Motus engagement. Note su Alexis. Una tragedia greca

dicembre 23, 2011

In linea con il principio secondo cui la persona dell’anno per il Time è “il manifestante” e più ancora con l’idea che ha portato alla creazione del sito Year in Hashtag – che vede nel citizen journalist un tipo di manifestante che grazie ai dispositivi della rete partecipa (come si capisce bene da qui e da qui) ai “drammi sociali” – così con Alexis. Una tragedia greca (rivisto il 18 dicembre al Novelli di Rimini) Motus si fa a modo suo soggetto manifestante.

E lo fa tenendo fede a quel principio di forma che il teatro come operazione anche estetica richiede. Basato su un lavoro di ricerca sull’Antigone (per le descrizioni puntuali vedere in rete ad esempio qui e qui e, per quanto mi riguarda, due mie passaggi su Motus nella Rivista D’Ars ) lo spettacolo mette insieme il mito con la cronaca dei fatti recenti in Grecia, fatti che hanno avviato la stagione di rivolta che il mondo sta vivendo.

All’interno del frame meta-teatrale con cui gli attori sono portati a riflettere su di sé e sui loro personaggi – Polinice, Creonte, Antigone ovviamente – la dimensione autobiografica si intreccia con il racconto dell’esperienza che ha portato verso uno spettacolo così concepito: il viaggio di Motus in Grecia per incontrare il mito di Antigone finendo per imbattersi nella Storia.

E così il docu-drama diventa un linguaggio necessario, adatto ad un tipo di comunicazione artistica che si avvale dei testimoni – con le video-interviste e con il racconto “in diretta” di una protagonista degli eventi (Alexandra Sarantopoulou) – per costruire la sua realtà e per dire quello che vuole dire.

Più precisamente le interviste, le immagini dei muri di Exarchia tapezzati di sticker (quasi a svolgere la funzione dei giornali), delle prime pagine dedicate al giovane Alexis, degli scontri durante le rivolte entrano nella scena attraverso una videoproiezione che porta dentro il teatro la realtà esterna e perciò la Storia, si diceva, come protagonista.

Allo stesso tempo le immagini realizzate in diretta con l’uso di Photo Booth, ora per ritrarre il pubblico in sala ora per immortalare una scena dello spettacolo, rendono unica la replica, l’essere lì e non altrove e rimandano all’appuntamento fra i corpi e quindi all’idea mai espunta del teatro come presenza – garantita dalla “fisicità” degli attori e dalla loro prestanza atletica – e compresenza con il pubblico.

Alexis però non è teatro civile, d’inchiesta o politico – come mi pare di capire in un articolo interessante – perché quello che è stato non è più e il discorso utopico, che pure anima la poetica di Motus oggi, trova un suo aggancio nello spirito del tempo, nell’accordo fra forma e contenuto (e mi sento di dissentire dalle conclusioni che leggo qui anche se il pezzo è da tenere e rileggere), in collegamento con i bisogni di rappresentazione che la collettività più o meno consapevolmente esprime.

Silvia Calderoni/Antigone prima di chiamare il pubblico a salire sul palco a rappresentare una comunità di indignati che possa diventare una moltitudine, si chiede cosa possano fare gli artisti di fronte ad un momento storico così pesante ma la risposta sta nello spettacolo che come operazione artistica si cala nel tipo di società che la produce non solo per rifletterla ma per dare sostanza a quella forma dell’engagement – e quindi dell’impegno concreto – che passa anche attraverso l’informazione e la sua necessità di farsi sempre differenza che fa differenza.


The Plot is the Revolution. Motus e Malina a Santarcangelo41

luglio 10, 2011

Con The Plot is the Revolution partecipiamo all’avvio del progetto “Motus 2011 > 2068”, un percorso che riprende – dal “passato” teatrale in generale e dalla ricerca di Motus in particolare – e porta avanti la possibilità del teatro come azione sul presente. Un’azione politica, così come Ermanna Montanari, direttore artistico di Santarcangelo41 ha chiarito nel post precedente a questo.

Per farlo Motus si affida a Judith Malina in una specie di conferenza-spettacolo che ripercorre alcune delle tappe segnate dal Living Theatre, reinterpretate e rivissute come in un re-enactement e in un racconto biografico, a tratti emozionante, poetico e ironico, in cui l’arte e la vita si intrecciano costantemente.

Nella platea del Teatro Petrella di Longiano, ricoperta di cartone bianco su cui vengono tracciati corpi e scritte, simulati gli spazi con nastri adesivi, ad esempio per perimetrare la prigione militare di The Brig, avviene il dialogo fra generazioni che si trovano a riflettere sul bisogno di rivoluzione e di cambiamento, forse prima dentro di sé (che sarebbe il primo vero segno dell’efficacia simbolica della performance) e poi sul mondo.

Le due generazioni a confronto, rappresentate da Silvia Calderoni e da Judith Malina, attraverso la mediazione della figura di Antigone, con l’aiuto dei partecipanti (è così che va considerato e trattato il pubblico) e di alcuni elementi “storici” del Living, parlano delle sempre attuali leggi del potere, che sorveglia e punisce bonificando i corpi, diventando così la regola acquisita che esercita la sua subdola influenza.

Basti pensare ai momenti veramente toccanti dedicati, appunto, a The Brig o alla Peste (già scena finale di Mysteries and Smaller Pieces) in cui grazie a Silvia Calderoni cogliamo tutto il senso del teatro della crudeltà di Artaud e del corpo come elemento centrale della performance.

   

I contenuti dello spettacolo insomma emergono per mezzo del meta-teatro ossia di quel tipo di stratagemma comunicativo (parlare del teatro attraverso il teatro) che permette di entrare e uscire dalla “rappresentazione” dichiarandone ed esplicitandone i meccanismi di funzionamento a garanzia della sua resa riflessiva.

(Viene da pensare a come la neo-tv abbia vampirizzato dal teatro il disvelamento dei dispositivi e coinvolto i pubblici per superare in qualche modo la dimensione di passività per poi farla rientrare da qualche altra parte…).

Infine l’urlo liberatorio di tutti, come metafora del “buttare giù i muri” o forse anche del raggiungimento del Paradise Now, per poi fermarsi a lasciare un pensiero sul cartone, sentire le voci registrate di coloro cui è stata chiesta una domanda a partire dal titolo del progetto (se sentite qualche “esse” bolognese di troppo potrete riconoscere qualcuno di noi…) sono le fasi che chiudono l’evento o meglio lo aprono verso l’attesa di quello che Motus di sicuro saprà ricavarne da qui al 2068.


Non è mai “Too Late”. Riflessività e politica nell’Antigone di Motus

dicembre 10, 2009

Too Late il secondo contest di Motus per lo studio su Antigone la figura femminile che sfidando Creonte e la ragion si stato nella tragedia di Sofocle diventa l’esempio della lotta fra autorità e potere, ma anche conflitto generazionale (e di genere mi verrebbe da dire).

L’impianto scenico che ci vedo io è quello della ritrovata forza espressiva, del corpo, della performance. Del pubblico intorno che vede quello che vede ed è vicino, prossimo alla scena. E c’è tutto un dentro/fuori fra il testo gli attori che recitano da attori dove le biografie personali e di tutti diventano parte del testo. E così si esprime una naturalezza tutta giovanile. Veramente bravi e credibili Silvia Calderoni e Vladimir Aleksic.

Quello che a me pare di cogliere e che ho bisogno di tenere a mente è la relazione fra l’urgenza di “realtà” che Motus oggi esprime, senza paura di rimandare a nomi e a fatti della nostra attualità politica e culturale. Quella che appunto ci chiede di fare a meno di tutta sta’ ironia che c’è poco da ridere, e di agire in qualche modo.

Il luogo della riflessività che era già della tragedia greca, mezzo di intrattenimento ma anche rito collettivo e di “pubblico addestramento”, mi sembra volersi fare qui gesto epico e politico. Così com’era politico il teatro del Living, che a sua volta usava la versione brechtiana, citato non solo dal manifesto e dell’Antigone attaccato sotto al tavolo in scena ma evocato dal titolo Too Late. A me così i conti tornano.


Attraversamenti e forme dell’abitare ma sempre in Motus

gennaio 17, 2009

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Motus è già di per sè metafora del flusso, della ricerca verso l’esterno, verso il “fuori”. Nella teoria e nella pratica del vissuto stesso della compagnia e dei suoi fondatori – Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande – tutto questo diventa: viaggio.

Un viaggio che, pur con l’intenzione di ragionare sulla produzione più recente, è partito da Catrame perché il punto di partenza sta nel riflettere sulle forme del fare spettacolo, per stare dentro al teatro visto con gli occhi (e con il corpo) del cinema. L’attraversamento poi è quello della filosofia e della letteratura, Deleuze, Ballard e molto altro, ma soprattutto dei linguaggi mediali. La messa in scena dello sguardo, delle forme del guardare e dei punti di vista.

E’ ancora la questione della problematizzazione dello spettatore ad essere centrale. Costretto ad un lavoro, percettivo e cognitivo, lo spettatore è messo nella condizione di scegliere perciò di ridare valore alla differenze, che è poi una cosa che vale per la vita: riflessività della performance. La fase è quella del video in scena, dell’interrogarsi sul “come far interagire un essere vivente (un’espressione che noi amiamo per simpatie bio-cognitive!) con lo spazio/tempo teatrale. Il che ha portato a Twin Rooms e alla stanza digitale.

Si chiedono cosa sia il teatro, e pur non amandolo, ne esplicitano la funzione: come istanza che si confronti con il reale e con il contemporaneo. Dove quest’ultima è l’altra, anzi la vera, parola chiave dei due incontri (l’altro con Silvia Bottiroli) e del corso che li ospita.

Poi c’è lo sguardo contemporaneo di Pasolini, figura emblematica di un paradosso: il vissuto personale che fa i conti con il ruolo dell’intellettuale e dell’artista chiamato a svelare le ombre della società italiana del boom economico per ritrovarne, nella nostra appunto, dei residui ancora attivi. Il lavoro sta per Motus nell’oscillare dalla necessità di essere didascalici e puntuali, per omaggio e rispetto (mi pare) ai riferimenti teorici, e licenza creativa (prendere e rielaborare suggestioni, permutare e ricombinare in forme nuove). Dal testo Petrolio allo spettacolo Come un cane senza padrone, da Teorema il film fino a L’ospite con la sua macchina scenica imponente. Trasformare la letteratura in altre forme. Ad esempio nel video e nella grafica: dal Beckett di A place [that again] e Rumore Rosa, a Le lacrime amare di Petra Von Kamp di Fassbinder. L’urgenza espressiva è quella di liberarsi per un po’ dalla sovrabbondanza e dalla saturazione percettiva del video per tornare alla grafica.

L’immaginario – come comunicazione per immagini – va visto attraverso l’incursione estetica nel sociale che questo tipo di teatro elabora e rielabora. Ma l’urgenza del contemporaneo è anche quella dei suoi temi.

E’ la tappa di Ics (X). Racconti crudeli della giovinezza e di Crac, azzeramento per rimettersi in moto. Ne abbiamo parlato diverse volte in relazione alla problematica generazionale e rimando a quei post. Qui c’è da sottolineare il metodo di lavoro che consiste nel coinvolgimento degli attori nella realizzazione stessa dell’idea drammaturgica. E questo riporta alla messa a tema e alla sua necessità di essere “reale”. Non riproduzione fedele di qualcosa che può essere solo osservato e costruito come risultato dell’osservazione, ovvio, ma come sguardo dall’interno: come dire, e semplifico moltissimo, parlare delle nuove generazioni, attraverso la lente di un adulto, viene meglio se al giovane è data voce.

Nella strada, nei centri commerciali, negli scenari urbani, dei marciapiedi, che prendono il post delle strade del viaggio californiano, del deserto, dei motel. La fascinazione per le architetture delle periferie di centri urbani (Valence, Halle… ) non solo rimanda alla dimensione estetica e dell’arte visiva, che pure è cifra importante dell’opera tutta di Motus e che ne qualifica l’immaginario (anche nei termini del contemporaneo tanto per dire), ma alla nuova geografia dell’abitare: i media, da un lato, e le periferie che sono più vitali di quel che pensiamo.

Uno spunto da Giovanni: si osserva lo spostamento dal centro della metropoli novecentesca con i suoi luoghi per l’intrattenimento (il cinema), centro anche della vita e dello sviluppo della civiltà moderna, alla periferia urbana di un centro che ha perso la sua funzione aggregatrice (per le idee, per la pubblica opinione). Che poi questo per noi vuol dire anche passaggio ai luoghi della rete per l’emergenza e l’elaborazione di idee, opinioni, discorsi, per la circolazione di contenuti nuovi.


Loro vivono nelle cose. Motus e Sociétas da me

gennaio 10, 2009

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Qualcuno mi ha detto – in realtà uno - che il mio blog ha un taglio troppo professionale. Ma che ci posso fare se per me personale e professionale sono così collegati? Basti pensare all’emozione e il sentimento di gratitudine, nonché di amicizia, che provo per i miei prossimi ospiti al corso di Teorie e Pratiche dell’Immaginario Contemporaneo. Gli avvisi professionali, appunto, li ho fatti altrove per cui visto che mi si rimprovera qua la metto sul personale. Sempre nei miei limiti però.

Per quanto riguarda Motus, martedì 13 alle 10, la contentezza è data dal fatto che ci sono voluti 6 anni per replicare il memorabile incontro di Urbino. Nel frattempo l’evoluzione del loro lavoro – fra suggestioni di contenuto e la particolarità formale – sono diventati per me dei punti di riferimento per lo studio sull’immaginario contemporaneo di cui, come disse qualcuno, sono dei veri catalizzatori (dalla letteratura, al cinema, all’arte visiva…).

“Uscire dal teatro equivale a mettersi in viaggio”, scrivono Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande, nell’introduzione del loro volume Io vivo nelle cose. Appunti di viaggio da “Rooms” a Pasolini e questa frase la sento molto vicina, lega anche me al mio lavoro e alle cose mie.

Ma prima, il 12 stessa ora, ci sarà Silvia Bottiroli e il tema il teatro della Sociétas Raffaello Sanzio. So che mi/ci aiuterà a penetrare il mondo simbolico, a me verrebbe da dire di assoluta profondità antropologica, che si traduce in in quella ‘espressività per immagini che è una delle cifre caratteristiche del lavoro della compagnia. Secondo me.

Silvia Bottiroli è giovane ma “vive nelle cose” della cultura e dall’arte da molto e da dentro. Un esempio per me e, ci scommetto, per gli studenti.


Motus terzo movimento. Il vissuto comunicativo

ottobre 21, 2008

Ancora a Modena, Vie Scena Contemporanea Festival, sabato 18 ottobre 2008. E finalmente Motus con X (ICS) Racconti crudeli della giovinezza [X.03 movimento terzo].

Sull’impianto complessivo dello spettacolo ho avuto modo di parlarne in riferimento ai primi due movimenti (qui, qui, qui). La dimensione generazionale, come contenuti, e l’immaginario contemporaneo fra scenari urbani e ambienti mediali.

Ma c’è sempre un’atmosfera che aleggia in questo lavoro: il vissuto. Il mettere a tema il proprio tempo, la propria visione del mondo, quel modo di afforntare da giovani la vita alla ricerca di una differenza che faccia differenza, di una differenza di valore. Fra presente e futuro. Anche in chi ha vissuto i cambiamenti della Germania dopo il 1989. Caduta del muro, lo sappiamo, è un evento/trauma generazionale. Ce lo diceva anche McEwan, ce lo racconta qui Ines Quosdorf (così mi pare di aver capito) con i suoi lunghissimi capelli rossi.

Qui però, nel movimento terzo, si aggiunge il passato, nel racconto di Lidia Aluigi. Cambia il panorama che si fa locale, Rimini, la guerra, le macerie e i giochi dei bambini, il babbo ritrovato.

E a me pareva di sentire i racconti del mio di babbo, e un po’ anche di mia mamma. Quei ricordi di guerra che hanno sempre un che di nostalgico. The way we were.

Queste sono cose sulla memoria, e avrebbe dovuto scriverle lei. Ma siccome non c’era…


Crac. Una parola-performance per Motus

settembre 8, 2008

Ieri sera, 7 settembre, alla Sala Il lavatoio di Santarcangelo, Motus ha riallestito la performance Crac, commissionata dal Madre di Napoli e dalla Galleria Toledo e progettata nell’ambito delle residenze creative del progetto dimore all’Arboreto di Mondaino, partner di Motus nel più ampio progetto X (ics) racconti crudeli della giovinezza. Ne avevamo parlato qui e qui.

Non è un caso – si diceva anche con Daniela Nicolò, che insieme a Enrico Casagrande firma ideazione e regia – che questo tipo di lavoro sia adatto al contesto espositivo più che teatrale in senso stretto. La dimensione della performance infatti è quella che meglio caratterizza un’azione in cui alla potenza evocativa ed estetica del visual design (rigorosamente live di Francesco Borghesi), riflessi di finestre, tappeti di luce, eclissi… si integra il sound environment (Casagrande e Roberto Pozzi; collaborazione tecnica di Giancarlo Bianchini/Arto-Zat) per presentificare la città, un immaginario metropolitano affascinante e inquietante, con le sue sirene, rumori di scontri, che in immagine ricordano i vecchi videogame, le voci raccolte per Napoli e Roma (segni anche della nostra attualità in campo politico). Il tutto in perfetta sincronia con il corpo poetico di Silvia Calderoni.

La “figurina bianca”, così leggiamo, “viaggia, combatte, si arrende, si alza di nuovo, instancabile nel tentativo di ridefinire i confini che tendono a delimitare, chiudere, separare. Tutto sembra precipitare, corrompersi, ma alla fine una nuova piantina dallo sfacelo nasce” .

Forme e contenuti della performance – e in particolare di questa performance – che esortano a mettere in campo una forma di resistenza – “partitura fisica d’emergenza” mentre aspettiamo “l’ora X del pianeta”. Non senza un po’ speranza però. In fondo, mi sembra di capire, dipende da ognuno di noi resistere o lasciarsi “separare”.


Generazioni X. Motus e i racconti della giovinezza

aprile 7, 2008

X (ics) Racconti crudeli della giovinezza [x 0.2 movimento secondo] dei miei cari Motus – al Teatro della Fortuna di Fano il 2 aprile scorso – mi fa pensare a come stiamo affrontando le tematiche generazionali. In particolare penso ai diversi (anche per contenuto) passaggi che si trovano ad esempio qui, qui, qui, qui).

Per quel che mi pare di vedere questo lavoro, per come è costruito, per il modo in cui tratta la giovinezza e il suo immaginario – nel senso della comunicazione per immagini – esprime perfettamente un’idea di un certo modo di essere giovani oggi che fa leva su un immaginario transgenerazionale. Per me qui le generazioni X sono sia quelle dei giovanissimi protagonisti, sia della figura più adulta che interagisce con il bambino (Dany Greggio), sia i Motus stessi, che rappresentano noi e la nostra storia mediale.

Un’estetica della giovinezza – che poi è una poetica – che è fatta di forme e linguaggi: il punk e l’hip hop, gli scenari metropolitani, i video game, Star Wars e le spade laser, le arti marziali; le felpe, le all star e i roller blade, il mantello da super eroe; ma anche di temi e contenuti: l’espressione di sè come differenza (individuazione e identificazione come leve per l’identità), la ricerca di verità e valori (antiborghesi), l’amore, il gioco e il rischio, la guerra.


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