Immaginario incarnato. Capitolo 2: bambolite

E’ della fine degli anni ’90 il fenomeno giapponese e arrivato fino a noi delle Gothic Lolita. Cui si associano le diverse varianti Kogal, Canguro, Yamamba, il Decora Style, e finanche le (fantastiche) Harajuku Girls di Gwen Stefani.

Una forma espressiva prevalentemente femminile e giovanile che ha radici nella letteratura young adult (definizione di Sarah Trimmer leggevo su un articolo di Io Donna di questa settimana) oggi rappresentata da Libba Bray e dalle storie di Gemma Doyle. Senza dimenticare il passaggio dei manga naturalmente.

Le Lolite di tutto il mondo si incontrano in rete e una ricerca, che avrei voluto fare io (e di cui ho letto sempre sul femminile del Corriere della Sera), dell’Università di Glasgow nel corso della quale sono state intervistate quasi 1.300 teenager fra gli 11 e i 19 anni, ha dimostrato come queste ragazze corrano pochissimi rischi di depressione checchè se ne possa pensare. Insomma incarnare il proprio immaginario non fa per forza male. Anche io nelle vesti di mezza-dark ci stavo proprio bene.

Nota doverosa: bambolite è un’espressione che prendo a prestito da Zazie e da Gianky.

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8 pensieri su “Immaginario incarnato. Capitolo 2: bambolite

  1. “Il linguaggio è un virus” (cit. 🙂
    C’è, nell’incarnare l’immaginario, come qui o molto di più nel mondo del cosplay, qualcosa che va al di là del desiderio di appartenenza. E’ diventare parte comunicante, farsi mezzo attivo dove un particolare modo di apparire diventa forma di espressione personale, essere al tempo stesso consumatore e produttore.

  2. D’accordo su tutta la linea @gky. C’è che direbbe “farsi media”, ad esempio GBA, per indicare il compimento ultimo di questo tipo di dinamiche. Ma tu che fai, mi diventi sociologo della comunicazione?? Sarà il virus… :-).

  3. Il “farsi media” si attua anche solo indossando una t-shirt con un messaggio (anche il semplice nome di una band metal). I giapponesi vanno oltre ed elevano il travestimento ad arte o almeno ad artigianato; si vede anche in Second Life, dove posti e avatar nipponici rivelano fantasia e creatività che raramente si trovano altrove.

  4. Be’ il “farsi media” ha già a che fare con l’UGC. In ogni caso capisco cosa intendi e mi toccherà andare in gita nelle land nipponiche. Suggerimenti?

  5. Mi inquieta molto di più l’orda omologata dei sorrisi verticali (vedi: culi in vista dalla vita bassa che non va nemmeno più di moda). Qui c’è un lavoro sull’espressione del sé e soprattutto sull’estetica. Una scelta di consumo vocazionale, un modo di appropriarsi del mondo magico dell’immaginario.

  6. sorrisi verticali?
    Fantastico, non l’avevo mai sentito! 😉
    Hai ragione, io di sorrisi verticali a Milano ne vedo tanti ma tanti…

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