Immersioni nel buio del Dirty Corner e nell’immaginario con/di Anish Kapoor

novembre 14, 2011

Il Dirty Corner è una di quelle opere-paesaggio, quindi di grandissime dimensioni, che caratterizzano una parte della ricerca  di Anish Kapoor e che ancora per un po’ si trova alla Fabbrica del Vapore di Milano.

Costruita come una enorme calla in cor-ten, un tipo di acciaio rosso ruggine, lunga 57 metri per 3 di diametro con un imbocco di 7, attraversa la sala fino al magazzino dopo aver tagliato un passaggio all’aperto. Un nastro trasportatore preleva della terra da un silos per poi lasciarla cadere sul corpo centrale della scultura, la terra si accumula formando un cono, in accordo con un’idea dinamica della scultura, che abbandona la staticità per farsi opera processuale, che cambia nel tempo.

Caratteristica che naturalmente è enfatizzata dalla dimensione ambientale, dal carattere immersivo di un’installazione che deve essere percorsa all’interno, lungo un tragitto via via sempre più buio, tanto da disorientare.

Sebbene l’esperienza “fisica” del buio sia stata un po’ deludente rispetto alle aspettative un po’ terrorifiche che avevo, il carattere simbolico dell’opera ne qualifica il suo senso, il suo valore. Anche dal punto di vista culturale in un certo senso visto che ci dirotta verso un immaginario non troppo occidentale basato sull’unione degli opposti pieno/vuoto, materiale/immateriale, positivo/negativo, buio/luce, maschile/femminile rappresentato qui dal cono di terra che ricopre la parte centrale della scultura.

Il cono di terra assume quindi valore simbolico e qualifica simbolicamente tutto il lavoro. Dà forma all’unità degli opposti dove il codice binario o-o cede il posto all’e-e, di certo più adatto al pensiero della complessità.

Se “l’astrazione sta ai margini del significato” – come afferma Kapoor nel documentario proiettato in una saletta – possiamo anche cogliere nella messa in forma del Dirty Corner il senso e il significato di un mistero. Il buio della cavità accogliente e femminile si fa rappresentare in orizzontale in opposizione all’immaginario verticalizzante e maschile della scultura verticale.


The Drama of the Media. Heiner Goebbels e le sue Stifters Dinge

maggio 29, 2011

mini immagini da http://www.heinergoebbels.com/

Avevo già avuto modo di capire cosa intenda Heiner Goebbels con l’espressione The Drama of the Media quando durante la conferenza tenuta a Santarcangelo 39 il compositore e regista tedesco ha messo a tema il rapporto fra il concetto classico di “dramma” con quello di “dramma dei mezzi di comunicazione”, cioè a dire con un’idea di dramma che si trasferisce nella scrittura visiva e auditiva per potenziare la dimensione percettiva e i sensi del pubblico.

In quell’occasione ha mostrato dei materiali video tra cui quelli relativi all’installazione performativa Stifters Dinge (2007) che abbiamo visto ieri sera a Modena nella’ambito di Angelica Festival.

Facendo ripensare all’idea del teatro senza attori di futuristica memoria l’installazione si presenta come una composizione complessa che si sviluppa drammaturgicamente fra musica, immagini, parole e testi a partire dall’evocazione dell’opera di Adalbert Stifter, autore di inizio Ottocento, la cui opera è incentrata sul dettaglio delle cose – dinge appunto – e per certi versi della natura e della sua forza catastrofica.

Ed è la “macchina” che sta al centro di un immaginario tecnologico che rivela e svela le sue potenzialità espressive facendosi macchina scenica.

foto di Fabio Fornasari (nel dopo spettacolo)

Ed è ancora la macchina con le sue macchinerie che dà a questo lavoro il senso di una costruzione organica fatta di sequenze in immagine e sonoro piena di metafore da cogliere e attualizzare anche in maniera, mi viene da dire, molto personali. L’universalità dei linguaggi e la particolarità delle lingue, il viaggio come esperienza del “saper vedere” (evocata qui da un frammento di intervista a Levi’s Strauss ad esempio), il rapporto fra figura e sfondo (penso all’immagine riflessa in trasparenza – sullo sfondo – di quella che mi è parsa una delle battaglie di Paolo Uccello e alla sua inquadratura in frammenti, per dettaglio – figura – attraverso un piccolo schermo in primo piano), l’eterno ritorno al primordiale cui le vasche sul pavimento fra fumi e bolle d’acqua fosforescente potevano far pensare…

Sul finale l’impalcatura di pianoforti, braccia meccaniche e alberelli che scorre verso il pubblico è il saluto della macchina recitante che viene a prendersi i suoi meritati applausi. Per aver realizzato senza errori la sua performance e per essere quella “cosa” di cui il simbolico umano ha capito molto presto di non poter fare a meno.


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