Patrik Swayze e Dirty Dancing. Non serve metterli nell’angolo della cultura alta

Settembre 15, 2009

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Tanti anni fa una mia amica mi fece un racconto che trovai comicissimo e che riguardava quello che lei definiva il film più brutto che avesse mai visto. E fu così che casualmente una sera mentre preparavo l’esame di francese mi trovai a guardare quel film, che per chi non l’avesse capito è Dirty Dancing, con l’animo predisposto a trovarne tutta la ridicolaggine di cui cui avevamo tanto riso. Mio malgrado mi appassionai a quel film d’amore. Tipico prodotto dell’industria culturale. Perfetto nelle dinamiche e nei ritmi di cui poi avrei studiato le sfacettature. Ad esempio nel sempre da me evocato Edgar Morin.

Ma il film mi fa oggi buon gioco durante le lezioni di sociologia del turismo. Un buon esempio, che comunque la maggiorparte degli studenti riconosce, per osservare quella forma del turismo organizzato nella quale, a partire dalle antiche stazioni termali per arrivare alle forme di residenza e villaggi turistici moderni (come quello del film appunto),  i villeggianti sperimentavano la doppia morale: norma e trasgressione. Un caso utile anche per quei sociologi del turismo – tipo Mac Cannel o Choen – che sulla scorta di Erving Goffman hanno identificato le dinamiche del turismo di massa nel passaggio dal front stage al back stage, dalla rappresentazione agli espedienti finzionali creati ad hoc e nascosti agli occhi del turista. E così avvicendarsi nel backstage vuol dire per Baby superare la soglia che porta al mondo nascosto, ben più eccitante, e trasgressivo dei ballerini e poi, che è la cosa che conta, dell’eros vissuto come rito di passaggio all’età adulta. E l’officiante di questa iniziazione era proprio lui. Patrik Swayze.


Ho scoperto giocando? Le mie memorie del SL Discovery Game

Ottobre 31, 2007

Ebbene sì, c’ero anch’io alla “caccia al tesoro” organizzata per i principianti-newbie di SL. Basta leggere sul sito e sul blog dell’unAcademy per farsi un’idea delle impressioni del gruppo che ha partecipato al gioco. Per quanto mi riguarda, sempre tenendo conto che per me si tratta sempre di stare sulla soglia fra il partecipare e il cercare di capire le cose della comunicazione, l’esperienza si è caratterizzata per almeno un paio di dimensioni che poi si connettono.

La prima è quella della sfida personale: più con se stessi che con gli altri, visti più che altro dei come compagni di avventura. La dinamica di condivisione, anche della paura di fare la figura degli imbranati, si sostanzia nella dinamica delle comunicazioni: in IM, private con alcuni, pubbliche con tutti gli altri, poi con gli helper (grazie a Mae ma anche a Joannes). Come dire: fare la spola fra delocalizzazione e rilocalizzazione.

Se il gioco – quel gioco – è una forma di socializzazione ad un ambiente, questo processo richiede di non essere da soli, non sempre almeno, perché c’è un meccanismo performativo in atto che assomiglia molto a un rito di passaggio. Serve uno sciamano, un conduttore del gioco, e noi l’avevamo, comporta delle fasi di separazione (di allontanamento dalla nostra base, la UA, di passaggio nel limen del teletrasporto verso luoghi sconosciuti), il superamento degli ostacoli (cercare le cose, i fantomatici freebie, imparare ad aprire scatole – sembra facile! – vestirsi, ecc.), per poi tornare, reintegrarsi, ritrovare gli altri. Finalmente.  Ha ragione Huizinga: il gioco è una cosa seria.

L’altra dimensione riguarda il reale attraversamento degli spazi, cioè l’immersione, ma anche le difficoltà di movimento che ho sentito veramente come fisiche, insieme a certi blocchi della comunicazione (forse dovuti alla connessione) che mi hanno disturbato parecchio ma che mi sembra confermino, appunto, la qualità immersiva di SL.

Infine, allora le dimensioni sono tre, c’è l’apprendimento attraverso il “fare”. Divertente sì, ma che di certo non va a scapito della dinamica di osservazione di secondo ordine che innesca.

Ogni tanto ho ceduto e invece di concentrarmi sul gioco per imparare ho fatto delle mosse solo per vincere, o meglio per dimostrare che ce la potevo fare. Ma il conduttore del gioco non me le ha passate. E io ho perso.