Macchina-corpo. Note su Pentesilea di Masque Teatro

Foto di Enrico-Fedrigoli

Per prendere appunti su Pentesilea –  produzione di Masque Teatro diretta da Lorenzo Bazzocchi con Eleonora Sedioli in programma al Festival Crisalide (qui e qui e qui) – tornano buoni dei passaggi, dei ragionamenti, delle affermazioni di Lorenzo Bazzocchi, che ho avuto modo di intervistare nel lontano 2001 insieme a Catia Gatelli (allora ancora in Masque) in occasione della mia ricerca di dottorato.

Il lavoro è basato sull’opera di Heinrich von Kleist attraverso la rilettura dell’Anti-Edipo di Gilles Deleuze e Felix Guattari e risente dell’incontro con Thierry Salmon e la sua esplorazione dell’opera di Kleist e della sua Pentesilea.

Dal buio emerge l’estetica di Masque che ha nel “macchinario” e nell’ingranaggio come personaggio una delle sue cifre distintive. Cui qui si aggiunge un dispositivo per lo sguardo decisamente bello quando sullo sfondo, all’inizio, un primo quadro/inquadratura – già un tableaux vivent con la performer in posa statica – si presenta come piano di ripresa che si allontana per far posto al corpo di azioni centrale della performance.

Dal punto di vista dell’immaginario, cioè della comunicazione visiva e dell’apparato simbolico che caratterizza la messa in scena, è ancora possibile cogliere la messa a tema della “naturalità dell’artificiale”, il rapporto fruttuoso e reciproco con il sapere scientifico. Non è un caso forse che Bazzocchi, ingegnere di formazione, trasferisca nel suo lavoro un tipo di sensibilità che mette assieme scienza, basti pensare all’attenzione riservata a Nikola Tesla, e tecnica, uomo e macchina. Aprendo a metafore di significato che spetta allo spettatore sciogliere.

Tutti i nostri lavori hanno dei grandi impianti scenici che utilizzano la tecnologia ma che può essere la tecnologia video, pneumatica, elettronica […]. Abbiamo sempre affermato che utilizzare un televisore, un pistone pneumatico che solleva un attore, un computer che azione degli elettromagneti per far suonare da solo un pianoforte, anche se si tratta di sofisticate centraline elettroniche, ha lo stesso significato di un drappo rosso o di qualsiasi altro strumento che serve per comporre una drammaturgia di lavoro.

Senza dimenticare la presenza del corpo scenico – potente e lirica in questo Pentisilea – coerentemente con la pratica di Masque.

Per me non è teatro quello basato solo sulla narrazione, parola accoppiata al corpo senza dipingere lo spazio con il proprio corpo, mi viene da dire che non sia teatro. […] C’è questo essere nel teatro con il proprio corpo e non credo valga la pena addentrarsi nella domanda “è o non è teatro?”

Se il rapporto con le tecnologie in scena e della scena era il focus di quella (mia) ricerca ne emergeva, dall’intervista e fra le sue “pieghe”, il senso che troviamo ancora oggi nella qualità comunicativa della performance riguarda la sua efficacia.

Vado a vedere uno spettacolo e ne sono colpito, la mia vita cambia adirittura, c’è insomma qualcosa che mi ha modificato anche se posso aver visto qualcosa che normalmente non definirei teatro.

Come dire: è sempre questione di differenze che fanno la differenza.

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The Drama of the Media. Heiner Goebbels e le sue Stifters Dinge

mini immagini da http://www.heinergoebbels.com/

Avevo già avuto modo di capire cosa intenda Heiner Goebbels con l’espressione The Drama of the Media quando durante la conferenza tenuta a Santarcangelo 39 il compositore e regista tedesco ha messo a tema il rapporto fra il concetto classico di “dramma” con quello di “dramma dei mezzi di comunicazione”, cioè a dire con un’idea di dramma che si trasferisce nella scrittura visiva e auditiva per potenziare la dimensione percettiva e i sensi del pubblico.

In quell’occasione ha mostrato dei materiali video tra cui quelli relativi all’installazione performativa Stifters Dinge (2007) che abbiamo visto ieri sera a Modena nella’ambito di Angelica Festival.

Facendo ripensare all’idea del teatro senza attori di futuristica memoria l’installazione si presenta come una composizione complessa che si sviluppa drammaturgicamente fra musica, immagini, parole e testi a partire dall’evocazione dell’opera di Adalbert Stifter, autore di inizio Ottocento, la cui opera è incentrata sul dettaglio delle cose – dinge appunto – e per certi versi della natura e della sua forza catastrofica.

Ed è la “macchina” che sta al centro di un immaginario tecnologico che rivela e svela le sue potenzialità espressive facendosi macchina scenica.

foto di Fabio Fornasari (nel dopo spettacolo)

Ed è ancora la macchina con le sue macchinerie che dà a questo lavoro il senso di una costruzione organica fatta di sequenze in immagine e sonoro piena di metafore da cogliere e attualizzare anche in maniera, mi viene da dire, molto personali. L’universalità dei linguaggi e la particolarità delle lingue, il viaggio come esperienza del “saper vedere” (evocata qui da un frammento di intervista a Levi’s Strauss ad esempio), il rapporto fra figura e sfondo (penso all’immagine riflessa in trasparenza – sullo sfondo – di quella che mi è parsa una delle battaglie di Paolo Uccello e alla sua inquadratura in frammenti, per dettaglio – figura – attraverso un piccolo schermo in primo piano), l’eterno ritorno al primordiale cui le vasche sul pavimento fra fumi e bolle d’acqua fosforescente potevano far pensare…

Sul finale l’impalcatura di pianoforti, braccia meccaniche e alberelli che scorre verso il pubblico è il saluto della macchina recitante che viene a prendersi i suoi meritati applausi. Per aver realizzato senza errori la sua performance e per essere quella “cosa” di cui il simbolico umano ha capito molto presto di non poter fare a meno.