Facebook e la scrittura performativa di Angelo Pretolani

È da tempo che ho per le mani il libro di Angelo Pretolani Sotto il selciato c’è la spiaggia (Fiorina Edizioni, Pavia) che prende il titolo dalla serie di performance – e prima ancora direi anche dal film di Helma Sanders – che dal 2008 esegue quotidianamente su Facebook ed è dallo stesso tempo che vorrei metterne in luce alcune questioni. Lo faccio ora.

L’aspetto interessante di questa operazione sta nel mettere insieme il paradigma scrittura-lettura con quello della performance, del comportamento. Ambito artistico nel quale Pretolani è attivo dagli anni ’70, prima ancora che la body art diventasse il fulcro di quella gamma di arti performative incentrate sull’uso del corpo.

Ne deriva – come leggiamo nella prefazione al volume – una scrittura performativa che è il riflesso dell’atto eseguito altrove dallo stesso Pretolani. In ottica mediologica potremmo dire che la performance dal vivo viene trasferita su una piattaforma diversa – Facebook in questo caso, il video in altre occasioni, acquisendo una dimensione autonoma.

La coerenza di questo tipo di ricerca, basata su un’idea e una pratica processuale dell’arte, è rintracciabile nel modo in cui Pretolani dichiara di “esporsi” più che di “esprimersi” e perciò sceglie il luogo ideale per questa esposizione cioè il social network più diffuso in Italia, nel quale agire in vista della relazione con i fruitori. E quindi con i like e con i commenti.

Prima quindi che la timeline di Facebook permettesse di storicizzare anche la “serie” Sotto il selciato c’è la spiaggia – mettendone quindi in evidenza anche la sua ibridazione con la logica televisiva del palinsesto e della serialità appunto – le performance sono state raccolte e “messe in fila” nella forma libro che, letto tutto insieme, permette di seguire una vicenda che è artistica ma anche umana, relazionale e molto interessante dal punto di vista della comunicazione. In certi passaggi conversazionali anche molto divertente.

Ad esempio quando Angelo risponde garbatamente al commento di una persona che gli suggerisce di vedere i lavori dei performer storici o quando sottolinea di non ricevere risposte a messaggi inviati oppure ancora quando in un commento si legge “ma perché non vieni ad aiutarmi in panificio?”.

Sebbene le scelte editoriali non rendano completamente merito all’operazione, facendo perdere di fatto l’immaginario di Facebook e la sua peculiarità visuale, il libro assume la forma di una specie di diario condiviso in cui possiamo ritrovare i contribuiti creativi degli utenti – ringraziati uno ad uno per nome nel volume – e perciò la vera essenza partecipativa che il web potenzia svelando, ancora una volta, la sua qualità performativa.

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Saluti e baci. Cartoline, twitter, mail: conta il come o il cosa?

Sulla dimensione mediologica della cartolina è stato detto. Anche io nel mio piccolo ho ripreso le considerazioni che permettono di collegare il processo di virtualizzazione della comunicazione alle dinamiche dell’industria culturale “via” immagini e immaginario del viaggio. Certo è che soprattutto in estate l’argomento torna. O per dire che non si scrivono più, che si tratti di un medium in crisi o per metterlo in relazione ad altre forme della comunicazione breve. Ed è così che su Il Sole 24 Ore di domenica 15 agosto non poteva mancare la messa a tema della transizione – mancata? auspicabile? inevitabile? – dalla cartolina a twitter.

Senza cadere nel passatismo mediale non si può però negare che a fronte di cartoline scritte, spontaneamente, o addiritttura composte graficamente da artisti, uomini e donne “di cultura” non soltanto per mandare “saluti e baci” (che è il titolo della foto messa qui che non a caso fa parte dell’omonimo volumetto che raccoglie le strampalate e stupende cartoline di Bruno Munari) ma per scambiare pensieri vari, i twitter richiesti dal Sole a talune “personalità” sbiadiscano un po’. Là dove per cartolina si sono scritti la Pivano e Hemingway quando la prima traduceva Addio alle armi, oppure là dove Malaparte spediva cartoline con impresso il suo odore al cavallo Fedro… qua questi twitterini raccolti non si sa bene perché in occasione del ferragosto sanno un po’ di forzato. Tant’è che uno come Franzen ha risposto no grazie. Mi chiedevo poi, senza verificare, ma questi hanno twitter? Hanno fatto un replay? Non ho capito bene. Ho solo pensato che l’operazione fosse abbastanza inutile per forma e per contenuto. Basti pensare che le “personalità” coinvolte non fanno che cogliere l’occasione per ribadire, a parte qualcuno, che la loro sì che è una vacanza figa, via dalla pazza folla!

A queste letture che poi in fondo indagano sull’evoluzione delle pratiche – di scrittura anche – segue oggi un altro articolo di cui sentivo parlare questa mattina su RadioTre della presa di posizione anti-tecnologica di Franzen, appunto, e dei modi in cui si può prevedere il ritorno al romanzo a puntate e forme simili adatte alla diffusione dei vari kindle, Ipad, evabbè. Perché no? Mica male. A me piacerebbe anche quello.

Sta di fatto che “la tecnologia” è anche contenuto dell’immaginario. E la letteratura lo sa bene. Ultimo caso per quanto mi riguarda è Le ho mai parlato del vento del nord di Daniel Glattauer che, idea non nuova credo, si svolge tutto in uno scambio per mail fra i due protagonisti. Gioca sull’attesa, sul tempo perché la mail è lenta. Mi chiedevo, mentre leggevo, perché mai questi due non chattassero 🙂 Eppure è lì che il meccanismo dell’intrattenimento si è prodotto, nel crescendo di aspettative, nella proiezione e a volte nell’identificazione. Come deve essere direi. Tanto poi che il finale, nello scarto con le mie aspettative di lettore, mi ha prodotto un reale mal di stomaco.