La favola queer di Timi per un immaginario che non vuole immagini

dicembre 10, 2011

Ammicca al pubblico femminile il queer Filippo Timi di Favola (ieri sera al Teatro Novelli di Rimini). Paragonato a certi personaggi di Almodovar e al famoso interprete en travesti Copi, ma ci vederei tanto bene anche Paolo Poli, il personaggio di Mrs Fairytale – un nome che è già una didascalia – interpretato dallo stesso Timi, autore e regista dello spettacolo, sta tutto in quell’immaginario omosessuale che apparentemente ride di sé e delle sue rappresentazioni stereotipate (da leggere una recensione molto puntuale qui).

Ridiamo oltre che per la vis comica di Timi – espressa sapientemente da certe uscite dal personaggio che non vengono lesinate – per quel senso di vago disagio e di piacere che l’ambiguità mai del tutto risolta simbolicamente porta con sè.

Con l’appoggio dei comprimari Lucia Mascino – l’amica Mrs Emerdale – e Luca Pignagnoli (che interpreta i 3 fratelli gemelli vicini di casa della protagonista) – Timi racconta una storia che, al di là del suo sviluppo narrativo che vuole svelare la verità dietro alle apparenze, si esprime al meglio nella sua dimensione visiva ed estetica.

L’immaginario televisivo è la vera cifra espressiva dello spettacolo e sarebbe, per me, anche il suo punto di forza se ce ne fosse maggiore consapevolezza. I linguaggi del Carosello e delle pubblicità degli anni 50′ e ’60 (esplicitamente evocata dagli stacchi video dello spettacolo) sono rintracciabili nelle scene/scenette – qui un po’ troppo sopra le righe per i miei gusti – che strutturano la storia così come la scenografia e i bei costumi Miu Miu rimandano alle serie televisive ambientate nei contesti domestici di quegli anni non ultima, ovviamente, Mad Men. Senza dimenticare l’insieme degli ingredienti, dalla colonna sonora agli UFO, che riempiono la messa in scena nel suo complesso.

(per questa immagine e per la precedente qui)

Finito lo spettacolo – che si prende molti applausi a scena aperta – Timi (accompagnato dai suoi attori) torna sul palco per esortare – con modalità ed espressioni ironiche ma “minacciose” alla Franken Furter – il pubblico a non pubblicare foto immagini su Facebook e su Internet in generale. Mi viene da pensare che allora non dovremmo neanche scriverne e lasciare che il sostanziale anacronismo della performance ne rimanga la sua caratteristica principale.

La storia evolutiva della comunicazione e dei media ha dimostrato che un medium non sostituisce un altro medium e che la comunicazione per immagini alimenta l’immaginario, appunto, e il desiderio. Anche di teatro oltre che di divi.


Coming out. Ho guardato Sanremo e ho pure votato

febbraio 16, 2011

Ieri sera sono stata bonariamente ripresa per aver reso visibile, su Facebook ma anche su Twitter (riaperto per l’occasione), il fatto che stessi guardando Sanremo e partecipando, su opensanremo, alle votazioni ufficiose, ai commenti vari, ecc.

L’obiezione che mi ha colpito di più riguarda la contraddizione rinvenibile in un comportamento del genere da parte di una, che sarei io, che ha appena partecipato alla manifestazione Se non ora quando e che nel suo piccolo protesta contro le derive dell’immaginario femminile, e sulla condizione della donna in genere, con le cose che scrive e che dice.

Mi si è detto anche che alimentando la comunicazione attorno ad un fenomeno di cultura bassa come quello contribuisco ad accrescerne la legittimità. Evidentemente dobbiamo pensare che con un 48,6% di share siamo in molti ad essere dei facilotti e che ci fa comapagnia  uno come Battiato, che non mi sembra benevolo nei confronti della nostra povera patria

A rischio di far pensare che conosca soltanto Morin, e peggio pure soltanto Lo spirito del tempo, mi trovo a chiamarlo ancora una volta in causa per fare un po’ mia la lucidità con cui ha affermato che la così detta cultura bassa, i suoi prodotti, sono parte fondamentale del patrimonio simbolico che abbiamo a disposizione. Anche se Sanremo non esprime certo l’anima più sperimentale della cultura pop, nel senso identificato da Bolelli in Cartesio non balla, ad esempio, è pur vero che siamo dentro un ingranaggio culturale sintonizzato con il mondo in cui vivamo. E per me è interessante, non necessariamente divertente né tantomeno bello. Quest’anno poi il meccanismo partecipativo merita di essere osservato etnograficamente, cioè da dentro, da chi consideri le derive evolutive della comunicazione mediale e tecnologica un suo campo di studio.

Ed è proprio una come me che può notare sì l’inadeguatezza di due donne bellissime a tenere la scena ma di constatare anche di come vengano presentate ironicamente come “le artiste” dai comprimari maschi, vestite da trombone da stilisti tromboni ma tuttavia senza, almeno mi è parso, puntare sull’elemento sexy a tutti costi (insomma, sarebbero dovute sembrare eleganti). Ma anche i campi estetici e la bellezza femminile, insieme all’eroe comico, al divo dimezzato, fanno parte dei criteri di funzionamento dell’industria culturale e vedere come funzionino ancora può avere un significato.

E ce l’ha, questo significato, se pensiamo a come alcuni dei nostri maestri si siano sporcati le mani nel pop, e nella televisione, per comprendere meglio il transito dalle fasi liminali, di passaggio, come può essere stato il sessantotto, ai processi liminoidi che rimandano al bisogno dei rituali senza averne gli stessi contenuti. Sarà un caso se per Victor Turner un testo fondamentale per gli uomini del Libro, così li chiama Turner, sia Copioni da quattro soldi di Pandolfi? Nel 1958 quel libro analizzava il percorso che dai rituali ha portato ai palcoscenici fino a Lascia o raddoppia e svelava i meccanismi che dalle forme spettacolari basate su un avvenimento culturale riconosciuto collettivamente si fosse passati alla possibilità di essere protagonisti, anche senza averne le capacità. Il discorso sarebbe più ampio naturalmente e rimando all’introduzione a Turner di Stefano De Matteis. Qui dico solo che se questi autori non si fossero invischiati un po’ certe cose non avrebbero potuto dirle.

Un’altra critica al pubblico connesso: si guarda Sanremo soltanto per potersi lamentare sui Social Network. E mi viene da rispondere: era ora! Un tempo si faceva un gran casino nei teatri e nei varietà, il pubblico dal vivo interrompeva la scena per garantirsi la sua visibilità. Noi siamo un pubblico televisivo, quello che fa fatica anche a stare zitto al cinema, e lamentarci è un nostro diritto tanto più se è condiviso con altri, anche sconosciuti, con i quali si scoprono divertenti affinità, di cui si apprezza la vena ironica, ecc., tanto più senza dare fastidio a nessuno visto che ce ne stiamo a casa nostra. E’ a suo modo un processo catartico, perché dovremmo rinunciarvi?


Riti di Pasqua. Gesù, Zeffirelli e l’immaginario

aprile 13, 2009

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Cerca che ti cerca ho potuto contare sul canale Rai del digitale terrestre per rivedere, come tutti gli anni, il Gesù di Nazareth di Zeffirelli, senza qualche fotogramma del quale la Pasqua non mi sarebbe sembrata tale. C’è poco da fare, dagli anni ’70 quella mini-serie, che ha segnato una sorta di spartiacque rispetto al kolossal, riesce a soddisfare l’iconografia estetica dell’immaginario cattolico-occidentale. Perciò è irresistibile.

Gli occhi azzurri di Robert Powell e il cast internazionale (Michel York, Anne Bancroft, Ernest Borgnine, Cristopher Plummer, Claudia Cardinale, Valentina Cortese, Rod Steiger, Renato Rascel, James Farentino e altri), nonché la colonna sonora di Maurice Jarre contribuiscono alla messa a punto di uno scenario cinematografico regalato alla tv e sono forse questi gli elementi che hanno prodotto la ritualità. Almeno per me.

Completa il quadro Olivia Hussey nella parte della Madonna, indimenticabile Giulietta – a proposito di altri riti e del mito dell’amore eterno – del Romeo e Giulietta del 1969. Film in programmazione nel cinema in cui entrano ed escono Giulian (Walter Matthau) e Toni (Goldie Hawn) nel sempre di culto Fiore di cactus. Per quelli aspettiamo Natale.


Processo del lunedì… ora ti ho capito! Grazie a X Factor però

marzo 14, 2009

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Non ti capivo perché non mi piace il calcio, ma X Factor sì. Banalissima ma significativa differenza che mi fa apprezzare il sabato pomeriggio stravaccata sul divano a sentire i commenti che non approvo quasi mai dei giudici (la Ferrè ha sempre ragione ma non capisco perché poi lei si conci così, Bordone non ne becca una secondo me, il marito di Syria ha co-prodotto Pezzali non so se mi spiego, Rostagno che fa lo Sgarbi da giovane ha dei capelli e un barbetto da capra che, come direbbe lui, starebbe meglio a una capra, la Lucarelli fa la bella tanto per non smentire i ruoli delle donne in tv), ad aspettare le battute di Lele (Gaudi amico di 20 anni orsono e più ahimé, lo ridico per vantarmi), a rivedere pezzi di puntata che il lavoro fuori sede impedisce di seguire per intero, ecc. Immagino come i cantanti interpreteranno le canzoni assegnate, commento fra me e me i voti, i pareri altrui, mi chiedo di chi si sia innamorato Morgan…

Insomma: osservo osservazioni. E mi intrattengo.


Lezioni in TV. Verso una X factor generation?

maggio 18, 2008

Che i prodotti televisivi rientrino a pieno titolo nel raggio di azione della performance culturale credo non abbia bisogno di essere ribadito. Così come il fatto che nonostante tutto anche da lì ci possano arrivare pillole di saggezza.

Oggi per caso ho fatto caso all’anticipazione di una intervista a Vasco Rossi dove dice un paio di cose da tenere a mente – a partire dalla sua musica che a me non piace – ma che risolvono il senso della musica stessa. Sarà che siamo nel pieno della ricerca su media e generazioni e la cosa mi intriga.

Le canzoni, dice più o meno, possono essere ballate struggenti o pezzi più forti, ritmati – nomina, non senza eleganza, i Rolling Stones, che a me non piacciono e due brani che invece mi piacciono Angie e (I can’t get no) satisfaction (questa fantastica per sempre) – ma comunque sia la loro funzione è quella di essere “un luogo” (della comunicazione aggiungerei) in cui riflettere (e osservare) le nostre nevrosi.

Magari sbaglio ma mi sembra un ragionamento in linea con diverse delle cose – delle pillole di saggezza – che dispensa Morgan in X factor, a mio parere rispettivamente il programma televisivo e il personaggio dell’anno. Il senso della musica come conoscenza, oltre che passione, come ricerca profonda nella cultura.

Un passaggio in cui smitizza lo slogan dell’”essere se stessi” a favore di un “annoiarsi di se stessi” lo trovo geniale.

E poi c’è Gaudi. Amico di adolescenza a Bologna che adesso so dove si trova e cosa fa. Con grande piacere.


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