Un teatro per Ballard. Qualche nota su Note per un collasso mentale di Phoebe Zeitgeist

Che la sociologia dell’immaginario sia prima di tutto una sociologia della letteratura è dimostrato dalla sua connotazione mediale, dall’essere stata cioè la forma capace di separare radicalmente, attraverso la lettura, il vissuto dal rappresentato e dal segnare così l’avvio di un processo individuale, tutto interno al lettore, di attualizzazione della comunicazione. In questo il testo letterario si differenzia dal dramma teatrale, già di suo testo per la scena da rappresentare in e per un pubblico. Tuttavia il confronto/scontro con la partitura scritta e della sua messa in scena ha segnato molti degli sforzi attivati già dalle avanguardie artistiche: ora alla ricerca dello specifico teatrale, e della sua crudeltà, ora affascinate dai contenuti letterari e dalle immagini che questi hanno sempre saputo evocare. Non è un caso quindi che molta della scena contemporanea, italiana nella fattispecie, abbia trovato nella letteratura una fonte di ispirazione particolarmente attraente soprattutto per fare i conti con le urgenze della riflessione sul contemporaneo. Naturalmente questo rapporto riguarda, come naturale estensione, l’assimilazione di altri testi, visivi ad esempio, e la progressiva entrata del teatro nei territori – e negli immaginari – dei media di massa prima e anche digitali oggi. È una questione di convergenza dei linguaggi che fa ormai parte della ricerca espressiva e che il teatro, arte dal vivo, fa propria secondo le sue leggi.

Non si offenderà nessuno quindi se fra queste leggi facciamo anche rientrare, dalla finestra ovviamente, la derivazione rituale del teatro che fa del secondo anniversario della morte di James G. Ballard – celebrato dallo spettacolo Note per un collasso mentale di Phoebe Zeitgeist Teatro (qui direi l’interessante e coerente derivazione del nome) nell’ambito dell’iniziativa Ballard Milano 2011 Icone neuroniche sulle autostrade spinali – l’evento più adeguato a celebrarne il mito. Un mito adeguato ai tempi moderni.

Lo spettacolo, diretto da Giuseppe Isgrò, si ispira dunque all’opera di Ballard e in particolare a quel documento “lucido e spaventevole” (Caronia) degli anni ’60 rappresentato da La mostra delle atrocità.

Il rovesciamento fra mondi “interni ed esterni”, l’esteriorizzazione del sistema nervoso che all’epoca potevano ancora sembrare invenzioni eccentriche e fantastiche di un autore eccessivamente visionario, sono diventate in poco più di trent’anni, col computer e Internet, esperienza quotidiana” (Caronia).

Come dire: il testo che ha prefigurato il suo superamento come medium dell’intrattenimento disvelando gli immaginari emergenti e per naturale conseguenza la condizione umana e i suoi statuti (individuali e comunicativi).

Riportare nei tempi e nelle forme del teatro questo testo vuole dire perciò riscrivere quella visione e renderla perciò anche visibile. Per farlo Isgrò ha linearizzato il testo esploso (e qui vampirizzo Francesca Marianna Consonni) mantenendo allo stesso tempo una struttura fatta di frammenti – di testo, di gesti, di azioni – che diventano poi le immagini da associare ai temi e alle loro distorsioni (sempre Consonni) come il sesso, la pornografia, la follia, la malattia, la scienza, la chirurgia plastica, la guerra, la macchina, la morte… Gli attori – Andrea Barettoni e Francesca Frigoli – sono la parte “viva” di questi frammenti, danno “corpo” (e voce e canto) a queste immagini unite al suono di Alessandra Novaga e al sound design dello stesso Isgrò in un insieme che potrebbe anche evocare la dinamica straniante del teatro epico brechtiano. Le immagini video – “persistenze retiniche di immagini della mente” (Consonni) – pornografiche per lo più o come ulteriori frammenti recitativi integrati allo spettacolo – sono lì per ricordare un’iconografia della sessualità che forse non è più la nostra e che porta piuttosto a riflettere su un’altra possibile rappresentazione delle visioni ballardiane… i video di You Porn come pure alla rappresentazione ancora più efficace degli effetti perversi della cultura della chirurgia estetica rappresentati da una serie di successo come Nip/Tuck… Come dire: immagini e immaginari adatti allo spirito del tempo ballardiano possono fare conto oggi su forme ancora più spudorate e adeguate ad esprimere gli esiti delle sue visioni e perciò a dargli ancor più decisamente ragione.

Infine, anzi all’inizio, l’efficacissima introduzione in video di Antonio Caronia e da lì lo slogan della serata durante il bicchiere della staffa: “mai più senza!”.

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