Patrik Swayze e Dirty Dancing. Non serve metterli nell’angolo della cultura alta

settembre 15, 2009

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Tanti anni fa una mia amica mi fece un racconto che trovai comicissimo e che riguardava quello che lei definiva il film più brutto che avesse mai visto. E fu così che casualmente una sera mentre preparavo l’esame di francese mi trovai a guardare quel film, che per chi non l’avesse capito è Dirty Dancing, con l’animo predisposto a trovarne tutta la ridicolaggine di cui cui avevamo tanto riso. Mio malgrado mi appassionai a quel film d’amore. Tipico prodotto dell’industria culturale. Perfetto nelle dinamiche e nei ritmi di cui poi avrei studiato le sfacettature. Ad esempio nel sempre da me evocato Edgar Morin.

Ma il film mi fa oggi buon gioco durante le lezioni di sociologia del turismo. Un buon esempio, che comunque la maggiorparte degli studenti riconosce, per osservare quella forma del turismo organizzato nella quale, a partire dalle antiche stazioni termali per arrivare alle forme di residenza e villaggi turistici moderni (come quello del film appunto),  i villeggianti sperimentavano la doppia morale: norma e trasgressione. Un caso utile anche per quei sociologi del turismo – tipo Mac Cannel o Choen – che sulla scorta di Erving Goffman hanno identificato le dinamiche del turismo di massa nel passaggio dal front stage al back stage, dalla rappresentazione agli espedienti finzionali creati ad hoc e nascosti agli occhi del turista. E così avvicendarsi nel backstage vuol dire per Baby superare la soglia che porta al mondo nascosto, ben più eccitante, e trasgressivo dei ballerini e poi, che è la cosa che conta, dell’eros vissuto come rito di passaggio all’età adulta. E l’officiante di questa iniziazione era proprio lui. Patrik Swayze.


Auto-sguardi turistici

settembre 5, 2008

Come al solito non ho studiato per affrontare il mio primo viaggio in Sicilia. Naturalmente avevo delle aspettative verso delle immagini (rappresentazionalmente parlando) e verso degli ambienti (performativamente parlando) da agire ed esperire (per dirla con Simmel e i suoi Saggi sul paesaggio).

 

Contemplare e stare dentro (fra i flutti in questo caso).

Come sempre Morin ci aveva visto giusto. Il comportamento turistico richiede di macinare chilometri, di consumare riti antropofagici, di collezionare immagini e cose (varranno anche dei pantaloni comprati a Stromboli?), guardarsi guardare.

Indimenticabile la mini-crocera a Panarea e Stromboli. In paricolare l’ansia da performance foto-video per riprendere i lapilli del vulcano. Che devo dire però ha deluso molti dei presenti sul barcone che si aspettavano che la sciara del fuoco provocasse uno tsunami. Se no che vulcano è? Lo chiamerei: immaginario della catastrofe.

Indimenticabili il cielo stellato, il mare calmo, e il vulcano che parla come vuole lui. Da vivere in silenzio. Effettivamente in questi casi bisognerebbe starsene da soli. Questione di prospettiva interna.

Una serie di stereotipi confermati: 1. gli italiani sono chiassosissimi e maleducati; 2. a Panarea se non sei vip puoi essere trattato male. E poi chi lo dice che io non sono una vip? :-)

Ecco la serie “dalle stelle alle stalle”: delusa l’attesa in un bel ristorante la crociera per noi si è conclusa sulla spiaggia nera a mangiare arancini (io no perchè mi navigavano ancora gli ottimi maccheroni alla Norma, che secondo me Bellini non ha mai mangiato però).

 

Prove da vip/chic

Residui di stratificazione (?).

Si va anche alla ricerca – in macchina ovviamente – di spunti interessanti. Dall’ Art hotel – Atelier sul mare a Castel di Tusa alle tracce del Parco Fiumara d’arte, fra land e public art.

La finestra sul mare ovvero Monumento per un poeta morto, ideata da Tano Festa in memoria del fratello scomparso.

Che dire del teatro di Taormina? La grandiosità di un’architettura al servizio della città e la messa in forma dello sguardo moderno.

 

Il turista moderno mira alla ricerca paradossale dell’autentico? Bene. Si faccia un giro per il mercato del pesce di Catania. E annusi. Quando un luogo ti attanaglia i sensi. Terrific.

Il rapporto con i locali. Dalle padrone di casa, al nostro cane ospite Spot e al gatto; da negozianti, bagnini, ristoratori, fino al vigile urbano che ci ha raccontato commosso la festa di Sant’Agata (che a questo punto vorrei proprio vedere, altro che marketing territoriale!) fino agli amici.

La graditissima visita di Maria Elena/Martha che ci ha raggiunti a Cefalù e l’incontro con Antonino/Pico e la sua bella famiglia. Il bar è bellissimo e facciamo il tifo per la sua riapertura.


Da domani si parla di viaggio, e del suo immaginario

febbraio 10, 2008

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Fabio mi regala una citazione, di buon auspicio per l’avvio del corso di Sociologia del turismo, domani.

“Viaggiare signori miei è una cosa medioevale, abbiamo già oggi mezzi di comunicazione, per non parlare di domani e dopodomani, mezzi di comunicazione che ci forniscono il mondo in casa, è un atavismo viaggiare da un luogo all’altro”.
Max Frisch, Homo Faber [1966]


Osservare il territorio in Second Life. Se ne parla domani a Matera

dicembre 13, 2007

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titolo immagine “Il team discute” :)

Domani Giovanni presenterà al convegno di Matera – La nuova grammatica digitale per comunicare la promozione del territorio. Dai linguaggi della rete all’esperienza in Second Life. Esperti a confronto – i primi risultati della ricerca alla quale sto lavorando, insieme anche a Valentina. 

Non faccio anticipazioni, si trova già qualcosa qui e altre notizie utili qui. Qui dovrebbe trovarsi lo streaming del convegno. Anzi la mia speranza è che l’esperienza continui e che porti verso altre forme di spendibilità.

Per quanto mi riguarda però devo sottolineare l’utilità di questa occasione di studio. Del rapporto fra viaggio e immaginario, visto attraverso la teoria della performance, da un lato, sia della metodologia della ricerca (possibilità della sociologia visuale, situazioni di intervista, ecc.). Il tutto arricchito da forme della relazione – di amicizia? – che Second Life sta rendendo possibili e concrete, almeno per me, dalla mia prospettiva (interna) di osservazione. 

Il problema è che nuovi spunti e ragionamenti “alambiccosi” hanno prodotto già variazioni sul libro (che deve uscire) e soprattutto un senso di non finito che mi farebbe già ricominciare tutto da capo.


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