Flash da #Santarcangelo Festival 2050 (1): Emilio di Alexia Sarantopoulou

Costruito come un’installazione teatrale, Emilio di Alexia si ispira all’Emilio o dell’educazione cioè al trattato pedagogico scritto da Jean-Jaques Rousseau nel 1762. In estrema sintesi il testo assume che la naturale bontà dell’essere umano può essere salvaguardata dalla corruzione dovuta ai rapporti sociali solo attraverso l’educazione impartita da un precettore secondo certi criteri.

La scena è pensata come un tableau vivant con oggetti combinati in una natura morta vivacizzata sia da Ondina Quadri – che per tutto il tempo interagisce e gioca con gli oggetti, unisce vasi comunicanti con liquidi colorati, disegna gli spazi con gli spray – sia dal lavoro con le luci e i suoni che sono gli altri elementi drammaturgici portanti del lavoro.

Solo verso la fine, quando si è ormai immersi nel corpo-spazio-immagine, alcuni passaggi significativi del testo vengono detti dalla voce fuori campo di Alexia, così da creare altri vasi comunicanti: fra le azioni e i gesti in scena e le parole con il pensiero del filosofo che le informa.

Le atmosfere caravaggesche caratterizzano questo esempio contemporaneo di teatro-immagine che si prende il lusso di affidarsi a un approccio anacronistico sull’educazione e di valorizzare la dimensione estetica.

Non so quanto nelle intenzioni delle artiste il pensiero di Rousseau sia usato per dimostrare come la norma sociale continui nei secoli a irreggimentare le scelte, i comportamenti di tutte e tutti, quanto l’educazione come strumento che agisce dall’esterno dell’individuo sia chiamata oggi a confrontarsi più profondamente con l’agency individuale. Perciò non so quanto di politico ci sia, ma quello che sembra – ed è un merito di questo lavoro – è che la libertà di cogliere i nessi con il presente o, piuttosto, concentrarsi sull’apparato formale e performativo in sé, sia lasciata allo spettatore e ai suoi bisogni di significazione.

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