Stalking, quando la semantica dei media va a segno

Ottobre 5, 2009

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Chi l’avrebbe mai detto che la parola stalking e il riconoscimento anche giuridico del fenomeno sarebbero rientrati nel mainstream e nel linguaggio comune? Bè lo avevano detto i media che si sono inventati una parola d’effetto per descrivere quanto la psichiatria cominciava a definire come una particolare patologia della relazione. Chi ha letto L’amore fatale di McEwan ricorderà, oltre la storia, l’appendice sulla sindrome di de Clerambault, che faceva luce su questo tipo di fenomeno. Di grande appeal anche per il cinema. Tanto per citare un film: Attrazione Fatale. Ma ce ne sono anche altri. Senza contare poi che le prime “vittime” dello stalking sono le star e i personaggi famosi, dal caso celeberrimo della Hingins a Madonna, il che appunto fa di questo fenomeno un tema ghiottissimo per i media e per i suoi criteri di notiziabilità anche quando riguarda la gente comune. Ne ho scritto anche io grazie all’opportunità – dall’amico Gian Maria Galeazzi e Paolo Curci dell’Università di Modena e Reggio che se ne occupavano da tempo insieme agli esperti delle università straniere – che mi è stata data addirittura nel 2004, di studiare e osservare un po’ la cosa. I risultati si trovano nel volume Stalking e nel congresso internazionale tenutosi a Modena.

Oltre alla dimensione mediale – e alla semantica dello stalking che ne deriva – l’aspetto interessante è dato dal carattere relazionale della patologia. Cioè dal modo in cui si connota comunicazionalmente: tant’è che – così come succede per la comunicazione – è il destinatario delle attenzioni dello stalker che fa emergere lo stalking. Come dire: finché non c’è la percezione vittimologica, l’auto-osservazione di sè come vittima (cioè la comprensione della differenza fra atto del comunicare e informazione) non c’è reato, non c’è stalking.

Ecco allora che se adesso la possibilità dello stalking si trasferisce su Facebook, dalla notizia di oggi che ha ispirato questo post, i conti teorici ed empirici non possono che tornare.

Solo spunti. I post mi piacciono corti.


Memoria, generazioni, media. Un’eterna ghirlanda brillante?

Settembre 20, 2009

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A parte il riferimento all’Eterna Ghirlanda Brillante del Godel, Esher, Bach di Douglas Hofstadter che casualmente mi ritrovo in questi giorni a riprendere in mano, vorrei provare qui a fare un piccolo lavoro di restituzione delle relazioni presentate al panel Memoria e Generazioni del convegno Media + Generations svoltosi all’Università Cattolica di Milano l’11 e il 12 settembre scorsi.

A ben vedere poi il titolo non è così peregrino perché le relazioni presentate – ma tutto il convegno in generale e la ricerca che ne è alla base mi sembra lo confermino – possono essere interpretate a partire da una sorta di funzione che correla i media, le generazioni e la memoria. Cioè: se i media sono la memoria della società e se riguardano anche quei collettivi immaginati che chiamiamo generazioni, allora il rapporto fra questa memoria e le generazioni va vista nei modi in cui questa memoria, attraverso i media, viene articolata e ridefinita in termini generazionali. Sì insomma una correlazione che tende all’infinito.

Certo, mi faceva presente Roberta che lavora sulla memoria, che la differenza fra memoria collettiva e culturale (nei termini di Halbwachs e poi dei due Assman giustamente citati nelle relazioni), nonché (e questo mi interessa più di tutto) fra memoria e ricordo. Che mi viene da tradurre in termini di riflessività, di accoppiamento fra media e vissuti.

E’ il caso delle Mediateche domestiche oggetto dell’analisi di Olimpia Affuso e Simona Isabella che si interroga sul “senso del conservare” nel passaggio verso le memorie leggere degli archivi digitali. Ma l’aspetto più interessante mi sembra vada colto nel rapporto fra memorie d’uso e “oggetti mnestici” che prescindono dall’uso per potenziare il valore simbolico che viene negoziato dentro la casa, fra i suoi membri, in chiave generazionale.

Il teatro di narrazione di “seconda generazione” è il tema di Laura Peja che avanza un’interessante ipotesi sulla ricerca espressiva e sulle “urgenze” degli esponenti più giovani di questo genere di teatro (Celestini, Enia, Perrotta). La funzione testimoniale e documentaria – informativa – che ancora sembra caratterizzare ancora il lavoro di Paolini si traduce in esperienza più personale in questi autori e in una forma che tende al recupero del racconto mitico della cultura orale. La teoria della performance e la dinamica riflessiva della performance culturale possono essere le leve per affondare questa intrigante – per me sicuramente – tematica.

Ancora nei termini del rapporto fra vissuto (generazionale) e media mi sembra si orienti La videonarrazione autobiografica come risorsa memoriale di Maria Soldati. Nonostante il progetto di ricerca azione e del lavoro di comunità che ne è il risultato quello che mi sembra centrale è la messa a punto di un saggio visuale che metta insieme drammaturgicamente il racconto biografico – e quindi il ricordo - con la ricostruzione di una vicenda collettiva (ad esempio l’immigrazione) attraverso uno strumento – la videonarrazione – adatto alla spettatorialità e alla consapevolezza (mediologica) di agire “come” e “per” la spettatorialità.

Mi sono chiesta, e l’ho chiesto anche ad Elisa Soncini, se ci fosse una provocazione “trasmissiva” nell’intervento Testimonianza mediali e legami intergenerazionali: il ruolo dei media nella trasmissione della memoria. Un lavoro bello fra memoria comunicativa e memoria culturale, fra anziani e giovani chiamati a confrontarsi sulla visione comune di “testimonianze mediali” centrate su eventi del passato. E qui viene anche a centrare parecchio l’immaginario collettivo, supportato dai media ovviamente (dal cinema neorealista a eventi marcatori – e mediali – come lo sbarco sulla luna) oltre e a prescindere dal racconto dei testimoni. Mi viene da dire che se il ricordo non si trasmette sono di certo interessantissimi i meccanismi che permettono di attivare la riflessività ossia una dinamica di produzione dell’informazione, anche sul passato, e su un passato che non è direttamente il proprio, e forse un dialogo intergenerazionale che vale la pena sondare.

Infine, in ordine di presentazione, la lettura semiotica di Matteo Treleani che concentra la sua attenzione su La costituzione della memoria negli archivi video online, a partire dal confronto fra YouTube e Ina.Fr. Mi intriga l’applicazione dello schema lettore-modello/lettore-empirico di Umberto Eco che diventa qui utente-modello/utente-empirico. Ma l’analisi è ben più raffinata, non ricostruibile qui, perché compara i modi di funzionare dei due siti facendo leva sia sulla loro destinazione di target (potremmo dire) – i giovani per YouTube e gli adulti per gli Archives pour tous dell’Ina – sia sui modi di costruirsi come archivi e di inscrivere perciò un utente e un modello di navigazione nella memoria collettiva. Se YouTube costituisce un’espereinza frammentaria e contingente, più adatta all’utente empirico giovane mi sembra di capire, Ina.Fr produce la messa in scena di un percorso di rintraccibilità della navigazione che esprime anche una diversa attualizzazione della memoria, una maggiore valorizzazione del passato. Mi chiedevo se uno schema ancora legato al lettore – un concetto moderno – fosse applicabile a strumenti che segnano una svolta cruciale per il senso di posizione nella comunicazione del pubblico/utente. Matteo risponde di sì, anzi di più. Io non lo so. Ma la sfida cognitiva è interessante.

Non riesco a rendere merito della discussione nel panel, grazie anche al contrubuto di chi è venuto a seguirlo. Ma si sa, ci sono delle cose che succedono dal vivo e che mantengono la loro unicità per lo meno nel ricordo di ognuno e nel senso che ne darà.


Balance

Agosto 3, 2009

equilibrista

credit foto qui

Non è che si colleghino molto le cose che sto per dire ma in queste giornate di bellissimo caldo e di fantastico sole mi sono trovata a pensare al bisogno di equilibrio.

Le mosse prendono il via dal caso di Catherine Bailey, l’avvocatessa inglese che si è uccisa qualche giorno fa. In un commento su ilSole24Ore che non ho più trovato si parlava della ricerca di un life-balance (non credo che l’espressione sia proprio questa) che permetta alle persone, e in particolare alle donne che tengono famiglia, di conciliare ed equilibrare appunto il coinvolgimento attivo nei diversi ambiti della propria vita sociale e dell’esistenza personale. Questioni di inclusione insomma.

Sempre di equilibrio mi sembra che per certi versi parli anche il post di danah boyd sulle vacanze e sui modi con cui si tende a registrare e condividere ossessivamente i ricordi. E’ interessante perché fa presente come i meccanismi di creazione di una memoria da condividere su eventi come le proprie vacanze rimandi a vari processi che conosciamo tutti molto bene (magari perché a volte li subiamo nostro malgrado): riprendere e fotografare ossessivamente, condividere con gli altri la profusione di immagini generate e che riguardano il passato. Con piattaforme come twitter invece si tende a condividere il momento, quello che si sta vedendo o facendo. Discutibile? Può darsi.

Can we please have a moment of silence for the power of costraint? Kthx. The issue with recording and sharing in contemporary society is that is far far far too easy to go everboard. This where we struggle to find balance. Just because you can share every detail doesn’t mean you necessarily should.

Ecco perché le discussioni al baretto della spiaggia con gli amici refrattari verso l’uso dei SSN e del famigerato FB, e io che sono scarsissima mi trovo a fare il difensore d’ufficio, tendono poi a dirottare verso un argomento che più o meno soddisfa tutti e cioè l’equilibrio. Stare un po’ nelle conversazioni significa accettare che l’inclusione sociale passi anche da lì. Non significa raccontare tutto di sè, mettere necessariamente in piazza i fatti propri (poi magari leggersi Chi sul lettino perché rilassa). E non significa privilegiare relazioni di superficie su quelle profonde face to face. Senza contare che adduco altri argomenti in difesa: tipo l’approfondimento di certe informazioni, la loro reperibilità, ecc.

Però è anche vero che poi sono io la prima a innervosirsi quando viene perso, secondo parametri che non possono che essere soggettivi, quel certo equilibrio che male non fa. Avere delle possibilità non significa percorrerle tutte per forza. Possiamo anche privilegiare la selezione sul rinvio. Lo dice anche la boyd.


Cecilia e l’ascoltatrice. Quando informazione e partecipazione emotiva passano per radio

Maggio 18, 2009

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la foto:http://www.flickr.com/photos/25837743@N04/3058635406/

Ho sentito durante il filo diretto con gli ascoltatori di Prima Pagina di Radio3Rai la testimonianza di una giovane signora che raccontava di come le sia praticamente impossibile garantire nella legalità il lavoro di Cecilia, la donna peruviana che l’aiuta in casa (il cui marito si è sperperato i soldi che lei mandava per lui e le figlie piccole rimaste là, la cui figlia piccola è morta fulminata mentre lei impotente dall’Italia partecipava in diretta telefonica alla tragedia).

Con la voce rotta dal pianto, sincero, e con molta dignità questa ascoltatrice ha detto quel che c’è da dire a dispetto di tutto quello che sentiamo sull’immigrazione, la clandestinità, sul respingimento, ecc.

Ora: è vero i media funzionano bene quando c’è un riferimento alle persone, l’infrazione alle norme, quando spettacolarizzano il dolore. Ma in questo caso dove sarebbero l’assuefazione e l’indifferenza verso un tale tipo di informazione? Mi chiedo: è forse la radio, per le sue caratteristiche di linguaggio e di qualità che riesce a raggiungere, a rendere un “caso umano” così coinvolgente e politicamente importante? Potrebbe essere irritativo? Non lo so proprio. So solo che oggi ho un gran magone.


Del non confondersi. Osservazioni di viaggio di una turista speciale

Aprile 7, 2009

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Il seminario Turisti, viaggiatori, volontari. Guadagnarsi il punto di vista dal basso tenuto da Laura Caslini nel corso svuotato di Sociologia del turismo – ieri 6 aprile 2009 a Pesaro – è stato per me e come immagino per gli studenti presenti, una buonissima occasione per riflettere sui temi centrali del turismo contemporaneo. Con lo stile consueto, per chi conosce Laura/Deneb, miscela di levità e raffinatezza profonda di pensiero, il racconto dell’esperienza di turismo sostenibile di Terra e libertà (progetto di volontariato estivo della ong IPSIA) ci ha fatto capire come il viaggio oggi abbia più che mai a che fare con la teoria dell’osservatore.

All’interno di una cornice che tiene insieme la condizione del tempo libero come luogo di espressione di scelte e vocazioni, la dinamica della scoperta con l’importanza delle relazioni (con il gruppo dei partecipanti, con i bambini coinvolti nei campi estivi e di gioco organizzati dai volontari e dai responsabili del campo, con i locali palestinesi e israeliani, dei Balcani e degli altri paesi  in cui opera il progetto) senza dimenticare la visita ai luoghi e il divertimento che deve caratterizzare una vacanza, il carattere principale di questo tipo di esperienza sta nella possibilità di sperimentare un modo diverso di stare in un luogo. Soprattutto quando, come in questo caso, si tratta di un luogo che non è primariamente un sito turistico. Ma ovviamente guardabile come tale a partire da una certa applicazione della prospettiva esterna di osservazione.

Il che significa – seguendo un po’ a mio modo la traccia del ragionamento di Laura – 1. punto di vista della relazione: entrare nel quotidiano ma senza dimenticare lo statuto dell’osservatore perché, sarebbe d’accordo Urbain, il turista ha il privilegio di cogliere cose che i locali non vedono e nella fattispecie attraversare facilmente i confini dei territori occupati e i posti di blocco a differenza degli autoctoni ovviamente. Quindi: varcare soglie, zone liminali; 2. tempo condiviso che permette di cambiare il tuo punto di vista; 3. double coding: per cogliere l’esperienza di viaggio come forma del riferimento interno dell’osservatore che con-fonde realtà e percezione. Dice Laura “la stessa cosa succede quando si vedono i luoghi: vediamo in funzione di quello che sappiano, i nostri riferimenti culturali e soggettivi, quindi l’esperienza di uno differisce per forza da quella di un altro” per cui il senso sta nel “percorrere l’esperienza in funzione della propria identità: lo sguardo turistico è uno sguardo che porta ricchezza – anche perchè – dal punto di vista dell’altro, l’altro sei tu”.

Il 60% di chi compie questo tipo di vacanza la ripete e nel tempo l’età dei partecipanti si alza. E continua nei social-network. O meglio grazie agli adolescenti che utilizzano diffusamente Facebook si ridefinisce e mantiene la rete di relazioni deterritorializzata e rigiocata nei territori vocazionalmente. Non tanto ideale continuazione del viaggio quindi, quanto, piuttosto possibilità di tenere viva la relazione quotidiana attraverso il network, se non ho capito male la riflessione di Giovanni che ha partecipato all’incontro (grazie anche a Roberta e Lella Mazzoli).

Ma è anche questo il progetto su cui Laura lavora: mettere in atto un pensiero comune che strutturi questo tipo di esigenza – anche espressiva – dimostrata in particolare dai ragazzi un po’ più grandi, alfabetizzati ai media e ai loro linguaggi.

Il carattere “lasco” della rete consente di conciliare la gratuità e l’interesse a pratecipare, ma anche ad uscire e rientrare sulla base di esigenze dei singoli perché tanto l’impalcatura sistemica reggerà.


A mezzanotte va la ronda…

Febbraio 21, 2009

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E ci voleva tanto per varare un decreto antistupri?

Sarà sicuramente imperfetto a cominciare dalle ronde che tra l’altro sarebbero soltanto presidi sul territorio. E comunque si dice “sicurezza partecipata” (culture partecipative anche qui?). Però: chi fa la ronda nelle case? Sui luoghi di lavoro?  Basta leggere l’elenco, la nomenclatura, delle forme di violenza previste e usate da chi fa ricerca per capire che l’aggressione in strada è solo una delle possibilità. E i poliziotti di quartiere che fine hanno fatto?

A ognuna di noi è capitato più volte nella vita, mi è già capitato di dirlo, di essere oggetto di violenza più o meno esplicita e molto spesso simbolica da parte di un maschio. O in ogni caso di sentire e vedere cose che rimandano allo strisciante senso di superiorità che anche gli uomini più evoluti esprimono (da apprezzamenti sulle qualità fisiche di una donna quando non ce ne sarebbe bisogno fino a cose che sappiamo tutti).

L’odio per la donna ha radici antiche e radicate nelle culture (per farsi un’idea: qui). Basta leggersi i passaggi di Durand sull’acqua ne Le strutture antropologiche dell’immaginario per capirlo. L’ho già detto, anche questo. Di letteratura se ne trova molta, i film e i media, che pure contribuiscono ad alzare la soglia della percezione del rischio (sembra che i fatti di stupro si siano verificati tutti in questo periodo, sospetto no?) hanno avuto il merito di mettere a tema la questione stalking (anzi la parola stesa viene da lì, ne parlammo a suo tempo qui). L’arte non si è sottratta dal rappresentare la violenza sulle donne, il teatro men che meno. Ma forse in questo caso il meccanismo della riflessività si assesta sulla dimensione del distacco. Non saprei.

Le donne, lo ribadisco, non fanno molto per sottrarsi alla tentazione di auto-rappresentarsi come oggetti del desiderio e a riprodurre il dominio maschile (Bourdieu). Se in questo sta una certa forza del femminile, lo dice Morin ne Lo spirito del tempo, non possiamo nemmeno negare che poi alla fine ci rimette sempre.

Quando l’estate scorsa quella coppia di turisti danesi, se non ricordo male, è stata vittima di quell’agguato premeditato per motivi di rapina l’aggiunta dello stupro alla donna era stato oggetto di un articolo che purtroppo non trovo ma che era centratissimo e commuovente. Scritto da un uomo, e non è una cosa da poco, rifletteva sul residuo barbarico che fa sì che per la donna sia sempre riservato qualcosa in più, uno stupro rituale, che infierisca un po’ di più.

Il punto è, secondo me, che la legge serve, eccome. Che protegga i bambini: assolutamente. La certezza della pena anche. Ma serve soprattutto cambiare – l’individuo e le strutture della società (sempre con Bourdieu) – e questa la vedo dura.


Attraversamenti e forme dell’abitare ma sempre in Motus

Gennaio 17, 2009

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Motus è già di per sè metafora del flusso, della ricerca verso l’esterno, verso il “fuori”. Nella teoria e nella pratica del vissuto stesso della compagnia e dei suoi fondatori – Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande – tutto questo diventa: viaggio.

Un viaggio che, pur con l’intenzione di ragionare sulla produzione più recente, è partito da Catrame perché il punto di partenza sta nel riflettere sulle forme del fare spettacolo, per stare dentro al teatro visto con gli occhi (e con il corpo) del cinema. L’attraversamento poi è quello della filosofia e della letteratura, Deleuze, Ballard e molto altro, ma soprattutto dei linguaggi mediali. La messa in scena dello sguardo, delle forme del guardare e dei punti di vista.

E’ ancora la questione della problematizzazione dello spettatore ad essere centrale. Costretto ad un lavoro, percettivo e cognitivo, lo spettatore è messo nella condizione di scegliere perciò di ridare valore alla differenze, che è poi una cosa che vale per la vita: riflessività della performance. La fase è quella del video in scena, dell’interrogarsi sul “come far interagire un essere vivente (un’espressione che noi amiamo per simpatie bio-cognitive!) con lo spazio/tempo teatrale. Il che ha portato a Twin Rooms e alla stanza digitale.

Si chiedono cosa sia il teatro, e pur non amandolo, ne esplicitano la funzione: come istanza che si confronti con il reale e con il contemporaneo. Dove quest’ultima è l’altra, anzi la vera, parola chiave dei due incontri (l’altro con Silvia Bottiroli) e del corso che li ospita.

Poi c’è lo sguardo contemporaneo di Pasolini, figura emblematica di un paradosso: il vissuto personale che fa i conti con il ruolo dell’intellettuale e dell’artista chiamato a svelare le ombre della società italiana del boom economico per ritrovarne, nella nostra appunto, dei residui ancora attivi. Il lavoro sta per Motus nell’oscillare dalla necessità di essere didascalici e puntuali, per omaggio e rispetto (mi pare) ai riferimenti teorici, e licenza creativa (prendere e rielaborare suggestioni, permutare e ricombinare in forme nuove). Dal testo Petrolio allo spettacolo Come un cane senza padrone, da Teorema il film fino a L’ospite con la sua macchina scenica imponente. Trasformare la letteratura in altre forme. Ad esempio nel video e nella grafica: dal Beckett di A place [that again] e Rumore Rosa, a Le lacrime amare di Petra Von Kamp di Fassbinder. L’urgenza espressiva è quella di liberarsi per un po’ dalla sovrabbondanza e dalla saturazione percettiva del video per tornare alla grafica.

L’immaginario – come comunicazione per immagini – va visto attraverso l’incursione estetica nel sociale che questo tipo di teatro elabora e rielabora. Ma l’urgenza del contemporaneo è anche quella dei suoi temi.

E’ la tappa di Ics (X). Racconti crudeli della giovinezza e di Crac, azzeramento per rimettersi in moto. Ne abbiamo parlato diverse volte in relazione alla problematica generazionale e rimando a quei post. Qui c’è da sottolineare il metodo di lavoro che consiste nel coinvolgimento degli attori nella realizzazione stessa dell’idea drammaturgica. E questo riporta alla messa a tema e alla sua necessità di essere “reale”. Non riproduzione fedele di qualcosa che può essere solo osservato e costruito come risultato dell’osservazione, ovvio, ma come sguardo dall’interno: come dire, e semplifico moltissimo, parlare delle nuove generazioni, attraverso la lente di un adulto, viene meglio se al giovane è data voce.

Nella strada, nei centri commerciali, negli scenari urbani, dei marciapiedi, che prendono il post delle strade del viaggio californiano, del deserto, dei motel. La fascinazione per le architetture delle periferie di centri urbani (Valence, Halle… ) non solo rimanda alla dimensione estetica e dell’arte visiva, che pure è cifra importante dell’opera tutta di Motus e che ne qualifica l’immaginario (anche nei termini del contemporaneo tanto per dire), ma alla nuova geografia dell’abitare: i media, da un lato, e le periferie che sono più vitali di quel che pensiamo.

Uno spunto da Giovanni: si osserva lo spostamento dal centro della metropoli novecentesca con i suoi luoghi per l’intrattenimento (il cinema), centro anche della vita e dello sviluppo della civiltà moderna, alla periferia urbana di un centro che ha perso la sua funzione aggregatrice (per le idee, per la pubblica opinione). Che poi questo per noi vuol dire anche passaggio ai luoghi della rete per l’emergenza e l’elaborazione di idee, opinioni, discorsi, per la circolazione di contenuti nuovi.


La comunicazione dal vivo non muore mai purché…

Dicembre 6, 2008

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… sappia, come sa fare, mettere insieme drammaturgicamente elementi e vocazioni dei linguaggi mediali e, parola che torna buona, i diversi canali della comunicazione nel senso della loro convergenza. Penso alla voce, al canto, al sonoro (musica, suoni, elettronica, ritmo)  di Madrigale appena narrabile della Sociétas Raffaello Sanzio/Chiara Guidi.

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Penso alla forma narrativa e di dialogo del teatro e in particolare al township play Sizwe Banzi est mort di Peter Brook, esempio interessante per la riflessività di un genere drammaturgico che riguarda la vita delle comunità nere urbane del Sudafrica e il tema dell’apartheid.

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Ancora il linguaggio e il testo poetico (Tommaso Landolfi in questo caso) ma anche la corporeità e la sollecitazione dei sensi (esplosioni di luci e di suoni) per un pubblico ingabbiato e ostaggio (quasi volontario) nell’Amore (2 atti) di Fanny & Alexander.  

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Tableaux vivent e scenografia per una corale al maschile, suggestioni letterarie oltre il testo di base, canto, musica, linguaggio dei sordomuti come danza e contenuto, rumori e fragori, costumi di scena. Mi sembra questo l’aspetto mediale del bellissimo Moby Dick di Antonio Latella. Non solo Melville dunque ma Dante, Shakespeare in una drammaturgia necessaria a lavorare di mente perchè Moby Dick è una metafora. Achab sta nella sua stanza che si apre e illumina “come se” fosse uno schermo. E poi performance attorali da ricordare. Giorgio Albertazzi, un maestro della scena contemporanea mi viene da dire.

 

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Penso ad Activation of the Large Hardon Collider di Second Front su Uqbar. Modalità di trasferimento su altro supporto – che in questo caso è il mondo online di Second Life – che è una delle strategie messe in campo dal teatro per mostrare la sua vitalità. Si sa. Il gioco con gli avatar partecipanti implicati in chat, resi attori nell’esplosione di immagini fino a precipitare di sotto e trovarsi a battagliare con gli altri avatar usando proiettili-matitoni in quella deriva ludica che sappiamo collocare nel continuum efficacia-intrattenimento della performance.

Insomma “forme-formanti” che mi fanno pensare a un libro appena comperato, alle parole e ai ragionamenti che ho potuto ascoltare pochi giorni fa e su cui ritornerò.


Motus terzo movimento. Il vissuto comunicativo

Ottobre 21, 2008

Ancora a Modena, Vie Scena Contemporanea Festival, sabato 18 ottobre 2008. E finalmente Motus con X (ICS) Racconti crudeli della giovinezza [X.03 movimento terzo].

Sull’impianto complessivo dello spettacolo ho avuto modo di parlarne in riferimento ai primi due movimenti (qui, qui, qui). La dimensione generazionale, come contenuti, e l’immaginario contemporaneo fra scenari urbani e ambienti mediali.

Ma c’è sempre un’atmosfera che aleggia in questo lavoro: il vissuto. Il mettere a tema il proprio tempo, la propria visione del mondo, quel modo di afforntare da giovani la vita alla ricerca di una differenza che faccia differenza, di una differenza di valore. Fra presente e futuro. Anche in chi ha vissuto i cambiamenti della Germania dopo il 1989. Caduta del muro, lo sappiamo, è un evento/trauma generazionale. Ce lo diceva anche McEwan, ce lo racconta qui Ines Quosdorf (così mi pare di aver capito) con i suoi lunghissimi capelli rossi.

Qui però, nel movimento terzo, si aggiunge il passato, nel racconto di Lidia Aluigi. Cambia il panorama che si fa locale, Rimini, la guerra, le macerie e i giochi dei bambini, il babbo ritrovato.

E a me pareva di sentire i racconti del mio di babbo, e un po’ anche di mia mamma. Quei ricordi di guerra che hanno sempre un che di nostalgico. The way we were.

Queste sono cose sulla memoria, e avrebbe dovuto scriverle lei. Ma siccome non c’era…


Verso la società-mondo. L’elettricità vista da Teatrino Clandestino

Luglio 17, 2008

L’idealista magico riportato in scena da Teatrino Clandestino a Santarcangelo è un lavoro interessante per immaginare come la scoperta dell’elettricità, e la sua messa in mostra nei salotti della società a incipiente spettacolarizzazione dell’800, abbia poi scompaginato e poi ridefinito lo spazio nonché i modi e i tempi per consumarlo. Dal punto di vista dei media ci viene messa in luce – anche se a lume di candela – la fase evolutiva cruciale che già McLuhan aveva indicato.

Mi fa piacere avere visto uno spettacolo che fa parte della storia del nostro teatro di ricerca, credo, e che può essere visto in chiave evolutiva come la messa a tema dell’evoluzione dei media. Nel caso del Teatrino poi il percorso è stato verso l’uso molto raffinato ma soprattutto funzionale alla drammaturgia del video fino al suo superamento.