Brevi note su I racconti mandalici

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Sono affezionata alla messa in scena dei racconti mandalici di Andrea Balzola dai tempi della tesi di dottorato. Una parte della ricerca riguardava infatti l’analisi dell’attività spettatoriale dell’allora Storie Mandaliche con Giacomo Verde. Poetico cyber-cantastorie. Là l’opera si snodava attorno alla messa in connessione di sette nodi narrativi, in una sorta di ipertesto composto da parole e immagini realizzate con il Mandala System, appunto, e caratterizzato dall’interattività con lo spettatore chiamato di volta in volta a scegliere il percorso della storia da seguire. Il pubblico stava seduto intorno – nel cerchio magico – o comunque sempre vicino al narratore così da delimitare la zona performativa come comunità simbolica, come condivisione affettiva. 

La versione che ho visto a La Spezia cambia completamente registro. E non potrebbe essere altrimenti. Ora la sperimentazione – così mi ha detto anche Andrea Balzola nella breve ma illuminante conversazione dopo lo spettacolo – è prevalentemente sui linguaggi: video, sonori, del corpo e soprattutto della voce. Non è più la storia l’elemento evocativo, non la trama da sciogliere, ma la partitura espressiva nel suo insieme. L’interattività non è più quella dello spettatore ma della performer con la drammaturgia delle immagini sullo sfondo, anche queste più evocative che didascaliche mi è parso, e della voce. È proprio qui mi pare che sta la forza di questa messa in scena. La voce che cambia di registro, dal femminile al maschile ad esempio, dal parlato al cantato.Una potenzialità che mi piacerebbe cogliere in un contesto più ravvicinato. Non tanto nel teatro – luogo dello sguardo – ma in uno spazio – mandalico? –  che certamente metterebbe meglio in risonanza la carica emozionale, tattile, corporea, della voce di Francesca Della Monica. E qui è Anna Maria Monteverdi a suggerirmi la situazione di una resa migliore per questo tipo di spettacolo. 

Resta il meccanismo della citazione. Se ne è già parlato in relazione ad altre derive della performance. Qui vedo un omaggio esplicito a Laurie Anderson, che già usava il voice coder per trasformare la sua voce al maschile ad esempio. E mi piace.

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