Magnitudini della performance

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Magnitudini della performance è un saggio che dà anche il titolo a un volume di Richard Schechner. Riprendo questo titolo per ribadire l’esistenza di un filo rosso, sempre in evoluzione, fra una serie di eventi della comunicazione che si definiscono solo e soltanto nella relazione fra partecipanti co-produttivi, co-implicati. La logica è quella della comunicazione “dal vivo” in un senso ben più complesso del semplice faccia a faccia.

Ci pensavo in relazione alla performance Prophecy and Poetry in Second Life, grazie a Roxelo, e andando a vedere i lavori di Gazira Babeli. Passando per l’incontro con Moni Ovadia a Scienze della Comunicazione a Urbino e alla sua lezione sul teatro, rito laico, su Brecht in particolare e sul rapporto con il pubblico. E ancora Anna Karenina di Nekrosius, a Bologna. Lì mi veniva in mente anche Barthes e i miti dei giovane teatro: la fatica dell’attore, il suo sudore come piacere ultimo per lo spettatore. Ma che dire della fatica anche fisica dello spettatore impegnato per 4 ore e mezza a seguire lo spettacolo? E ancora la lezione sulle culture partecipative in unAcademy. La lezione, performance in sè, con avatar super-attivi e competenti a parlare delle forme performative che sono centrali nei media convergenti. E forse tutto questo c’entra anche con il dibattito che troviamo qui  (ma per chi ha un avatar anche qui) e che riguarda i giovani e le forme di auto-rappresentazione.

Insomma contenuti e forme: magnitudini della performance. 

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6 pensieri su “Magnitudini della performance

  1. Credo anche io che la performance sia un mezzo di comunicazione molto efficace, poiché l’azione performante può essere carica di simboli, di contenuti letterari, di poesia. Perciò adoro Gazira Babeli, perché ogni sua azione mi induce a trovare i riferimenti, i simboli, i percorsi della mennte. Bello, bello il percorso che conduce all’atto creativo, quando è pensato, dibattuto ma anche emozione che pesca nei ricordi e nelle esperienze di vita.

  2. Dopo avere letto il tuo post mi sono andato a rivedere alcune cose di vecchia data per rimettere un poco in ordine alcune idee.
    Come diceva molto tempo fa Adorno, “le sole opere che oggi contano sono quelle che non sono più opere”. Apertura al volume Performance di Luciano Inga Pin.
    E’ ancora valido questo aforisma?
    Ho alcune domande da farti, Laura, non in chiave polemica ma con un pizzico di provocazione.
    E’ ancora valida, “realmente”, oggi la performance?
    Ancora: oggi la performance a chi serve? All’artista che la compie? Al pubblico? All’insieme dei due come ad un tempo? Al mercato dell’arte?
    Ma la performance oggi incoropora il pubblico? Ma di quale corpo parliamo? Ha ancora senso una Body Art? Ed evocarla in SL ha un senso? Il corpo a più dimensioni di qui si parlava un tempo oggi quante dimensioni ha?
    E su quanti livelli contemporanei oggi agisce? (penso alla Perf dei 01.org che agivano contemnporaneamente aleno su 3 canali di trasmissionei: web, SL, dal vivo e su tre livelli del discorso: citazione, provocazione e in qualche termine “raggiro” (non ludico) del pubblico…
    E la dimensione ludica della performance oggi che fine ha fatto?
    … e tante altre domande …

  3. Roxelo, mi sembra che sottolinei l’importanza dei contenuti nella performance artistica. E mi trovo d’accordo.
    Fabio: hai bevuto? 🙂
    Secondo me la performance è una specie di paradigma oggi che si applica perfettamente alle forme della comunicazione: all’evoluzione della comunicazione di massa e alle dimensioni partecipative del pubblico. Pur partendo dall’idea di un’azione per un pubblico.
    Dal punto di vista della performance artistica – che non è tutta la performance – il genio di Adorno sta nell’aver indicato il superamento dell’estetica hegeliana, intanto, l’idea di opera. Credo almeno. La p. serve: al sistema sociale dell’arte (e anche dei media), e al pubblico. Non so se “abbia senso”, certo è che lo sforze degli artisti deve andare nella direzione che gli compete: saper produrre forme inedite. Anche su SL. Ad esempio certe immagini di G. Babeli muovono verso un’idea del corpo che mi sembra raggiungere il “punto” in questione. La dimensione ludica è importante. Non sempre c’è ma a volte sì: noi avatar che ci buttiamo fra i 2 Mattes, certo teatro contemporaneo che usa bene la leva dell’ironia (le serve di Goldoni con Fullin e la “mia” Grimalda ma anche cose viste in festival piccoli come quello di Longiano).
    Altre domande? 🙂

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