Lo spettacolo del dramma. Sanremo 2012 e l’entrata di Celentano

L’entrata di Adriano Celentano a Sanremo non può che essere un esempio di come lo scenario catastrofico e della paura collettiva facciano da sfondo alla resa contemporanea del dramma sociale, della situazione di conflitto in cui innegabilmente stiamo vivendo.

La spettacolarizzazione – fra video e scena dal vivo confusi per lo spettatore televisivo dal lavoro di regia – è il linguaggio ideale per la messa in forma di una performance che, nella ritualità laica dell’intrattenimento, cerca di mettere insieme tutto: il divertimento con l’efficacia messi nelle mani di un uomo di spettacolo che si comporta da santone.

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Great (disappointed) expectations 2. Boris Godunov

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(foto mia: bomba inesplosa davanti a me).

Aspettavo di vedere il Boris Godunov de La Fura dels Baus per una serie di motivi (qui).

Si tratta di un’operazione complessa – leggo un articolo imperdibile di Attilio Scarpellini – che consiste nel produrre un’opera stratificata, costruita su più piani narrativi. Mediologicamente interessanti a partire dall’idea del docu-drama che ha per tema l’attentato al teatro Na Dubrovka in Cecenia nel 2002. La compagnia immagina che i terroristi facciano irruzione nella sala durante la rappresentazione del Boris Godunov – vicenda della Russia zarista raccontata da Puskin, poi musicata da Musorskij, fino alla versione cinematografica dell’86 – qui adattata al periodo stalinista. Gli ostaggi sono gli spettatori. Nella fattispecie noi: all’Arena del Sole di Bologna.

Caso quanto mai evidente del rapporto fra dramma sociale e performance; della spettacolarizzazione del reale e delle sue catastrofi; dinamica riflessiva; attualizzazione, delocalizzazione e rilocalizzazione (della storia, da un lato, della rappresentazione, dall’altro): sapiente – e di mestiere – assimilazione a fini drammaturgici del video per localizzare (appunto) la piéce fra il fuori (al teatro) e il dentro (i locali del teatro, la sala) dove gli attori/terroristi, attori/attori e la negoziatrice (che nella realtà fu la Politkovskaja) compiono le loro gesta, svelano i caratteri dei personaggi, le lotte per la leadership, il conflitto ideologico, ecc.

Tuttavia l’operazione non va a segno. Non è andata a segno per me. Ben recitata. Ben realizzata. Elevata a livello simbolico ma i conti non mi tornano. E da quel che ho sentito in giro il livello emozionale – su cui il lavoro sembrava voler puntare – si è attestato alla superfircie neocorticale un po’ per tutti.

Il fascino della Russia sta anche nella sua langue e lo spagnolo sentito da un italiano non rende quella drammaticità, non è così epico. Non può. E’ una leva espressiva che apprezzo de La Fura, un suo specifico narrativo, ma qui non rende. Il pubblico non ha più paura.

Il teatro è un luogo sicuro perché ancora svolge la funzione di disaccoppiare il vissuto dal rappresentato e in questo sta la sua grandezza, la sua utilità. Il mondo fuori è molto peggio, lasciamolo dov’è.

Metafore della caduta. Da King Kong all’11 settembre

Ieri sera ho rivisto, in parte, il documentario – ma direi che si tratti di un docu-fiction – 11 settembre. Il giorno che ha cambiato la storia che insieme ad altri eventi di commemorazione visti in televisione, letti, ecc. fa parte di quella forma rituale di metabolizzazione del lutto da leggere anche nel rapporto fra dramma sociale e perfomance culturale.

Leggendo il post The falling man – che mi sembra porti attraverso il meccanismo riflessivo della letteratura al lavoro di lutto individuale, cioè nell’ancoraggio fra il medium e il vissuto – mi è però tornato in mente anche il passaggio indicato da Abruzzese ne La grande scimmia come tassello importante nell’analisi dell’immaginario, e dell’immaginario della castrofe. Sul piano quindi dell’immaginario collettivo e del patrimonio simbolico più generale.

Nel film del 1933 King Kong cadeva dall’Empire State Building, “nuova immagine di catastrofe praticata sul corpo della scimmia e nel cuore della grande città”, nel film di Guillermin del 1976 (quello che abbiamo visto noi) King Kong cade dalle torri gemelle. E chi si ricordava? E così dice Abruzzese: “messa in opera della realtà del tragico evento dell’11 settembre 2001 che ha distrutto alle sue radici lo scenario verticale su cui si è fondata l’intera mitologia della Grande Scimmia”.

E mi verrebbe da dire anche la mitologia verticale del maschile e di una certa cultura. Ma questo è un territorio minato. Rimanderei a Bachelard e a Durand.

Qui basti dire che l’evento drammatico continua a produrre forme (rappresentazioni) che passano per letteratura, cinema, arte (lo si vedeva anche all’ultima Biennale di Venezia), nel memoriale di Second Life, fino ad arrivare alla nuova sight di Ground Zero.