Stalking, quando la semantica dei media va a segno

ottobre 5, 2009

attrazionefatale

Chi l’avrebbe mai detto che la parola stalking e il riconoscimento anche giuridico del fenomeno sarebbero rientrati nel mainstream e nel linguaggio comune? Bè lo avevano detto i media che si sono inventati una parola d’effetto per descrivere quanto la psichiatria cominciava a definire come una particolare patologia della relazione. Chi ha letto L’amore fatale di McEwan ricorderà, oltre la storia, l’appendice sulla sindrome di de Clerambault, che faceva luce su questo tipo di fenomeno. Di grande appeal anche per il cinema. Tanto per citare un film: Attrazione Fatale. Ma ce ne sono anche altri. Senza contare poi che le prime “vittime” dello stalking sono le star e i personaggi famosi, dal caso celeberrimo della Hingins a Madonna, il che appunto fa di questo fenomeno un tema ghiottissimo per i media e per i suoi criteri di notiziabilità anche quando riguarda la gente comune. Ne ho scritto anche io grazie all’opportunità – dall’amico Gian Maria Galeazzi e Paolo Curci dell’Università di Modena e Reggio che se ne occupavano da tempo insieme agli esperti delle università straniere – che mi è stata data addirittura nel 2004, di studiare e osservare un po’ la cosa. I risultati si trovano nel volume Stalking e nel congresso internazionale tenutosi a Modena.

Oltre alla dimensione mediale – e alla semantica dello stalking che ne deriva – l’aspetto interessante è dato dal carattere relazionale della patologia. Cioè dal modo in cui si connota comunicazionalmente: tant’è che – così come succede per la comunicazione – è il destinatario delle attenzioni dello stalker che fa emergere lo stalking. Come dire: finché non c’è la percezione vittimologica, l’auto-osservazione di sè come vittima (cioè la comprensione della differenza fra atto del comunicare e informazione) non c’è reato, non c’è stalking.

Ecco allora che se adesso la possibilità dello stalking si trasferisce su Facebook, dalla notizia di oggi che ha ispirato questo post, i conti teorici ed empirici non possono che tornare.

Solo spunti. I post mi piacciono corti.


Violenza contro le donne. C’entra anche l’immaginario

novembre 25, 2007

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Laura risponde a Roberta.

Anche perché avevo già deciso che rispetto alla giornata contro la violenza sulle donne non possiamo esimerci da dire qualcosa. Almeno dal dare un segno di presenza. E se il tema non circola fra i blog vorrà dire che non è considerato tema di conversazione. Ma si vedrà.

Se il caso che tratta Roberta mi fa pensare, ancora una volta, alle dinamiche individuate da Pierre Bourdieu e alla ormai classica definizione di Morin, anche questa ultracitata da me, delle donne come elementi barbari della società (il che spiega la condanna delle donne al film, alla regista, ecc.), quello che alimenta la mia idea di violenza sulle donne è legato prevalentemente alle forme (becere) dell’immaginario.

Ad esempio, l’immagine scelta per questo post non è altro che un manifesto affisso l’anno scorso all’entrata della sede dei nostri corsi di laurea a Pesaro che pubblicizza il locale estivo ospitato nel cortile, Il Canto Pirata. Parla anche troppo da sola no?

L’ultima che ho visto (e ritagliato) riguarda una pubblicità di biancheria intima – Christies – in cui una bellissima ragazza viene ripresa di tre quarti in modo da vedere sia il viso che il sedere con perizoma nero infiocchettato, nell’atto così sexy di lavare i piatti in una cucina finto rustico con tanto di guanti di gomma rosa. Sotto il grembiule nero, ovviamente, niente. Qualcuno mi deve spiegare anche il claim: insolite variazioni. Ne avevo già parlato commentando un post molto interessante delle Gatte di Via Plinio, relativo alla campagna contro l’uso (becero) del corpo femminile in pubblicità. Riprende un’idea non nuova, penso ad esempio a una foto sul calendario Pirelli (mi pare) con Eva Erzigova e a tante altre immagini donna angelo sexy del focolare. Come dire: non facciamoci mancare niente!

Insomma io trovo violente queste forme della comunicazione. Chi mi conosce sa che trovo violenti anche gli esiti nefandi dei pantaloni a vita bassa.  

Tempo fa ho avuto modo di lavorare con il prof. Paolo Curci e con l’amico Gian Maria Galeazzi  (Psichiatria delll’Università di Modena e Reggio Emilia) a una ricerca sul fenomeno dello stalking. Da cui sono uscite un paio di pubblicazioni di cui vado fiera. Non tanto per quello che ho fatto ma per aver fatto parte di un gruppo che si è occupato di un tema ancora poco trattato. La legge contro lo stalker è venuta dopo. Io mi sono occupata prevalentemente della parte dedicata al rapporto con i media – dai casi di star-stalking, alla cronaca, al cinema, alla letteratura – potendo osservare come e in che modo il termine stalking cominciasse a entrare nella semantica.

Sta di fatto che le vittime di stalking sono prevalentemente le donne e si tratta di una patologia della relazione. È iniziata anche la serie di film sull’amore violento (quella condotta da Camilla di MTV), c’è lo spot del ministero e va segnalato anche lo spot radiofonico “istruzioni per i signori uomini”.

Insomma il tema c’è, ma i comportamenti?


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