“Portare Il Capitale in scena è una pazzia!” Marx, il teatro e l’osservazione di secondo ordine

Nell’ambito di Vie Scena Contemporanea Festival  è andato in scena uno spettacolo molto interessante. In realtà c’erano diverse cose da vedere ma siccome mi tocca dover selezionare le mie trasferte teatrali, mio malgrado ovviamente, la scelta è caduta su Karl Marx/Das Kapital: Erster Band del collettivo tedesco Rimini Protokoll   e non mi dispiace neanche un po’, anzi.

Chi mi conosce, anche gli studenti, sa che non mi interessano né la critica teatrale né tanto meno quella artistica, non è il mio mestiere e lo lascio fare a chi è capace. Teatro e spettacolo mi interessano dal punto di vista della comunicazione performativa e delle sue ricadute sull’immaginario. Per descrivere lo spettacolo, che in realtà si presta ad essere meglio definito proprio nei termini della performance per le sue modalità di costruzione, mi avvalgo, per comodità e chiarezza, delle descrizioni trovate nel catalogo del festival con qualche mia aggiunta.

Otto persone dalle competenze diverse, non attori di professione, ma persone che vivono in maniera diversa l’influenza del pensiero marxista. Un maoista che racconta la sua esperienza in Cina, l’impiegato cieco di un call center, collezionista di dischi di musica popolare tedesca, che vuole partecipare a Chi vuol essere milionario, uno storico che ripercorre la storia e i numeri delle edizioni tedesche de Il Capitale ed e colui che dichiara “Portare Il Capitale in scena è una pazzia!”, una traduttrice che racconta di come i giovani della DDR fossero refrattari a studiare obbligatoriamente il russo, un uomo d’affari fallito che negli anni Sessanta era membro dell’Unione tedesca degli studenti socialisti e andava in giro a bruciare i soldi, un lettone che racconta di essere stato trattato appena neonato come “merce” da una donna polacca che lo avrebbe comprato per aiutare la giovane madre in difficoltà a emigrare, infine un giovane comunista con le sue certezze e speranze per il futuro dell’umanità. 

Sono dunque performer che mettono in scena se stessi, rendono comunicativi i loro vissuti a partire da Il Capitale – di cui viene fornita una copia ad ogni spettatore che può seguire le parti evidenziate e tradotte in italiano –  e che ci fanno seguire il filo rosso di un plot che intreccia costantemente, e non senza humor, i contenuti dell’opera con i racconti di vita vissuta, con le biografie delle persone in scena. Un lavoro di traduzione che si gioca già nella traduzione in cuffia dal tedesco e, soprattutto, nella messa a tema di vite segnate dall’ideologia marxista e che attivano un processo continuo di osservazioni di osservazioni: del lavoro teatrale sui protagonisti, di questi sulle loro vite, di noi che guardiamo la scena e le vite raccontate (e riflessivamente anche le nostre). Assistiamo insomma a un gioco di scambio fra realtà vissuta e realtà della scena che è il significato stesso della performance (di tutte le performance). E che è l’aspetto che a me interessa di più.

Però c’è anche l’elemento di “efficacia” che non va sottovalutato e che riguarda il linguaggio politico, nel senso ampio del termine, di un lavoro come questo che rimanda alle funzioni storiche di un certo teatro a partire però, direi, dalla consapevolezza delle osservazioni di secondo ordine.

Un percorso che si inserisce nella storia dei tre registi che sono l’anima del collettivo, attivo dal 2002, e che sono noti per aver realizzato eventi come: (dal catalogo) “la lettura dal vivo di una seduta del Bundestag dalle 9 del mattino a mezzanotte; un Wallenstein in cui i versi di Schiller sono stati sostituiti da una discussione su potere e tradimento tra ex politici della CDU e veterani della guerra del Vietnam; Cal Cutta un evento in cui i performer stavano fisicamente a Calcutta ed erano collegati tramite telefoni cellulari con gli spettatori a Berlino”. A quest’ultima performance avrei proprio voluto esserci.

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3 pensieri su ““Portare Il Capitale in scena è una pazzia!” Marx, il teatro e l’osservazione di secondo ordine

  1. Ben contenta di essere andata con laura a Modena a vedere questa pazza impresa di mettere in scena il Capitale di Karl Marx.
    Con una certa ironia afferma il professore di storia che è da pazzi mettere in scena il capitale, visto che la vita vissuta degli 8 protagonisti nel corso delle 2 ore della rappresentazione porta lentamente alla luce (rivela) come il capitale sia intrecciato alle loro vite, sia nella forma della sua traduzione in impalcatura ideologica (per me meno interessante), ma soprattutto in quanto forma dei rapporti sociali che ha informato le loro vite.
    Così mentre lo storico legge dal primo volume del Capitale di Marx un principio fondamentale – tutto può essere scambiato, ogni valore d’uso lascia il posto al valore di scambio – il protagonista lettone racconta di come la madre si sia rifiutata di cederlo in cambio del pane che sarebbe forse servito a far sopravvivere non solo lei, ma anche lui, ancora in fasce.

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