Arte e/è comunicazione. Discorsi e qualche discussione che non guastano mai

Ho letto su D di Repubblica che Daniel Richter, uno dei giovani artisti più conosciuti e quotati in Germania, ha passato un fine settimana in incognito a Parigi, confuso fra i pittori che fanno i ritratti ai passanti e ai turisti, per capire quanto sia apprezzata la sua arte fuori dal mercato e dalle gallerie. Pare che abbia guadagnato pochissimo. 

Il trafiletto mi ha fatto tornare in mente la conversazione/discussione che qualche sera fa ha coinvolto me a altri fedeli dell’unAcademy – sì, sempre SL – e che aveva come oggetto la definizione dell’artista. Continuando idelamente quella conversazione, penso che questo esempio possa dimostrare come il sistema sociale dell’arte stabilisca le sue regole, e che il riconoscimento delle sue selezioni motivi all’accettazione della comunicazione. O più semplicemente: fa dire anche a noi quale opera è d’arte o meno e chi sia o meno un artista. 

Aggancerei anche 1. lo spunto di Clinicamente testato relativo al sito dedicato agli artisti dall’alto e dal basso; 2. un altro trafiletto sempre su D che cita il caso di E-Flux, newsletter per la diffusione di arte contemporanea via web che funziona come un monte dei pegni per gli artisti, promuovendone la visibilità. 

Bene. Io vedo in questi esempi una logica che non cambia. Come dire, la legittimazione dell’arte deve trovare delle vie che sono comunicative. Se poi ci sono forme di visibilità che integrano quelle “ufficiali” ben venga, ma temo che ogni artista abbia bisogno prima o poi di rientrarci. E che il pubblico ne abbia bisogno per orientarsi. 

Nulla toglie comunque la specifica ambiguità dell’arte, che è poi la sua ricchezza, sempre sulla soglia fra coscienza e comunicazione. Quindi sempre un po’ (anche) incomunicabile.

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