La favola queer di Timi per un immaginario che non vuole immagini

Ammicca al pubblico femminile il queer Filippo Timi di Favola (ieri sera al Teatro Novelli di Rimini). Paragonato a certi personaggi di Almodovar e al famoso interprete en travesti Copi, ma ci vederei tanto bene anche Paolo Poli, il personaggio di Mrs Fairytale – un nome che è già una didascalia – interpretato dallo stesso Timi, autore e regista dello spettacolo, sta tutto in quell’immaginario omosessuale che apparentemente ride di sé e delle sue rappresentazioni stereotipate (da leggere una recensione molto puntuale qui).

Ridiamo oltre che per la vis comica di Timi – espressa sapientemente da certe uscite dal personaggio che non vengono lesinate – per quel senso di vago disagio e di piacere che l’ambiguità mai del tutto risolta simbolicamente porta con sè.

Con l’appoggio dei comprimari Lucia Mascino – l’amica Mrs Emerdale – e Luca Pignagnoli (che interpreta i 3 fratelli gemelli vicini di casa della protagonista) – Timi racconta una storia che, al di là del suo sviluppo narrativo che vuole svelare la verità dietro alle apparenze, si esprime al meglio nella sua dimensione visiva ed estetica.

L’immaginario televisivo è la vera cifra espressiva dello spettacolo e sarebbe, per me, anche il suo punto di forza se ce ne fosse maggiore consapevolezza. I linguaggi del Carosello e delle pubblicità degli anni 50′ e ’60 (esplicitamente evocata dagli stacchi video dello spettacolo) sono rintracciabili nelle scene/scenette – qui un po’ troppo sopra le righe per i miei gusti – che strutturano la storia così come la scenografia e i bei costumi Miu Miu rimandano alle serie televisive ambientate nei contesti domestici di quegli anni non ultima, ovviamente, Mad Men. Senza dimenticare l’insieme degli ingredienti, dalla colonna sonora agli UFO, che riempiono la messa in scena nel suo complesso.

(per questa immagine e per la precedente qui)

Finito lo spettacolo – che si prende molti applausi a scena aperta – Timi (accompagnato dai suoi attori) torna sul palco per esortare – con modalità ed espressioni ironiche ma “minacciose” alla Franken Furter – il pubblico a non pubblicare foto immagini su Facebook e su Internet in generale. Mi viene da pensare che allora non dovremmo neanche scriverne e lasciare che il sostanziale anacronismo della performance ne rimanga la sua caratteristica principale.

La storia evolutiva della comunicazione e dei media ha dimostrato che un medium non sostituisce un altro medium e che la comunicazione per immagini alimenta l’immaginario, appunto, e il desiderio. Anche di teatro oltre che di divi.

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4 pensieri su “La favola queer di Timi per un immaginario che non vuole immagini

  1. “non pubblicare foto immagini su Facebook e su Internet in generale”… ma come? Uno lavora su uno spettacolo così visivamente rilevante per l’immaginario e nega la sua diffusione visiva? C’è una forte contraddizione in questo modo di pensare al rapporto fra specifico scenico e pubblico: la circolazione di una cultura (visiva) che serve da testimonianza dell’esperienza vissuta oppure che rilancia la forza delle immagini di scena è fondamentale per una realtà come quella teatrale, che da una parte vuole parlare alla società e dall’altra rischia di confinarsi entro sé stessa, di ripiegarsi nella sua mono-medialità sconnessa dal mondo.

  2. No, scusa, non credo di essere d’accordo: la mono-medialità sconnessa dal mondo, come la definisci, resta la forza dell’evento teatrale, che avviene in un luogo, in un tempo e tra dei corpi “flagranti”. Intendo dire che., al di fuori di questo incontro unico che si produce tra il palco e la platea, il teatro perderebbe qualunque autonomia poetica se diventasse un epifenomeno di altri media. Il teatro non è home, si va a vedere, è un altro luogo, sia pure incastonato in questo mondo, reale e irreale, sconnesso e interconnesso. E’ il luogo di un incontro non virtuale, di un contatto che per quanto avvenga attorno al simbolico (perché sulla scena nulla è ciò che è, tutto è al posto di qualcosa d’altro) assume una forma concretamente comunitaria e forse primitivamente politica. Per questo gli integralisti per contestare lo spettacolo di Castellucci devono interporsi con il loro corpo tra il suo evento concreto e il pubblico: è lo stato di pericolo, di cui parlava Artaud. Che poi questa forma possa essere riprodotta e mediata, narrata e dialettizzata su altri supporti, è un altro discorso (la critica, lo fa da sempre) che riguarda il circuito della comunicazione, un luogo in cui il teatro si può discutere ma non quello in cui si fa e accade…

    1. Infatti credo che sia proprio lì il punto: non impedire la circolazione comunicativa attorno allo spettacolo, quindi anche attraverso le sue immagini, e non tanto la messa in discussione dello specifico teatrale – la sua autonomia – e del suo patto relazionale con il pubblico. Senza contare poi che il teatro ha con i media della comunicazione un rapporto che va ben al di là della diffusione di contenuti su di esso senza esserne di certo e giustamente un epifenomeno.
      Grazie davvero per i commenti.

    2. La circolazione delle immagini NON è lo spettacolo. E l’implicazione dei corpi ha a che fare con la possibilità di produrre narrazioni della propria esperienza. Anche questa circolazione del simbolico ha a che fare con la natura “aperta” del patto spettatoriale oggi.
      Esistono altre forme primitivamente politiche e comunitarie che passano da nuove modalità di messa in connessione dei corpi mediati. Possiamo fingere che non esistano oppure continuare ad ipotizzare che “tutta questa virtualità sia un’irrealtà”.
      Nel circuito della comunicazione “visibile” oggi non c’è solo la critica e la realtà degli addetti ai lavori ma anche quella del
      pubblico. Credo che battaglie sul copyright delle immagini della scena e dei “divi” teatranti siano di retroguardia.

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