Le nostalgie di un vecchio barbagianni. Pasquale Barbella e il senso della comunicazione

Novembre 19, 2008

barbagianni

E’ la strategia retorica di un comunicatore esperto come Pasquale Barbella autodefinirsi “vecchio barbagianni” per parlare alla giovane – e alla meno giovane – platea formata dagli studenti di Scienze della Comunicazione e dei corsi di pubblicità, a Pesaro.

Una lezione di vita oltre che di comunicazione, pubblicità e immaginario che ha avuto fra i vari meriti quello di delegittimare il valore della “furbizia” a tutti costi, perché non è necessariamente l’attitudine necessaria a farsi strada nella vita. In generale. Meglio puntare sullo studium, cioè sulla passione.

Qualche altro passaggio chiave, visto che gli interessati (ad esempio chi ha lavorato con lui come Roberta) hanno seguito sul twitter di Giovanni, per ricordare che la funzione sociale della pubblicità all’epoca del boom economico è stata quella di fare emergere una semantica – Barbella dice idioma – del benessere che ha influito sulla messa a punto dei nuovi comportamenti, di superare le durezze del passato. Uno come lui ha scelto quel mestiere perché: “anche io volevo incidere nel mio piccolo in quel processo di cambiamento”.

Importanza della pop culture, l’esempio dell’Olivetti come fusione di tecnologia e umanesimo, il design italiano fino agli anni ‘70, esposto al MoMa tanto per capirsi. Storia dell’illistrazione dal dinamismo di Cappiello, alla storia allusa nel primo manifesto senza figure umane di Dudovich per la Borsalino, fino alla genialità di Munari e il catologo imbullonato di Depero. Fino a Obey. Per dire che: “la pubblicità non è un’arte ma il piacere dell’arte resta nella pubblicità”. L’arte infatti sviluppa il pensiero laterale, cioè quello creativo, necessario per trovare soluzioni.

La cultura è un “meraviglioso giocattolo” da smontare per cogliere il continuum che si snoda nel tempo e nello spazio. Il comunitore, dal canto suo, è un operatore culturale, che sa costruire una visione del mondo senza luoghi comuni. Valore dell’indignazione: “fatti non foste per viver come bruti…”. Sì alle competenze ma non alla superspecializzazione: comunicare vuol dire che in questo senso crearsi conoscenza sempre nuova.

Pasquale Barbella è un istigatore al piacere. In questo momento di cambiamento tocca inventare un nuovo linguaggio. I giovani possono farcela anche per noi.


Questioni di donne. Cosa c’entrano le calze con l’Arabia?

Dicembre 2, 2007

Ho letto sull’Espresso un articolo di Tahr Ben Jelloun che racconta e commenta un fatto avvenuto in Arabia Saudita. Forse si sa già. Sta di fatto che una donna violentata da sei uomini, condannati a una pena detentiva, è stata sua volta condannata a beccarsi 200 frustate (prima solo 90 poi 200 perchè ha fatto ricorso). Apprendiamo poi che la vittima appartiene alla minoranza sciita mentre gli aggressori sono sunniti. Il che spiega questa particolare, potremmo dire, discrepanza. In ogni caso questo fatto va riportato, così leggiamo, alla concezione primitiva del rapporto fra i due sessi che, nonostante la modernità del profeta Maometto che aveva una moglie addirittura più anziana di lui e che ha sempre dimostrato rispetto per le donne, resta la prassi di un sistema culturale che considera le donne inferiori agli uomini. 

Non c’entrerà niente ma mi viene da associare questa notizia a un altro fatto.

Alcune giovani studentesse che abbiamo avuto modo di ascoltare alla domanda “quale spot pubblicitario programmato in questi giorni ritiene interessante ed efficace?” hanno menzionato convinte e quasi commosse lo spot Calzedonia “Speriamo che sia femmina”. Da neonata a bambina a scuola di danza, poi ragazzina in autoreggenti alle prese con le prime esperienze d’amore, collant e scarpe decolleté per l primo colloquio di lavoro (con piedini rigorosamente piegati all’interno, con le punte che si toccano), poi autoreggente di pizzi per il matrimonio eccitata con le amiche urlanti intorno e poi infine, finalmente, incinta con un dolce marito protettivo e accogliente.

Oltre alle ragazze ascoltate si possono leggere i commenti allo spot su YouTube. Lo spot piace, commuove, ci si identifica. Un’idea di donna e di femminilità, che ovviamente non arriva alla mezza età (questione di target?), rafforzata dalla canzone di Billy Joel, e dal claim “speriamo che sia femmina”. Non so perché ma mi trovo spesso a pensare che avrei preferito nascere maschio.

Questo è il link allo spot per chi non se lo ricordasse http://it.youtube.com/watch?v=SBz4qmL03Mk


Violenza contro le donne. C’entra anche l’immaginario

Novembre 25, 2007

canto-pirata.jpg

Laura risponde a Roberta.

Anche perché avevo già deciso che rispetto alla giornata contro la violenza sulle donne non possiamo esimerci da dire qualcosa. Almeno dal dare un segno di presenza. E se il tema non circola fra i blog vorrà dire che non è considerato tema di conversazione. Ma si vedrà.

Se il caso che tratta Roberta mi fa pensare, ancora una volta, alle dinamiche individuate da Pierre Bourdieu e alla ormai classica definizione di Morin, anche questa ultracitata da me, delle donne come elementi barbari della società (il che spiega la condanna delle donne al film, alla regista, ecc.), quello che alimenta la mia idea di violenza sulle donne è legato prevalentemente alle forme (becere) dell’immaginario.

Ad esempio, l’immagine scelta per questo post non è altro che un manifesto affisso l’anno scorso all’entrata della sede dei nostri corsi di laurea a Pesaro che pubblicizza il locale estivo ospitato nel cortile, Il Canto Pirata. Parla anche troppo da sola no?

L’ultima che ho visto (e ritagliato) riguarda una pubblicità di biancheria intima – Christies – in cui una bellissima ragazza viene ripresa di tre quarti in modo da vedere sia il viso che il sedere con perizoma nero infiocchettato, nell’atto così sexy di lavare i piatti in una cucina finto rustico con tanto di guanti di gomma rosa. Sotto il grembiule nero, ovviamente, niente. Qualcuno mi deve spiegare anche il claim: insolite variazioni. Ne avevo già parlato commentando un post molto interessante delle Gatte di Via Plinio, relativo alla campagna contro l’uso (becero) del corpo femminile in pubblicità. Riprende un’idea non nuova, penso ad esempio a una foto sul calendario Pirelli (mi pare) con Eva Erzigova e a tante altre immagini donna angelo sexy del focolare. Come dire: non facciamoci mancare niente!

Insomma io trovo violente queste forme della comunicazione. Chi mi conosce sa che trovo violenti anche gli esiti nefandi dei pantaloni a vita bassa.  

Tempo fa ho avuto modo di lavorare con il prof. Paolo Curci e con l’amico Gian Maria Galeazzi  (Psichiatria delll’Università di Modena e Reggio Emilia) a una ricerca sul fenomeno dello stalking. Da cui sono uscite un paio di pubblicazioni di cui vado fiera. Non tanto per quello che ho fatto ma per aver fatto parte di un gruppo che si è occupato di un tema ancora poco trattato. La legge contro lo stalker è venuta dopo. Io mi sono occupata prevalentemente della parte dedicata al rapporto con i media – dai casi di star-stalking, alla cronaca, al cinema, alla letteratura – potendo osservare come e in che modo il termine stalking cominciasse a entrare nella semantica.

Sta di fatto che le vittime di stalking sono prevalentemente le donne e si tratta di una patologia della relazione. È iniziata anche la serie di film sull’amore violento (quella condotta da Camilla di MTV), c’è lo spot del ministero e va segnalato anche lo spot radiofonico “istruzioni per i signori uomini”.

Insomma il tema c’è, ma i comportamenti?


Forme becere dell’immaginario

Ottobre 27, 2007

infermiera internet

Questo manifesto pubblicitario rappresenta una forma becera dell’immaginario. Non solo per la pessima qualità dell’immagine e di un concept “fatti in casa” ma per questa ragazza bella ma non abbastanza, l’accavallamento di gambe alla Basic Instinct dei poveri; la messa insieme di più stereotipi: l’infermierina e/o dottoressina sexy, il connubio donne e motori, anche se qui i motori sono di altro genere ma insomma ci capiamo.

L’ho visto mentro ero in macchina, non ho potuto resistere. Ho capito anche perchè c’è qualcuno che la chiama blog therapy.