Istantanee #sant15 (1): Impressioni balinesi

Favale

Alla Piattaforma della danza balinese – progetto dedicato alle pratiche corporee a cura di Michele Di Stefano, Fabrizio Favale e Cristina Rizzo – si è potuto vedere come un pensiero artistico e una pratica di ricerca (in questo caso coreografica) siano l’esempio evidente di come l’espressione del corpo, e la felicità che arreca in chi la fa anche solo amatorialmente, non siano una questione di cultura alta o bassa.

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Nella “puntata” di ieri, 10 luglio, giovani giocatori di tennis con allenatrice, allieve di scuola di danza in tutù hanno alternato le loro performance alle incursioni dei tre coreografi e dei danzatori in una sequenza che fa capire il senso di un’operazione del genere. Non è che non esistano differenze ma dipende da chi le guarda.

Rizzo

E visto che “guardare non è mai un atto innocente” – linea guida di questa edizione del Festival – ci sta che ognuno si accorga, ad esempio, di quando fra la simulazione della battuta di tennis emerge un momento di pura bellezza oppure di come cantare in playback seguendo il ritmo di una canzone che ci piace sia ancora un momento di poesia che ci riporta agli adolescenti che siamo.

MK

Un teatro a intimità connessa. Primi appunti su #sant13

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Santarcangelo 13 Festival Internazionale del Teatro in Piazza è un Festival e come tale prima di tutto una totalità, un’entità sistemica, da intendere come un tutto che è più della somma delle sue parti.

Un po’ come l’acqua, che è l’esempio più efficace di quello che le teorie chiamano un fenomeno emergente: l’acqua è una qualità diversa dalle molecole d’idrogeno e ossigeno che la compongono. Allo stesso modo un festival va inteso come fenomeno emergente e deve essere considerato nel suo complesso.

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Tuttavia un sistema è anche meno della somma delle sue parti perché le caratteristiche dei singoli elementi possono disperdersi per il funzionamento del “tutto”. L’idrogeno e l’ossigeno hanno delle specifiche qualità diverse dall’acqua che, nell’acqua vengono a perdersi… e il fatto che siano diverse significa che sono qualità né inferiori né superiori al tutto.

Questo vuol dire che al di là di alcune letture su questo Festival che ne mettono in luce criticamente i caratteri generali, la prospettiva di osservazione può anche spostarsi sulle parti e sul modo in cui le singolarità delle proposte artistiche, e le loro qualità, possono essere colte.

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Kate McIntosh – All ears foto Ilaria Scarpa

Fra i lavori visti fino ad ora – il Festival è iniziato il 12 luglio – l’aspetto più evidente e caratterizzante è quello di una certa pratica dell’intimità che non è soltanto quella dei piccoli formati cui stiamo assistendo ma una linea interpretativa per niente scontata del mutamento sociale che stiamo vivendo e che essendo in atto è più difficile da comprendere.

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Gertjan Franciscus Van Gennip – The honey queen foto Ilaria Scarpa

Il lavoro dello spettatore con se stesso e la relazione attore/spettatore – da Art you lost, a All ears di Kate McIntosh, Cristina RizzoGertjan Franciscus Van Gennip e Brian Lobel – sono luoghi di osservazione delle dinamiche dello stare insieme che stanno ridefinendo il nostro modo di intendere ed esercitare il rapporto fra pubblico e privato.

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Questa modalità è quella che da un po’ definiamo “intimità connessa”. La mia intimità è espressa in ambienti della comunicazione che sono pubblici ma non per questo si trasforma in estimità o nella oscena messa in pubblico del mio privato. Non è un caso che, in controtendenza con il solito giudizio apocalittico sui media sociali un lavoro come Purge Lectures di Lobel, Facebook possa essere trattato come ambiente ideale per la messa a punto di una drammaturgia sull’amicizia, sull’amore, ecc.

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L’intimità e l’intimismo delle performance-assolo che stiamo vedendo è forse il frutto delle mancanze – di risorse ad esempio – ma forse è anche un modo per riflettere sul mutamento in atto che riguarda la stessa intimità. Per questo anche la qualità delle parti non deve per forza essere subordinata alle esigenze del tutto.

Il Tabarin perturbante di Menoventi. Diario di una serata bella e sinistra

Se agli inizi del novecento il Tabarin era un locale adibito sia alle rappresentazioni sia al ballo degli spettatori – con un piccolo palco con ribalta e pista – diventato poi il sinonimo di dancing, night club o balera da noi fino a connotare un cabaret di basso livello, allora Menoventi con il suo Tabarin Citadin – la sera del 21 luglio al Dancing Tre Stelle nell’ambito del Festival di Santarcangelo – ha fatto centro.

Accolto all’entrata da attori/cassieri che decidevano quanto far pagare a ciascuno, il pubblico si ritrovava poi ad affrontare subito un altro spaesamento entrando sì nell’ambiente del dancing – buio con i divanetti, il bar, il palchetto… – ma dovendo anche attraversare un corridoio delimitato da dei nastri, e decidere di superarli, per sedersi sulle sedie distribuite nella pista/platea per seguire, di lì a poco quello che sarebbe stato il cabaret più sfasciato (uso la definizione di Consuelo Battiston) e inquietante che potessimo aspettarci.

Dalla presentatrice costretta a bere (Rita Felicetti), e che sul finale verrà presa a sputi dalla “collega” (Chiara Verzola) che ha interrotto con proposte improbabili l’andamento della serata (tipo: giocare a uno/due/tre stella, raccogliere soldi tipo questua, ecc.), fino alla serie di sketch che ha visto avvicendarsi i dialoghi cinici di Quotidiana.com, la performance paradossale di un pugile che si dà i pugli da solo (Mauro Stagi), gli insulti al pubblico di un gruppo di fantasmi (Kinkaleri), la follia surreale e intrigantissima di Astorri e Tintinelli. Il tutto in un sottofondo musicale di Vokodo altrettanto potente e straniante.

(Paola Tintinelli, foto dalla pagina FB di Vokodo)

(Chiara Verzola e Rita Felicetti, foto dalla pagina FB di Vokodo)

In un’atmosfera velatamente lynchiana un certo senso di paura, una specie di sentimento sinistro, ci si trovava a provare una strana mistura di tranquillità (verso una situazione che si sapeva di conoscere) e fastidio (verso qualcosa che però non si riconosceva del tutto), o meglio di quell’insieme di familiare ed estraneo che caratterizza il perturbante ossia quel particolare sentimento di spaesamento analizzato da Freud grazie soprattutto all’opera di Hoffman, L’uomo della sabbia.

E così pare naturale ritornare a L’uomo della sabbia. Capriccio alla maniera di Hoffman (da leggere qui e qui), cioè al lavoro teatrale di Menoventi in programma al Festival (per l’appunto ispirato all’opera che ha ispirato il saggio sul perturbante) e chiudere lo “strano anello” che fa da linea guida per la poetica cibernetica di Gianni Farina e compagni.