Gruppo di amici in un Interiors. Testo analogico, ironia e questioni di soglia nello spettacolo di Mattew Lenton

Dando soddisfazione al piacere voyeristico di tutti noi la scena di Interiors – di Mattew Lenton, visto al Teatro Storchi di Modena il 13 maggio – si presenta come una normale sala da pranzo illuminata, allestita per una cena fra amici, vista da fuori. E fuori, dove stanno il pubblico e il personaggio narrante che fornisce indizi sul dialogo muto che seguiamo al di là della finestra-quarta parete, è buio pesto, è freddo, nevica e lo capiamo dalle proiezioni video su tutta la “cornice” della finestra. E lo spettacolo si gioca fondamentalmente nel dentro/fuori, ossia in quella dialettica che ripropone costantemente, anche nel teatro, la questione del guardare e dell’essere visti.

Si potrebbe quindi pensare agli spettacoli dello Squat Theatre e alle vetrine dei negozi usate come metafora della soglia fra interno ed esterno e fra le diverse possibilità spettatoriali ma si potrebbe pensare anche all’emergenza delle forme proto-televisive e dello sguardo moderno (mediato) che ci viene dalle letture mediologiche di Benjamin su Parigi (e quindi Baudelaire e quindi Poe e l’uomo della folla).

Qui la forza espressiva – e molto divertente in certi passaggi – è data dal non verbale e dal modo in cui i gesti sono calibrati mostrando, come se ce ne fosse bisogno, che la competenza comunicativa (umana) si gioca (anche) nella traduzione dal numerico all’analogico cioè sul piano delle relazioni fra i comunicanti e spesso nella non coincidenza fra ciò che si dice e ciò che si esprime.

Ispirato dal dramma Intérieur di Maurice Maeterlinck del 1895 e centrato sui temi del destino e della morte, così che anche questa opera dell’immaginario contribuisca al loro esorcismo, lo spettacolo è frutto della riscrittura da parte della compagnia Vanishing Point, e della drammaturga Pamela Carter che, come ci (a Sandra e a me) raccontava Damir Todorovic (uno degli attori e amico dai tempi di Motus), ha lavorato sulla ripulitura, sull’adattamento delle parole da non dire alle caratteristiche degli attori. E così l’efficacia dei gesti è data proprio dalla loro “naturalità” – senza naturalismo – che come sappiamo, a teatro, è molto spesso una conquista.

Un’ironia tutta anglosassone poi è quella che fa ballare una coppia a ritmo di Video Killed the Radio Star poco prima di lasciarsi, o che fa cantare in playback a Peter, il personaggio più anziano e padrone di casa, una canzone di Paul Young anche se poi scopriamo che sarà il primo di loro a morire da lì a qualche settimana… Insomma il presente e il destino incombente, l’ironia e il tragico. La vita che ci spetta.

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