The Plot is the Revolution. Motus e Malina a Santarcangelo41

Con The Plot is the Revolution partecipiamo all’avvio del progetto “Motus 2011 > 2068”, un percorso che riprende – dal “passato” teatrale in generale e dalla ricerca di Motus in particolare – e porta avanti la possibilità del teatro come azione sul presente. Un’azione politica, così come Ermanna Montanari, direttore artistico di Santarcangelo41 ha chiarito nel post precedente a questo.

Per farlo Motus si affida a Judith Malina in una specie di conferenza-spettacolo che ripercorre alcune delle tappe segnate dal Living Theatre, reinterpretate e rivissute come in un re-enactement e in un racconto biografico, a tratti emozionante, poetico e ironico, in cui l’arte e la vita si intrecciano costantemente.

Nella platea del Teatro Petrella di Longiano, ricoperta di cartone bianco su cui vengono tracciati corpi e scritte, simulati gli spazi con nastri adesivi, ad esempio per perimetrare la prigione militare di The Brig, avviene il dialogo fra generazioni che si trovano a riflettere sul bisogno di rivoluzione e di cambiamento, forse prima dentro di sé (che sarebbe il primo vero segno dell’efficacia simbolica della performance) e poi sul mondo.

Le due generazioni a confronto, rappresentate da Silvia Calderoni e da Judith Malina, attraverso la mediazione della figura di Antigone, con l’aiuto dei partecipanti (è così che va considerato e trattato il pubblico) e di alcuni elementi “storici” del Living, parlano delle sempre attuali leggi del potere, che sorveglia e punisce bonificando i corpi, diventando così la regola acquisita che esercita la sua subdola influenza.

Basti pensare ai momenti veramente toccanti dedicati, appunto, a The Brig o alla Peste (già scena finale di Mysteries and Smaller Pieces) in cui grazie a Silvia Calderoni cogliamo tutto il senso del teatro della crudeltà di Artaud e del corpo come elemento centrale della performance.

   

I contenuti dello spettacolo insomma emergono per mezzo del meta-teatro ossia di quel tipo di stratagemma comunicativo (parlare del teatro attraverso il teatro) che permette di entrare e uscire dalla “rappresentazione” dichiarandone ed esplicitandone i meccanismi di funzionamento a garanzia della sua resa riflessiva.

(Viene da pensare a come la neo-tv abbia vampirizzato dal teatro il disvelamento dei dispositivi e coinvolto i pubblici per superare in qualche modo la dimensione di passività per poi farla rientrare da qualche altra parte…).

Infine l’urlo liberatorio di tutti, come metafora del “buttare giù i muri” o forse anche del raggiungimento del Paradise Now, per poi fermarsi a lasciare un pensiero sul cartone, sentire le voci registrate di coloro cui è stata chiesta una domanda a partire dal titolo del progetto (se sentite qualche “esse” bolognese di troppo potrete riconoscere qualcuno di noi…) sono le fasi che chiudono l’evento o meglio lo aprono verso l’attesa di quello che Motus di sicuro saprà ricavarne da qui al 2068.

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