I ragazzi velleitari di Okada vogliono una vita spericolata. VIE2011.

ottobre 20, 2011

Auto-osservazione ed etero-osservazione mi sembrano i meccanismi che muovono uno spettacolo come The Sonic Life of a Giant Tortoise di Toshiki Okada (ancora Festival Vie 2011 a Modena) e a che a dir la verità possiamo ritrovare quando il teatro mette a tema l’identità di un luogo, e dei suoi abitanti, e il modo con cui tale identità si riflette nelle rappresentazioni collettive, sia auto-prodotte sia etero-prodotte. Ad esempio nello stereotipo del Giappone e del giapponese, per lo meno in questo caso e in altri di cui ho già avuto modo di dare conto, anche in relazione ad altri lavori dello stesso Okada.

Ma il bello è vedere come l’aderenza ad un’idea di appartenenza simbolica a un posto, a una cultura, ai suoi pregi e ai suoi difetti prenda una forma coerente con quell’idea. Gli attori sono ragazzi e ragazze di oggi, con quel modo di vestire e di muoversi che qui è calcato in una gestualità un po’ danza un po’ manga e in dialoghi surreali costruiti per paradossi. Affermazioni che vengono smentite, ruoli maschili e femminili che si incrociano come a dirci che il personaggio che parla potrebbe essere chiunque perché di chiunque è la tensione verso una vita migliore.

E così il desiderio di altrove da soddifare con il viaggio ma anche la capacità di cogliere l’altrove qui, la speranza di perdere un oggetto d’amore soltanto per capire di avere amato davvero, odiare le feste ma scoprire di potersi divertire anche senza ballare, sono i discorsi e le situazioni minute di una quotidianità che ha bisogno di diventare straordinaria per una vita che valga la pena di essere vissuta. (Da leggere anche così: su Altre Velocità).

Le telecamerine digitali in scena e le proiezioni ingrandite dei volti, infine, fanno ripensare a una poetica della tecnologia in scena come resa visibile dell’invisibile. Un’espressione della faccia ad esempio, anche per ridere, ma che va fatta vedere bene perché è funzionale alla resa dei dialoghi e perché lo spettacolo dal vivo continua a dare valore ai corpi e perciò a rappresentarli.


La forma come contenuto. Due bei casi di teatro contemporaneo.

ottobre 12, 2009

ontroerend

Sebbene debba tristemente ammettere che la pazienza del pubblico pagante “normale” del teatro sia messo duramente alla prova dall’organizzazione di pur bei festival come Vie di Modena, devo dire anche che a me, grazie alla possibilità di spendere la immeritata carta di docente di teatro e spettacolo, le cose vanno meglio. In ogni caso, sia io sia i miei accompagnatori, abbiamo visto due interessanti spettacoli sabato.

Il primo, che titola come nell’immagine, è della compagnia belga Ontroerend Goed/Kopergietery e lavora sull’adolescenza e le sue rappresentazioni portando in scena soltanto attori “autenticamente” teenager. Un modo ironico, ma non troppo (a parte le risate del pubblico che io di solito non capisco), di riflettere sui clichè che gli adulti usano per interagire ma anche per rappresentare gli adolescenti, come se non lo fossimo stati tutti poi.

Mi ha ricordato un po’ l’anti danza di Jerome Bel, e perciò una spinta nella deriva più propriamente performativa della performance teatrale. Dal punto di vista della composizione visiva si è trattato di un lavoro abbastanza potente. L’immaginario, ci dicevamo fra noi, sembra di gusto molto “francese” il che non guasta visto che qualità visiva – della comunicazione per immagini appunto – oscilla sempre fra la localizzazione dell’immaginario e la sua meta-territorialità.

hot-pepper_z

Di immaginario decisamente giapponese e contemporaneo il lavoro, per me raffinatissimo, di Toshiki Okada, Hot pepper, air conditioner and the farewell speech. Un modo ironico, ma non troppo (a parte le risate del pubblico che io di solito non capisco), di riflettere sui clichè legati alla vita aziendale e alle logiche che caratterizzano il lavoro e la sua precarietà. Qui l’accordo pragmatico fra contenuto e gesto, corporeità, danza è la chiave dello spettacolo. Non i testi per quello che dicono – tanto che si tratta di frasi scarne, che si ripetono tanto per sottolinearne la quasi inutilità fino al discorso di commiato delirante dell’ultima impiegata interinale licenziata – quanto per quello che i performer fanno in armonia con i ritmi del testo e con il carattere del personaggio che lo parla.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 852 follower