Di natura violenta. Uomo, tecnologia e natura secondo Cosmesi

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È andato in scena in questi giorni al Sì di Bologna Di natura violenta, la nuova produzione di Cosmesi, la compagnia di artisti visivi per il teatro formata da Eva Geatti e Nicola Toffolini qui affiancati da diversi compagni di viaggio.

Questo lavoro segna una piccola grande rivoluzione nella ricerca di Cosmesi che passa dalla centralità dell’immagine a quella della parola. O meglio passa all’analisi della complementarietà dei due ambiti imprescindibili della comunicazione umana cioè il registro analogico e quello numerico. Una scelta che consiste nel ridurre e rendere per sottrazione il peso dell’immagine e del corpo performante, in favore della centralità della dimensione verbale che serve per dire delle cose disambiguando l’immagine.

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Le cose di cui vuole parlare Cosmesi riguardano uno dei grandi archetipi dell’immaginario che è appunto la Natura la cui ambivalenza, il fatto cioè di essere per sua natura matrice di vita e potenza distruttrice, è sintetizzata nella metafora della natura violentata che, mi pare di capire, spiega meglio la condizione del nostro tempo considerando che ad essere di natura violenta, di fatto, è l’essere umano.

Si tratta insomma di prendere una posizione politica nei confronti della deriva tecnologica e dei suoi effetti perversi, di mettere a confronto l’utopia della tecnica con le sue ricadute distopiche, di assumere come principi guida di un diverso rapporto fra individuo e società le idee di devoluzione o decrescita felice su cui una parte importante della riflessione scientifica, economica e sociologica dibatte da diversi anni.

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Per parlare artisticamente di questi temi servono degli esempi emblematici, capaci di “teatralità” e quindi particolarmente potenti sul piano drammaturgico e simbolico. Ecco perché Cosmesi rintraccia in due figure “estreme” come H. D. Thoreau e Theodore Kaczynski l’idea e il fulcro narrativo del lavoro.

Il primo è il filosofo, scrittore e poeta statunitense che ha teorizzato (e praticato) il concetto di disobbedienza civile e che ha posto la questione della natura come oggetto della pratica filosofica nello scritto autobiografico Walden, ovvero la vita nei boschi; il secondo, più noto come Unabomber, è il docente universitario e terrorista statunitense autore di molti attentati e del Manifesto incentrato sull’analisi della società industriale e le sue catastrofiche conseguenze.

4 punti

Il meccanismo narrativo dello spettacolo è perciò incentrato sull’uso di frammenti dei testi originali di H. D. Thoreau e Theodore Kaczynski proiettati sul velatino dietro cui si svolgono le azioni sia in italiano sia in inglese e che non fungono da sovratitoli ma da tracce di discorso su cui fissare l’attenzione: da ascoltare – attraverso le voci registrate di Guido Beretta e Filippo Pagotto – e da leggere. Se infatti l’ascolto è la pratica più adatta all’oralità dello spettacolo dal vivo – potenziato fra l’altro dalla musiche e dal suono live – Cosmesi ci esorta alla lettura come azione intima, utile per riflettere, per pensare ognuno per sé.

In scena Eva Geatti compie gesti che fanno da contrappunto ai testi, si ritaglia un bel momento coreografico, si concede un breve e incalzante monologo dedicato alla necessità di rinunciare a qualcosa, di togliere, senza per questo pensare di poter rinunciare a tutto.

Poi alla fine si accendono le luci e vediamo in scena Nicola Toffolini e Theo, seduti alla consolle dietro ai computer, artefici delle proiezioni e dell’ambiente sonoro.

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Capiamo allora che Cosmesi ci ha portato dentro a un gioco paradossale in cui il rapporto fra tecnologia e natura, che Thoreau e Unabomber non potevano che trattare nei termini dialettici otto-novecenteschi, è affrontato attraverso un processo che porta a pensare alla natura tecnologica della nostra esperienza. Natura tecnologica che riguarda anche il teatro, originario dispositivo dello sguardo. E prima ancora la scrittura da cui tutto il sapere scientifico (e tecnologico appunto) deriva, cui le due figure rivoluzionarie si sono rivolte per far circolare le proprie idee.

Cosmesi si affida alla tecnologia cambiandole di segno rispetto alle visioni apocalittiche dei due autori, anche se non saprei dire quanto questo sia nelle loro intenzioni. Sta di fatto che la tecno-logica è innervata nel processo creativo di Cosmesi, caratterizza un’estetica frammentata, schermica, sonora che è la vera chiave di lettura della nostra contemporaneità collassata ma anche di alcune delle sue potenzialità.

 

[foto da B-FIES/MOTHERLODE dove lo spettacolo ha debuttato l’1 agosto 2015]

 

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The dark side of the boom

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Con In bianco – visto al Teatro Comunale di Cesenatico il 17 gennaio 2014 – il Teatro Patalò ci porta delicatamente indietro, agli anni compresi fra il 1959 e il 1963, per svelarci il lato oscuro del boom.

Sullo sfondo quindi di quella che può essere considerata la più grande narrazione otto-novecentesca, ovvero la fiducia nel sapere scientifico e nel progresso tecnologico, si stagliano quattro figure “tipo” che ne svelano il lato distopico.

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(foto Chico De Luigi)

Per farlo si avvalgono, com’è inevitabile che sia, degli strumenti dell’immaginario collettivo, delle rappresentazioni simboliche fornite dal cinema e dai divi, dal rock’n’roll e dalla radio. Ma anche di quelle prodotte dalla sperimentazione scientifica – militare e medica – e da un processo di disciplinamento dei corpi e delle vite che i quattro personaggi, singolarmente e negli intrecci fra loro, mettono in chiaro. O meglio in bianco. Che poi – come spiega Isadora Angelini – il colore bianco è usato per rimandare alla fredda asetticità diun ambulatorio ma anche al lutto nella simbologia orientale.

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La hostess (Mia Fabbri) – della Pan Am? – che tradisce l’indipendenza raggiunta dalle donne con il lavoro cadendo nella più classica sequenza amante del pilota-incinta-aborto… ma come dicono in scena “anche Marilyn ha abortito 14 volte mentre cercava soltanto di essere felice”.

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La ragazza malata – Emma interpretata da Isadora Angelini – che viene sottoposta a trattamenti invasivi al cervello che la snaturano: il suo carattere, la sua mente, i suoi ricordi.

Il soldato (Luca Serrani), forse proprio quello che ha lanciato senza neanche saperlo la bomba atomica su Hiroshima o Nagasaki, e che, con un suo fare stralunato, si porta addosso un trauma individuale che fa il paio con la catastrofe collettiva.

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Lo speaker radiofonico (Denis Campitelli) che mentre consola i suoi ascoltatori in uno scenario alla American Graffiti piange per la morte del rock’n’roll. O forse perché sa che il futuro risentirà di una mitologia rivelatasi meno solida di quel che sembrava.