Mariti in fuga per visioni in soggettiva. Da Cassavetes a van Hove passando per VIE2012

maggio 27, 2012

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Le premesse della trasposizione teatrale di Mariti – film di John Cassavetes del 1970 – da parte del regista belga Ivo van Hove direttore del Toneelgroep Amsterdam (visto a Vie Scena Contemporanea Festival di Modena) sono quelle di un lavoro sulla carta molto interessante dal punto di vista mediologico. Si tratta infatti di uno di quei casi in cui la ricerca sul dispositivo, questa volta il film che entra nel teatro, può, o meglio potrebbe, fare la differenza.

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La storia di tre amici che si incontrano al funerale di un amico e della loro “fuga bella” (per dirla con Michel Maffesoli) – un breve viaggio goliardico e trasgressivo che assume subito la forma di un’idea dello svago come distrazione temporanea, dai doveri familiari e lavorativi, per poi rientrare nei ranghi della vita quotidiana – si svolge fra due paratie mobili che quando vengono unite formano una stanza sghemba che contiene tutte le stanze e i luoghi in cui si svolge la storia. In un senso che può far pensare alla qualità del teatro come eterotopia già inquadrata a suo tempo da Michel Foucault.

È in queste diverse stanze in una che prende corpo una trama tutta maschile, dove non a caso un’unica attrice interpreta le diverse figure femminili che i tre incontrano nel breve viaggio, “oggetti” e complici delle loro scorribande frustrate ma anche evocazioni delle mogli a casa… Dalle quali solo due di loro alla fine torneranno.

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Il focus sull’intimità e sulla dinamica relazionale fra i personaggi, ma soprattutto fra questi e gli spettatori, è giocato sull’espediente della soggettiva e dalla possibilità che viene data alla spettatore di vedere (in video) quello che gli attori, a loro volta muniti di una piccola videocamera, guardano. In altre parole si crea un cortocircuito fra i piani dell’osservazione e lo spettatore diventa consapevole del suo osservare osservazioni. Anche perché è la regia che decide di volta in volta con gli occhi di quale attore stiamo guardando e in questo modo la responsabilità della resa finale resta della drammaturgia.

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Tutto bene se non fosse per qualcosa che non torna. La resa non efficacissima della soggettiva in certi momenti (tipo, mi è parso, un guardarsi negli occhi fra due attori che dovrebbe tradursi nel guardarsi negli occhi fra lo spettatore e l’attore che viene guardato attraverso la videocamera) e l’occasione non del tutto colta di trattare la dimensione cinematografica a teatro, da un lato, lo svolgersi di un dramma incentrato sui rapporti umani, quindi intimo e riflessivo, in un modo un po’ superficiale, anche nei dialoghi, dall’altro lato. Viene da chiedersi se una storia americana e degli anni ’70 riesca ancora a parlarci dei maschi in crisi di oggi e se possa farlo sulle note di Burn to run di Bruce Springsteen.


Il video amatoriale va in scena e sono risate amare. Zachary Oberzan a Spielart con Your Brother, Remember?

dicembre 5, 2011

Your brother, remember? è la frase del film Kickboxer con Jean-Paul Van Damme che dà il titolo del lavoro di Zachary Oberzan visto al Spielart Festival il 2 dicembre scorso (qui la pagina dedicata nel programma).

Al di là della citazione però questo titolo fornisce anche la cornice entro cui inserire uno spettacolo costruito come un racconto biografico attraverso una drammaturgia stratificata basata sul re-enactment e sull’estetica del video amatoriale.

In scena Oberzan – con canzoni, gesti e discorsi che metteremo insieme via via che la performance si definisce – ci porta nello scenario domestico e nell’immaginario pop di due fratelli prima adolescenti e poi, vent’anni dopo, adulti che riproducono “in casa” le scene di un film blockbuster e  di uno snuff movie di culto come Faces of Death.

(Da leggere anche qui, qui e qui).

Si tratta in definitiva di un doppio re-enactment – i due fratelli adolescenti che re-interpretano i film e, vent’anni dopo, i due fratelli adulti e cambiati che re-interpretano loro stessi che re-interpretano i film – e pertanto di un lavoro sul tempo. Il tempo della performance che viene a coincidere con il tempo biografico e il diverso destino di Zack e Gator, attore uno, con problemi di droga e con l’esperienza della prigione l’altro.

La logica mediale dello spettacolo è da cogliere nell’insieme di video amatoriale, re-enactment e scene dei film originali; di video-interviste (al fratello Gator come pure un’intervista di Van Damme) e di perfomance live dove memoria e immaginario mediale passano dai film ad una hit come Video Killed the Radio Star con il testo riveduto e corretto.

Il tutto in funzione di una messa in scena a tratti esilarante in cui però si dispiega la relazione fra i due fratelli e della loro vicenda umana, in fatale e amara similitudine con la trama di Kickboxer.

A ben vedere poi è sul rapporto fra realtà e finzione e conseguentemente sui piani della rappresentazione che indaga la performance, oltre e al di là della catarsi o del lavoro di lutto che Oberzan compie per vendicare simbolicamente il fratello “finito male”.


Pipilotti Rist “espande” il cinema Manzoni.

novembre 14, 2011

Ne è passata di acqua sotto i ponti dell’arte, cioè dello scenario comunicativo che abitiamo e dell’immaginario tecnologico che alimentiamo, per capire che l’esperienza delle immagini passa per il corpo senza essere soltanto visione.

Dagli affreschi di Villa dei Misteri di Pompei ai peep-show box e alle scenografie teatrali dei Bibbiena, dal panorama al cinema fino alla Realtà Virtuale, ai mondi online e al 3D la creazione di spazi immersivi è uno dei tasselli più utili a spiegare quel passaggio tecnologico ed espistemologico – attraverso pittura, fotografia, cinema, digitale, con in mezzo video, laser, ologrammi… – che si sostanzia nella logica post-rappresentazionista, quindi performativa, della nostra conoscenza ed esperienza del mondo (volendo rimando qui).

In questa linea interpretativa mi viene da sistemare anche la mostra Parasimpatico di Pipillotti Rist allestita nell’incredibile spazio del cinema-teatro Manzoni di Milano.

La combinazione delle opere video e dell’ambiente in cui sono esposte, cioè il “tipo” di video e il “tipo” di ambiente, il contenuto delle visioni oniriche, infantili, sensuali, tattili di Rist e il contenitore altrettanto visionario del Manzoni (costruito nel 1947 su progetto dell’architetto Alziro Bergonzo, con arredi sontuosamente anni ’50, affreschi e sculture degli artisti di quel periodo, primo cinema in Italia a dotarsi nel 1955 del cinerama, chiuso nel 2006 e riaperto per questa occasione) mi sembra possa costituire il significato ultimo di un’operazione del genere (molti gli articoli da leggere: ad esempio questo).

Un cinema espanso, potremmo dire quasi fuor di metafora, con le immagini che invadono tutto per creare un’atmosfera magica e per farci stare, altrettanto magicamente, dentro.


Il tempo e lo spazio “Before Your Very Eyes” per Gob Squad e Campo al festival VIE2011 di Modena

ottobre 22, 2011

Quanti sono i piani di riflessività che uno spettacolo come Before Your Very Eyes di Gob Squad & Campo mette in campo? Intanto quello più evidente del contenuto generazionale: sette giovanissimi performer belgi sono chiamati – dalla voce fuori campo che fa un po’ potremmo dire da coscienza collettiva – a pensare a sé, a rivedersi in un prima (il prima dei laboratori da cui nasce lo spettacolo ad esempio) rispetto al presente, che li vede già cambiati, e a pensarsi nel futuro. E così il confronto fra le aspettative di queste vite ancora in erba e quello che potrebbe essere da qui in avanti viene messo in relazione a quello che sanno, che possono conoscere e rappresentare, anche per gioco, del mondo adulto, quello che si può fare da piccoli e quello che si può fare da grandi. Fino al pensiero della morte che poi, come si è avuto modo di capire in giro e come si sa per il solo fatto di parlare di prodotti dell’immaginario, continua a essere il movente più o meno patente del lavoro artistico.

Ma ci vedrei anche, in una chiave più sociologica, il problema della contingenza del moderno, che i giovani incarnano come apertura alle possibilità ma che poi il sociale traduce nell’equivalenza di queste possibilità. A meno che, e sembra che poi la voce dall’alto cerchi di sollecitare in questa direzione e che anche i ragazzi ancora un po’ ci credano, l’identità in costruzione non si risolva in scelte per l’individuazione cioè per la differenza di valore da attribuire alle possibilità che si sceglierà di percorrere.

Dal punto di vista formale la consapevolezza mediologica – che già abbiamo avuto modo di cogliere in Gob Squad Santarcangelo 2010 - permette la messa a tema del tempo che assume il valore di spazio: fra il dentro e il fuori. E’ la composizione della scena a permetterlo grazie alla struttura fatta di specchi all’interno della quale i ragazzi agiscono e interagiscono fra di loro e con gli spettatori che da là fuori li osservano e partecipano alle loro storie, con meccanismi proiettivi di cui solo singolarmente potremmo dare conto. Come sintetizza Massimo Marino (@minimoterrestre) in un tweet efficacissimo:

Noi allo specchio dell’invecchiamento della delusione della fine, nel gioco crudele di un gruppo di bambini, regia Gob Squad.

Ma oltre a questo c’è un altro punto.

L’altro punto è che questo teatro si fa dispositivo dello sguardo sul tempo. Il meccanismo dentro/fuori, che è anche un avanti e indietro, entrata e uscita, realtà e finzione, passaggio dalla presenza in video a quella fisica sul palco, è garantito dall’uso della telecamera in scena e dagli schermi posti ai due lati della gabbia dove l’oscillazione dentro/fuori, che è il contenuto, è resa visibile dal video che è usato come andrebbe sempre usato per essere sensatamente drammaturgico.

Così come dall’immaginario mediale – che non è fatto solo di immagini iconografiche -  si costruisce una colonna sonora adatta al rinforzo della dimensione emotiva di cui lo spettacolo non è certamente sfornito: da un inno intergenerazionale come Don’t stop me now dei Queen (che già all’inzio dà letteralmente vita allo spettacolo con i ragazzi che ballano) o qualcosa dei Led Zppelin che mi pare di aver riconosciuto a un certo punto, per passare a una versione maschile (Brel, Brassens? Boh) di No, Je ne regrette rien di Edith Piaf fino a brani di certo più recenti, che io poi ho scoperto solo lì, come Boring di The Pierces o Wolves di Phosphorescent usati in altri momenti a rinforzo dell’intera performance.


La passione (di Carmen) secondo Emma Dante fra opera in schermo e vecchie audience

dicembre 7, 2009

Ho visto la diretta della prima della Carmen di Bizet alla Scala di Milano trasmessa al cinema Tiberio di Rimini. Per una volta mi sono sentita sotto l’età media. Quello che abbiamo visto è la versione televisiva quindi caratterizzata dai piani di ripresa che sottolineano le scelte di regia con la possibilità di vedere frammenti e tagli di immagine che il paludato pubblico della Scala non può certo aver visto. Ma anche figure d’insieme, come gruppi scultorei e scene di gruppo, di grande impatto visivo e per qualificare il lavoro sul piano dell’immaginario (la Sicilia evocata) che rende riconoscibile la cifra espressiva della Dante.

Pochi commenti perché si leggerà tanto in giro. Grande Emma Dante perché ha colto il senso dell’opera d’arte totale rendendo teatrale un’opera che ha nella musica e nel canto il suo fulcro. Un’opera a sfondo passionale (nell’affascinante dialettica fra sacro e profano) reso benissimo anche dagli interpreti molto bravi anche dal punto di vista attorale e “corporeo”. Mi veniva in mente il mito del giovane teatro di Barthes con gli attori che devono soffrire per gratificare il pubblico. Ed effettivamente era un po’ così. Forse è stata fischiata per questo. Ma gli imbecilli devono esistere altrimenti le differenze chi le coglie? Ed era bellissima, elegantissima quando sorretta dal maestro Daniel Baremboim è uscita per gli applausi e i buu.

Fra nervoso e divertimento mi restano i commenti della gente intorno a me. Nella sala del cinema. Un vecchio pubblico televisivo che commenta o ridacchia sullo sgabello del direttore d’orchestra, sulla sua giacca e bretelle (un mito), che esulta quando vede la Aspesi fra il pubblico, che commenta e spiega le scene (tipo quella del terzo atto: sembra un burca che sembra una pannocchia…), oppure durante la scena con Carmen e le due zingare che leggono le carte: uh guarda le Yavanna! (solo che questa l’ha detta mio babbo), il vestito e lo smeraldo della Moratti, l’elenco dei nomi dei presidenti tranne quello di Napolitano (l’unico che fosse lì), il costo delle poltrone (2.500 euro). Qualcuno racoccontava dietro di me di aver visto, come me, la puntata di Che tempo che fa dedicata all’opera. Ho sentito frasi del tipo: sì dai c’erano tre maestri questo (traduco: Baremboim) e… Marcorè (a chi si riferiva: a Pollini? Abbado? Yovanotti?). C’è anche chi ha applaudito durante l’Inno d’Italia.

Però è così. Siamo ancora un pubblico di massa. Televisivo. Nonostante tutto ci siamo presi la briga di stare 4 ore, con pause di 30 minuti fra un atto e l’altro) in un cinemino a guardarci una cosa bella e a sentire un’esecuzione che a me è parsa mirabile. Anche perché l’opera lirica, nonostante il modo in cui la si concepisce oggi, ha un suo bel carattere “pop”. Male non farà. Meglio che vedere “dal basso” il sedere della valletta di Papi.


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