato di necessità”, dall’altro lato consente di osservare le forme del liveness digitale come cifra ineludibile della mediatizzazione del sociale. Si tratta quindi di vedere come gli artisti indagano le modalità della loro azione, l’agency come agire strutturato dalle tecno-logiche che dà vita a nuove pratiche, al mantenimento della relazione teatrale, alla diffusione di contenuti teatrali.

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ph Laura Arlotti

Come per l’appunto il video di Seigradi, del 2008, terzo spettacolo della trilogia intitolata Studi per un teatro apocalittico. Che “dal vivo-dal vivo” non si vedrà più.

La serie indaga la modernità in crisi appoggiandosi nei primi due lavori, 84.06 e Spettacolo sintetico per la stabilità sociale, alle narrazioni distopiche di George Orwell e Aldous Huxley, per arrivare nella terza tappa a un’indagine sul cambiamento climatico, sganciata da riferimenti letterari espliciti ma basata sulla teoria dei sei gradi ripresa da un documentario del National Geographic che ha previsto le conseguenze dell’innalzamento della temperatura. Un tema non a caso diventato centrale in tempi più recenti e parte consistente di una parte significativa della ricerca artistica contemporanea (ne ho scritto qui).

Seigradi si colloca nel solco della sperimentazione tecnologica in scena, nello studio sull’immagine digitale come materia, non solo simbolica, della mutazione, come espressione della pratica riflessiva e processo calato nell’osservazione del presente e delle sue derive future attraverso una complessa drammaturgia musicale e visiva. Il corpo della performer si muove come quello di un essere post-umano-insetto che si dischiude come un oggetto fatto di carne e immagini olografiche.Il lavoro sulle luci e i colori – che il video restituisce bene – è costruito insieme alla struttura musicale su 4 movimenti che corrispondono alle fasi di un ciclo vitale e dei suoi elementi principali di aria, acqua, terra e fuoco. Sfuggendo del tutto alla rappresentazione naturalistica del cambiamento climatico e dei suoi effetti, Santasangre mette al centro la metafora di un essere vivente metamorfico immerso in un ambiente mutante.

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ph Laura Arlotti

Come raccontano ad Anna Maria Monteverdi, Seigradi è «una specie di esperimento coreo-sonoro in cui le fonti luminose, immagini olografiche, suoni campionati in scena ed elementi naturali rendono il luogo di una “lanterna magica” di grandi proporzioni. L’effetto finale deve essere la perfetta riuscita dell’amalgama tra corpo e video, quindi sono punti sensibili la luce, la distanza e il posizionamento di pubblico e attrice». Cruciale perciò la ricerca di un immaginario che immersivo, aptico, tridimensionale che crea sulla scena un mondo virtuale di cui la performer-immagine è parte incarnata.

Vedere in video, proprio oggi, nel momento in cui pensiamo al nostro posto nell’ecosistema in crisi, uno spettacolo come Seigradi mi è sembrata una gran bella opportunità. Per recuperare un lavoro che non ho visto e coglierne l’attualità sia sul fronte dei contenuti, sia sul piano dell’immaginario e delle estetiche tecnologiche.

 

 

Panorama Motus

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Grazie alla residenza all’Arboreto Teatro Dimora di Mondaino, abbiamo potuto partecipare alla prova aperta di Panorama, nuova produzione Motus alla sua prima uscita europea dopo il debutto a New York, con gli attori della Great Jones Repertory Company – Maura Nguyen Donohue, John Gutierrez, Valois Mickens, eugene the poogene, Perry Yung, Zishan Ugurlu – e in co-produzione con La MaMa Experimental Theatre Club di New York, e che sarà in tour nei prossimi mesi.

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Ph GBA

Panorama svela, già dal titolo, il carattere mediatizzato del lavoro laddove la consapevolezza della mediatizzazione del sociale, ovvero il fatto che il contesto mediale in cui stiamo fornisce frame e formati alla nostra esperienza, si rintraccia nel frame che Motus preferisce da sempre e che è quello cinematografico qui espresso attraverso il formato del casting. Lo spettacolo inizia, appunto, con i provini degli attori della compagnia: i sei in scena e altri che hanno partecipato alle prime fasi di lavoro e che vediamo solo in video. Fra ripresa in diretta, un attore/attrice entra in scena, si siede davanti alla telecamera in mezzo al palco manovrata di volta in volta da un altro attore, si presenta, risponde alle domande, se ne va.

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Ai lati due tavoli riempiti di oggetti (fumetti, libri, foto, pennarelli, pellicole, pupazzetti – tipo Wolverine o una testa di Trump) e con le video-camere che riprendono questi oggetti e gli attori che si alternano in scena e le cui riprese vengono montate e proiettate in diretta sui due schermi posti verticalmente sul bordo di ciascun tavolo.

Su questi livelli di sollecitazione visiva e percettiva si va progressivamente a definire un impianto drammaturgico fatto per sovrapposizioni: fra le immagini, fra i racconti e le voci sia dal vivo sia in video. Il montaggio video dal vivo permette, ad esempio, di proiettare le immagini degli attori in scena, anche prodotte direttamente da loro con gli smartphone, sul “fondale” disegnato o realizzato con frammenti e giochi di luce (come ad esempio nelle scene, da rivedere, della discoteca o della super-eroina Marvel style).

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Ph Theo Cote

È attraverso questo meccanismo che viene messo a punto il panorama, ovvero il dispositivo che serve per vedere tutto. Solo che qui le origini ottocentesche del meccanismo ottico basato sul principio borghese di appropriazione del mondo sono superate dalla consapevolezza, del nostro tempo, che lo sguardo panoramatico sia un processo performativo, immersivo, uno sguardo “attraverso” i corpi e i vissuti degli attori della compagnia.

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Un modo per indagare ancora l’identità – in linea con il percorso di MDLSX – e osservarla come flusso che attraversa i corpi dei performer visto che ognuno di loro si fa “medium” della biografia dell’altro. Attrici e attori prendono la parola uno per l’altro, indifferentemente dal genere, dalla nazionalità di provenienza perché appunto l’identità è un processo che non finisce mai. Proprio questi attraversamenti – che sono anche attraversamenti dei confini di questi attori e delle loro famiglie immigrate (dalla Korea, dalla Turchia, dall’Africa, dalla Cina, dal Giappone) – permettono di costruire una biografia universale a partire dallo statuto dell’attore sia come metafora della qualità processuale dell’identità, sia in relazione al contesto sociale e culturale che in questo caso è caratterizzato dalla politica trumpiana.

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Pare che con Panorama Motus davvero si immerga in quell’America che forse è sempre stato il suo orizzonte di riferimento, incontrato nei film e nei libri, riflesso con Don De Lillo e Bret Easton Ellis nei lavori intorno a Twin Rooms e di cui qui sentiamo l’eco, anche attraverso il tappeto sonoro che davvero riporta a quelle atmosfere.

Ma il punto non è la nostalgia, un ritorno al passato, quanto piuttosto il raggiungimento di una maturità dello sguardo che forgia e ha forgiato un immaginario e anche un’estetica visivo-sonora ma che sempre più si spinge oltre la superficie del racconto per attraversare, ecco di nuovo la parola chiave, le vite e andarci dentro. E non è un caso che si ritrovino i temi su cui Motus continua a interrogarsi e a interrogarci come spettatori che riguardano la funzione politica dell’arte. Una domanda che trova la sua risposta nel non averne mai una definitiva e per la quale vale la pena continuare a cercare.

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Ph GBA