Marzo 14, 2008

L’incontro con Antonio Sofi, sempre nel corso di Sociologia dei New Media e su invito di Giovanni, mi è piaciuto. Competenza fa rima con garbo e levità in questo caso. Uno stile da imparare (e lo dico per me). Mi sembra di capire che pur nel contesto della personalizzazione della politica, prodotto dai media generalisti, e ancora rappresentato bene ad esempio in Democrazy, la rete tenda sempre di più ad essere la leva per la produzione dell’immagine vincente dei candidati. Il caso Obama ne è la prova. La politica online è quindi un tema importante per osservare non solo le nuove derive della comunicazione del sistema politico ma anche per osservare le declinazioni della cultura partecipativa. Sofi dice “che Internet ci ha cambiato la testa” e mi sembra che questo significhi la possibilità di osservare una piccola rinascita dell’interesse per la politica dopo il disincanto degli anni ‘80. Anche “l’antipolitica” vi rientrerebbe come tema. Ho sempre pensato, e cito Abruzzese, che il linguaggio televisivo rappresentasse il recupero nella società di massa dell’incontro rituale fra comunità e multimedialità dell’espressione simbolica. Sofi spiega che, in relazione alla politica, senza dimenticare il ruolo della TV (forma più adatta alla Clinton, ad esempio, e non certo superata dalla rete) il passaggio da osservare, se non ho capito male, è verso un modello di partecipazione “più focalizzato e di nicchia”.
Allora visto che si parla di culture partecipative che dire del progetto dell’artista pop Heather Courtney Hillary in the Box? Uno scaramacai, ricordi d’infanzia mi fanno pensare a mia sorella che si è fregata quello che avevamo in casa, da cui far uscire la nostra preferita. Chissà mai che non ci faccia una sorpresa. Se no ci possiamo sempre accontentare dello schiaccianoci.

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Pubblicato da lgemini
Novembre 20, 2007

Io non posso certo considerarmi una nativa mediale però sono consapevole del fatto che ciò che sappiamo del mondo in cui viviamo lo sappiamo dai media e che in quel contesto dobbiamo osservare le forme dell’immaginario collettivo contemporaneo.
Mi sembra che il dibattito sul rapporto fra media mainstream e non mainstream, con particolare riferimento alla Rete, porti verso posizioni apocalittiche pericolosissime.
Che la Rete sia contesto di produzioni becere dell’immaginario si sa, e se vengono chiariti i termini di questa deriva possibile troviamo letture e interpretazioni più utili nella Rete che fuori. Penso ad alcuni post che ho letto nei media mondo (qui, qui, qui) ma anche qui. So che dall’articolo di Romagnoli, che chi era in treno con me quel venerdì ricorda ancora insieme al mio brontolio, si è innescato il “dibattito”. Potere della ricorsività della comunicazione. Sta di fatto che la realtà che un certo giornalismo costruisce della Rete non va per niente bene.
Su un altro fronte dell’informazione, quando Venditti dice, da Fazio, che la solitudine c’è in chi sta davanti a Internet usa la sua veste pubblica – associata a un successo che non ho mai capito ma è questione di gusti – per enfatizzare una posizione apocalittica in vista del recupero di una qualche umanità perduta che francamente ha stancato.
Bisogna conoscere le grammatiche della rete, in Internet secondo me si è dentro più che davanti, per esprimere giudizi lapidari e soprattutto non dimenticare che la solitudine è ovunque: dagli anziani soli con le loro bandanti a miliardi di altri casi… Oggi è anche la giornata mondiale per i diritti dell’infanzia. Mi viene da pensare a forme di violenza, sfruttamento, tristezza, squallore che non sono certo nate con la Rete. Ma che anche lì possono essere viste e denunciate. Pensieri semplici, lo so. Cercano soltanto di portare avanti le conversazioni.
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Pubblicato da lgemini