Aprile 19, 2009

Ha 26 anni Lo spazio della quiete di TeatroValdoca (visto venerdì 17 aprile, al Teatro della Fortuna di Fano, nell’ambito della rassegna Teatroltre) e un po’ li dimostra.
La dimensione ibrida della performace – fra teatro e danza – continua ad avere dei meriti che fanno poi della oramai storica compagnia di Mariangela Gualtieri e Cesare Ronconi uno dei capisaldi del nostro teatro. Vale sempre la pena vedere e sentire i loro lavori.
Vedere perché le composizioni visive sono sempre raffinate e “moderne” dal punto di vista estetico. E rimandano a quella qualità, estetica, appunto cui il teatro immagine fornisce la legittimità che gli spetta. Non si tratta della vocazione allo spettacolo, nel senso della spettacolarità come prodotto dell’industria culturale, ma di un modo di trattare l’immaginario visivo in connessione con l’arte contemporanea, fumetto compreso, e con la moda.
Sentire perché i testi caratterizzano, ma si sa, la dimensione poetica della Valdoca da sempre. Io ricordo ancora l’effetto che mi fece, e non solo a me, il “monologo del non so” del Parsifal, recitato da Danio Manfredini. Qui le parole parlano delle parole, del loro potere e di quello che potrebbe, vorrebbe ma che non sempre riesce a dire. C’è sempre uno scarto, un vuoto da riempire nei testi di Gualtieri. La consapevolezza insomma che la nostra civiltà sia fondata sul verbo – parlato e scritto – ma che non basti. Allora tornano i corpi.
Grazie a Marianna per il regalo.
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Pubblicato da lgemini
Marzo 14, 2009

Non ti capivo perché non mi piace il calcio, ma X Factor sì. Banalissima ma significativa differenza che mi fa apprezzare il sabato pomeriggio stravaccata sul divano a sentire i commenti che non approvo quasi mai dei giudici (la Ferrè ha sempre ragione ma non capisco perché poi lei si conci così, Bordone non ne becca una secondo me, il marito di Syria ha co-prodotto Pezzali non so se mi spiego, Rostagno che fa lo Sgarbi da giovane ha dei capelli e un barbetto da capra che, come direbbe lui, starebbe meglio a una capra, la Lucarelli fa la bella tanto per non smentire i ruoli delle donne in tv), ad aspettare le battute di Lele (Gaudi amico di 20 anni orsono e più ahimé, lo ridico per vantarmi), a rivedere pezzi di puntata che il lavoro fuori sede impedisce di seguire per intero, ecc. Immagino come i cantanti interpreteranno le canzoni assegnate, commento fra me e me i voti, i pareri altrui, mi chiedo di chi si sia innamorato Morgan…
Insomma: osservo osservazioni. E mi intrattengo.
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Pubblicato da lgemini
Agosto 14, 2008

La cerimonia-mediale-inaugurale delle Olimpiadi 2008 in Cina, immensa installazione spettacolare con la regia di Zhang Yimou, si può fare rientrare nella lunga serie di eventi performativi che permettono a una società di rappresentarsi e di mettersi in scena. Insieme alle scelte drammaturgiche per rinverdire il mito e i simboli di una grande civiltà e per ribadirne la modernità nel nome della retorica dei giochi (basta leggere gli articoli dei giornali e i numeri dell’evento ad esempio). Società dello spettacolo.

Tuttavia la riflessività performativa – ossia la capacità che una performance ha di riflettere come uno “specchio magico” e deformante così da vedere l’altrimenti possibile – sembra ancora più potente. Ho fatto una ricerca piccolissima, sollecitata da Neupaul Palen e dal video Game Over: Olimpic Wars realizzato con Papper Papp, per vedere l’altra faccia di tale riflessività performativa e la ricorsività della comunicazione. E mi sono fermata per eccesso di scoperte.

Come questa foto: che è qui.
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Pubblicato da lgemini
Ottobre 23, 2007

Il seminario tenuto da Roberto Paci Dalò, direttore artistico di Giardini Pensili, compagnia attiva nell’ambito delle performing art dal 1985, ha permesso di inquadrare uno scenario complesso della spettacolarità facendo il punto, o meglio problematizzando, concetti e temi che fanno ormai parte della semantica della performance contemporanea.
Multimedialità, ad esempio, ma anche interattività, cioè quelle parole che rimandano a delle pratiche della spettacolarità e della sua “fruizione” che poggiano sulle logiche e sulle grammatiche tecnologiche. Questo si sa. Ma che appunto richiedono la messa a punto di drammaturgie capaci di definire anche livelli di priorità di una forma sull’altra. Il tutto per non cadere nella semplicistica unione dei formati che la comunicazione mette a disposizione anche degli artisti.
L’idea delle “immagini del suono”, insieme al montaggio come scansione del tempo, sta ad indicare la necessità a volte di concentrarsi su un unico rapporto medium/forma perché un suono, una musica, una canzone evocano immagini, cioè sono forme per l’immaginario.
Sentirò domani cosa ne pensano gli studenti di Teatro e Spettacolo.
La foto è un po’ mossa, lo so, ma è colpa del mio cellulare. L’ha scattata per me R. Bartoletti.
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Pubblicato da lgemini