La socievolezza delle reti socievoli. Roba seria.

Che anche l’accademia, sì lo so è parola trombona, serva a qualcosa per parlare di qualcosa che ha a che fare con delle dinamiche evolutive che passano altrove mi sembra il risultato principale del convegno che abbiamo chiuso venerdì 20 alle 18.30. Che a modo suo continua nelle mail che riceviamo, nei commenti su FB, FF, ecc. ma che soprattutto è stato dimostrato dalla presenza spontanea e interessata delle persone e degli studenti. Ma lo abbiamo capito: il faccia a faccia non scompare declinando piuttosto in altre forme della socievolezza.

Sì perché se dalla mirabile lezione – non saprei come altro chiamarla – di Paolo Jedlowski capiamo l’irrinunciabilità della teoria e delle comparazioni di contesto (storiche anche e chi c’era non dimenticherà il riferimento ai caffè ottomani e allo adda bengalese) per inquadrare il fenomeno che stiamo osservando e cioè il social web. Se quindi la socievolezza già nella lettura di Simmel si è sviluppata come forma pura senza un fine al di fuori di sé se non il piacere dell’associarsi fine a se stesso è anche vero che senza esserne la base di sviluppo la socievolezza è tracimata nella sfera pubblica, cioè in un contesto emergente dalle argomentazioni su contenuti ritenuti di interesse generale. Un quadro in cui si possono osservare non solo le tendenze di razionalizzazione strumentale del moderno ma le controtendenze “dal basso” che la stessa modernità ha prodotto nei suoi “luoghi terzi”. E’ da qui allora che le riflessioni più esplicitamente centrate sulla dimensione mediologica di Alberto Marinelli e di Giovanni trovano degli ancoraggi per me particolarmente interessanti. Cose di cui parliamo parecchio e che Giovanni sa mettere sul piatto molto bene: cambiamento del senso di posizione nella comunicazione, contingenza e rinvio sono le parole chiave (per me). La nostra disponbilità alla comunicazione, più o meno consapevole, è il modo per incarnare la contingenza e rendere le coscienze “sempre più” base riproduttiva della comunicazione e del senso sistemico, sociale, centrato sul rinvio e sulla logiche della differenza senza valore. Eccerto (per dirla alla GG) se la base della socievolezza è la forma e non il contenuto… Eppure io mi dico che da qualche parte l’urgenza, umana, di elaborare l’esperienza e il legame sociale a partire dal valore della differenza ci deve essere. Chissà dov’è? Nelle opzioni di privacy? Nelle scelte di condividere solo certe cose? Nella capacità di distinguere livelli di friendship? Nella pertinenza degli argomenti che si trattano? Nella competenza? A qualcosa ci pensa l’arte, ma è un altro discorso…

I contributi dei workshop, troppi e troppo interessanti per elencarli qui, mi rimandano a una questione, discussa a caldo con Nicoletta, di ordine metodologico e teorico. La ricerca serve, e molto, affinare le metodologie anche perché abbiamo a disposizione un fenomeno che si dà lì – ricercabile, scalabile, ecc. – come dato da costruire e interpretare in maniera assolutamente inedita. Quello che serve però è capire bene l’oggetto, farsi la domanda giusta. E noi forse ci stiamo chiedendo ancora quale sia la domanda. Una sfida da raccogliere.

La dimensione social del convegno? Niente male per me. Grazie a tutti. Bravi tutti 🙂

E comunque ho sentito la mancanza di alcune persone (professori, colleghi, amici) che se ci fossero state avrebbero fatto una differenza (di valore).

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