Una poesia per la catastrofe e i territori dell’immaginario

marzo 22, 2012

Immagine

Ho scoperto ascoltando Pagina Tre e Nicola Lagioia durante la giornata della poesia i versi di Quando dico Hiroshima di Kurihara Sadako (anche qui) (letti dalla giornalista Junko Terao), e il genere letterario giapponese genbaku bungaku, ossia un campo della produzione simbolica incentrato sulla tematica della bomba atomica e che per logica conseguenza può essere esteso al caso tragico e recente di Fukushima.

Il genere che è articolato al suo interno come succede ad esempio per manga e anime differenziati sulla base del pubblico a cui si rivolgono, non solo qualifica l’efficacia simbolica dell’immaginario, campo di elaborazione dell’evento drammatico e catastrofico, ma diventa anche luogo della riflessività sociale, finanche di critica politica, anche interna, verso le proprie responsabilità.

Quando dici Hiroshima

 credi forse ti risponderanno dolcemente

“Ah, Hiroshima”?

Hiroshima – Pearl Harbour

Hiroshima – lo stupro di Nanchino

Hiroshima – i roghi a Manila,

donne e bambini bruciati con la benzina

e gettati nelle fosse.

Se dici Hiroshima,

risuonano echi di fiamme e sangue.

[...]

Se dici Hiroshima,

affinché giunga il dolce rimando

“Ah, Hiroshima”

noi dovremmo prima lavare le nostre mani sporche.

Parallelamente al carattere situato dell’immaginario della bomba atomica, del nucleare si associano le paure collettive dell’Occidente che in qualche modo vi si correlano e che chiamano in causa un diverso tipo di esorcismo, quello delle seconde Avanguardie artistiche, basato su forme artistiche e culturali che hanno cercato di fare i conti con gli effetti perversi dello sviluppo tecnologico.


A chi appartiene un divo? Lucio Dalla e il rito funebre espropriato

marzo 4, 2012

Sono convinta che Lucio Dalla sia una delle icone dell’immaginario collettivo italiano, indipendentemente dai gusti. Di certo è stato amato dal pubblico e perciò dal punto di vista dell’industria culturale era un divo. Di sicuro alla portata, non assiso sull’olimpo hollywoodiano, legato al territorio ma di certo un personaggio famossissimo. Tanto che all’ultimo Sanremo di lui e della sua canzone si è parlato parecchio. Senza contare poi la folla che si è radunata all’arrivo della salma, che è stata alla camera ardente e che sarà al funerale.

Dalla notizia della morte, che personalmente ho appreso di riflesso da una telefonata perché lo conoscevamo visto che ha insegnato nel nostro corso di laurea, com’è ovvio che si sia si è attivata la conversazione e il tema è diventato un “trend topic”, non solo in rete. Dove peraltro si sono letti pensieri di ogni tipo, anche molto divertenti.

Tuttavia pare che il pubblico – che è il vero responsabile del successo e della vita artistica di un personaggio – sia poco rilevante per i media visto che i tweet dei vip fanno notizia di per sè. Come si può vedere ad esempio qui. Quello che resta da sapere è chi ci sarà, se Vasco Rossi riuscirà ad arrivare, ecc.

La società dello spettacolo insomma è più viva che mai ed è alimentata dalle dinamiche dell’intrattenimento che rendono il rito funebre di un divo pop un esempio del liminoide, cioé del rito di passaggio adeguato ai meccanismi dello svago.

Tuttavia, parallelamente, si può osservare la presa di posizione comunicativa del pubblico che mentre contribuisce ad alimentare il divismo, e sarà interessato e curioso al vip presente o che scrive qualcosa, partecipa al sentire della moltitudine che si raccoglie come può attorno al morto. La performance rituale quindi, l’evento cerimoniale che comprende la dimensione dal vivo con quella della comunicazione e del circuito mediale, dovrà trovare la sua efficacia simbolica, svolgere la sua funzione di esorcismo, al di là o forse nel mezzo dell’intrattenimento.


Lo spettacolo del dramma. Sanremo 2012 e l’entrata di Celentano

febbraio 15, 2012

L’entrata di Adriano Celentano a Sanremo non può che essere un esempio di come lo scenario catastrofico e della paura collettiva facciano da sfondo alla resa contemporanea del dramma sociale, della situazione di conflitto in cui innegabilmente stiamo vivendo.

La spettacolarizzazione – fra video e scena dal vivo confusi per lo spettatore televisivo dal lavoro di regia – è il linguaggio ideale per la messa in forma di una performance che, nella ritualità laica dell’intrattenimento, cerca di mettere insieme tutto: il divertimento con l’efficacia messi nelle mani di un uomo di spettacolo che si comporta da santone.


Drusilla Foer, o della realtà dell’immaginario

gennaio 3, 2012

Ibrido e contaminato com’è dalle forme mediali e dai linguaggi della rete, il territorio della perfomance non può non comprendere il “caso” di Drusilla Foer, ossia dell’elegante e divertente signora dell’alta borghesia fiorentina che da qualche tempo dispensa in rete massime e aneddoti biografici degni di quei personaggi dell’élite mondana di cui ancora si legge nelle riviste.

foto di Mustafa Sabbagh, styling Simone Velsecchi

Inventata e interpretata dall’attore en travesti che non svela la sua identità, Drusilla Foer rappresenta quel tipo di operazione della comunicazione che usa il dispositivo della finzione per far emergere la realtà dell’immaginario e i dispositivi mediali per diffonderla.

Alla diffusione virale della video-intervista Venti minuti di lei condotta dalla giornalista Carlotta Romualdi – di cui ringrazio Claudia per la segnalazione – hanno fatto seguito, oltre all’apertura della pagina Facebook che conta oggi 2697 friends e da vera celebrity la trovate anche su Twitter, il video per la campagna Anlaids promossa da Luisa Via Roma e quello, di diversa cifra ovviamente, per il compleanno dell’amico Diego, un servizio sul tg locale e il video Evviva l’Italia con gli auguri di inzio anno sulla pagina di Firenze de La Repubblica online. A dimostrazione di come, anche in questo caso, i media generalisti vampirizzino e facciano da cassa di risonanza ai fenomeni che nascono e sì diffondono in rete.

Nella cornice dell’immaginario gay e dell’idea dell’icona di stile, diva d’antan amica delle celebrità (da Tina Turner a Gandhi) apparsa sulle copertine di Life, di Vogue ma anche di Wired e finanche de La settimana enigmistica, Drusilla riesce a mettere in fila con l’atteggiamento un po’ blasè degli snob “veri” gli stereotipi della cultura di massa richiamando, senza scomodarle però, figure come Paolo Poli o Alighiero Noschese ma anche Diana Vreeland o Elsa Martinelli… (da leggere qui).

Per farlo usa la forma teatrale – nella recitazione e nel modo in cui costruisce il testo ad esempio – e la trasferisce nel video come formato che permette di giocare con la dinamica televisiva – l’intervista, il discorso, la campagna pubblicitaria – senza trasformarla in prodotto televisivo e nemmeno cinematografico in accordo con le modalità di rimediazione e di transmedialità che mi pare di rinvenire nei lavori di uno come Francesco Vezzoli, ad esempio.

E poi, cioè soprattutto, c’è il web come supporto adeguato a mantenere la qualità della performance (e più specificatamente teatrale come si legge sull’interessante post di Artisceniche), l’apparato di relazione e di affezione al personaggio che sta già riuscendo a garantirsi il suo posto nel regno del fandom.

Io nel frattempo ho seguito la sollecitazione di Drusilla per ricordare ogni giorno un personaggio “celebre” e mi sono andata a cercare notizie su Gisella Sofio


La favola queer di Timi per un immaginario che non vuole immagini

dicembre 10, 2011

Ammicca al pubblico femminile il queer Filippo Timi di Favola (ieri sera al Teatro Novelli di Rimini). Paragonato a certi personaggi di Almodovar e al famoso interprete en travesti Copi, ma ci vederei tanto bene anche Paolo Poli, il personaggio di Mrs Fairytale – un nome che è già una didascalia – interpretato dallo stesso Timi, autore e regista dello spettacolo, sta tutto in quell’immaginario omosessuale che apparentemente ride di sé e delle sue rappresentazioni stereotipate (da leggere una recensione molto puntuale qui).

Ridiamo oltre che per la vis comica di Timi – espressa sapientemente da certe uscite dal personaggio che non vengono lesinate – per quel senso di vago disagio e di piacere che l’ambiguità mai del tutto risolta simbolicamente porta con sè.

Con l’appoggio dei comprimari Lucia Mascino – l’amica Mrs Emerdale – e Luca Pignagnoli (che interpreta i 3 fratelli gemelli vicini di casa della protagonista) – Timi racconta una storia che, al di là del suo sviluppo narrativo che vuole svelare la verità dietro alle apparenze, si esprime al meglio nella sua dimensione visiva ed estetica.

L’immaginario televisivo è la vera cifra espressiva dello spettacolo e sarebbe, per me, anche il suo punto di forza se ce ne fosse maggiore consapevolezza. I linguaggi del Carosello e delle pubblicità degli anni 50′ e ’60 (esplicitamente evocata dagli stacchi video dello spettacolo) sono rintracciabili nelle scene/scenette – qui un po’ troppo sopra le righe per i miei gusti – che strutturano la storia così come la scenografia e i bei costumi Miu Miu rimandano alle serie televisive ambientate nei contesti domestici di quegli anni non ultima, ovviamente, Mad Men. Senza dimenticare l’insieme degli ingredienti, dalla colonna sonora agli UFO, che riempiono la messa in scena nel suo complesso.

(per questa immagine e per la precedente qui)

Finito lo spettacolo – che si prende molti applausi a scena aperta – Timi (accompagnato dai suoi attori) torna sul palco per esortare – con modalità ed espressioni ironiche ma “minacciose” alla Franken Furter – il pubblico a non pubblicare foto immagini su Facebook e su Internet in generale. Mi viene da pensare che allora non dovremmo neanche scriverne e lasciare che il sostanziale anacronismo della performance ne rimanga la sua caratteristica principale.

La storia evolutiva della comunicazione e dei media ha dimostrato che un medium non sostituisce un altro medium e che la comunicazione per immagini alimenta l’immaginario, appunto, e il desiderio. Anche di teatro oltre che di divi.


Immersioni nel buio del Dirty Corner e nell’immaginario con/di Anish Kapoor

novembre 14, 2011

Il Dirty Corner è una di quelle opere-paesaggio, quindi di grandissime dimensioni, che caratterizzano una parte della ricerca  di Anish Kapoor e che ancora per un po’ si trova alla Fabbrica del Vapore di Milano.

Costruita come una enorme calla in cor-ten, un tipo di acciaio rosso ruggine, lunga 57 metri per 3 di diametro con un imbocco di 7, attraversa la sala fino al magazzino dopo aver tagliato un passaggio all’aperto. Un nastro trasportatore preleva della terra da un silos per poi lasciarla cadere sul corpo centrale della scultura, la terra si accumula formando un cono, in accordo con un’idea dinamica della scultura, che abbandona la staticità per farsi opera processuale, che cambia nel tempo.

Caratteristica che naturalmente è enfatizzata dalla dimensione ambientale, dal carattere immersivo di un’installazione che deve essere percorsa all’interno, lungo un tragitto via via sempre più buio, tanto da disorientare.

Sebbene l’esperienza “fisica” del buio sia stata un po’ deludente rispetto alle aspettative un po’ terrorifiche che avevo, il carattere simbolico dell’opera ne qualifica il suo senso, il suo valore. Anche dal punto di vista culturale in un certo senso visto che ci dirotta verso un immaginario non troppo occidentale basato sull’unione degli opposti pieno/vuoto, materiale/immateriale, positivo/negativo, buio/luce, maschile/femminile rappresentato qui dal cono di terra che ricopre la parte centrale della scultura.

Il cono di terra assume quindi valore simbolico e qualifica simbolicamente tutto il lavoro. Dà forma all’unità degli opposti dove il codice binario o-o cede il posto all’e-e, di certo più adatto al pensiero della complessità.

Se “l’astrazione sta ai margini del significato” – come afferma Kapoor nel documentario proiettato in una saletta – possiamo anche cogliere nella messa in forma del Dirty Corner il senso e il significato di un mistero. Il buio della cavità accogliente e femminile si fa rappresentare in orizzontale in opposizione all’immaginario verticalizzante e maschile della scultura verticale.


Il tempo e lo spazio “Before Your Very Eyes” per Gob Squad e Campo al festival VIE2011 di Modena

ottobre 22, 2011

Quanti sono i piani di riflessività che uno spettacolo come Before Your Very Eyes di Gob Squad & Campo mette in campo? Intanto quello più evidente del contenuto generazionale: sette giovanissimi performer belgi sono chiamati – dalla voce fuori campo che fa un po’ potremmo dire da coscienza collettiva – a pensare a sé, a rivedersi in un prima (il prima dei laboratori da cui nasce lo spettacolo ad esempio) rispetto al presente, che li vede già cambiati, e a pensarsi nel futuro. E così il confronto fra le aspettative di queste vite ancora in erba e quello che potrebbe essere da qui in avanti viene messo in relazione a quello che sanno, che possono conoscere e rappresentare, anche per gioco, del mondo adulto, quello che si può fare da piccoli e quello che si può fare da grandi. Fino al pensiero della morte che poi, come si è avuto modo di capire in giro e come si sa per il solo fatto di parlare di prodotti dell’immaginario, continua a essere il movente più o meno patente del lavoro artistico.

Ma ci vedrei anche, in una chiave più sociologica, il problema della contingenza del moderno, che i giovani incarnano come apertura alle possibilità ma che poi il sociale traduce nell’equivalenza di queste possibilità. A meno che, e sembra che poi la voce dall’alto cerchi di sollecitare in questa direzione e che anche i ragazzi ancora un po’ ci credano, l’identità in costruzione non si risolva in scelte per l’individuazione cioè per la differenza di valore da attribuire alle possibilità che si sceglierà di percorrere.

Dal punto di vista formale la consapevolezza mediologica – che già abbiamo avuto modo di cogliere in Gob Squad Santarcangelo 2010 - permette la messa a tema del tempo che assume il valore di spazio: fra il dentro e il fuori. E’ la composizione della scena a permetterlo grazie alla struttura fatta di specchi all’interno della quale i ragazzi agiscono e interagiscono fra di loro e con gli spettatori che da là fuori li osservano e partecipano alle loro storie, con meccanismi proiettivi di cui solo singolarmente potremmo dare conto. Come sintetizza Massimo Marino (@minimoterrestre) in un tweet efficacissimo:

Noi allo specchio dell’invecchiamento della delusione della fine, nel gioco crudele di un gruppo di bambini, regia Gob Squad.

Ma oltre a questo c’è un altro punto.

L’altro punto è che questo teatro si fa dispositivo dello sguardo sul tempo. Il meccanismo dentro/fuori, che è anche un avanti e indietro, entrata e uscita, realtà e finzione, passaggio dalla presenza in video a quella fisica sul palco, è garantito dall’uso della telecamera in scena e dagli schermi posti ai due lati della gabbia dove l’oscillazione dentro/fuori, che è il contenuto, è resa visibile dal video che è usato come andrebbe sempre usato per essere sensatamente drammaturgico.

Così come dall’immaginario mediale – che non è fatto solo di immagini iconografiche -  si costruisce una colonna sonora adatta al rinforzo della dimensione emotiva di cui lo spettacolo non è certamente sfornito: da un inno intergenerazionale come Don’t stop me now dei Queen (che già all’inzio dà letteralmente vita allo spettacolo con i ragazzi che ballano) o qualcosa dei Led Zppelin che mi pare di aver riconosciuto a un certo punto, per passare a una versione maschile (Brel, Brassens? Boh) di No, Je ne regrette rien di Edith Piaf fino a brani di certo più recenti, che io poi ho scoperto solo lì, come Boring di The Pierces o Wolves di Phosphorescent usati in altri momenti a rinforzo dell’intera performance.


This is not America. Viaggi immaginari di settembre

settembre 29, 2011

Quest’estate non sono andata tanto in giro, anzi diciamo per niente. Tuttavia avendo a disposizione, come tutti noi, un ambiente mediale da abitare le sollecitazioni non sono mancate. Anzi forse sono anche troppe e la scelta di coglierne alcune – e lasciarne sullo sfondo altre – può far conto soltanto su a me ignoti processi selettivi e sulla fantastica capacità di dimenticare della memoria. Quella che segue dunque è una piccola carellata per analogie, nient’altro che un piccolo viaggio intorno alla mia camera espansa.

Il decennale dell’11 settembre, accompagnato dalla cerimonia commemorativa a NY oltre che dai vari film e documentari visti in TV, l’ho passato sfogliando l’Atlante di Repubblica, con la raccolta degli articoli pubblicati nell’arco del decennio appunto anche se devo dire che il tappeto afgano, per me, vince il premio Rappresentazioni Collettive 2011.

Sempre sul fronte delle rappresentazioni dell’evento catastrofico, forme della ritualità mediale con cui l’immaginario collettivo moderno elabora il dramma sociale, dalla pagina di YouTube su Facebook è possibile accedere ad un video che raccoglie le testimonianze delle persone al di là e oltre la serie di prodotti culturali più o meno finzionali che conosciamo. Insomma la narrazione, l’esorcismo simbolico dell’evento tragico, passa dall’accoppiamento fra i media e i vissuti che è il modo con cui, oggi e attraverso il web, si costruiscono i nuovi modi della riflessività.

Così come sembra esistere un’arte del dopo 11 settembre 2001 di cui lo stesso New York Times sembrerebbe consapevole visto che ha chiesto ad alcuni artisti di spiegare se e come il loro lavoro ne sia stato in qualche modo informato. Vedi il post A Cultural View. Si può anche vedere la raccolta di lavori sull’11 settembre avviata da Artitribune, da arricchire con il contributo degli utenti, o articoli come quello sulla prima pagina del Corriere della Sera o sul cartone di Mel Chin.

A rinforzo dell’immaginario americano ho pensato bene di non perdermi la mini-serie sui Kennedy e alcune puntate del David Letterman Show su Rai5, ormai ufficialmente canale favorito del digitale terrestre.

Basti pensare al documentario sul numero di settembre di Vogue America che mi ha permesso di vedere all’opera Anna Wintour – o meglio, come dicevano nella publicità del progarmma, “la vera protagonista de Il diavolo veste Prada” – e di scoprire un personaggio come Grace Coddington, modella prima e ora fashion editor della rivista. Non per dire ma le due sono Britanniche… e capaci di incarnare abbastanza bene il mito della moda da avere le loro brave dolls.

Così come, invece, è “molto” nord-europeo lo scenario dell’inquietante Millenium, serie dedicata alla trilogia di Stieg Larsson, che La7 pensa bene di inframmezzare con le pubblicità della Daygum Protex che per lo meno ci porta nella Svezia alleggerita di Filippa Lagerback.

Fra le letture estive devo ammettere che Twilight di Stephenie Meyer ha risvegliato la consapevolezza, già provata con il film, di far parte di quel pubblico femminile innamorato dell’amore che ha fatto la fortuna dell’industria culturale hollywoodiana così mirabilmente raccontata da Morin.  Insospettabili conoscenti e amiche compongono con me quella compagine barbara, è sempre Morin che lo dice, che evidentemente trova nell’amiguità erotica del vampiro una rappresentazione ancora efficace dell’immaginario dell’amore.

Su Vogue Italia invece mi sono imbattuta in un caso che conoscevo da una vecchia puntata di un qualche CSI e che rimanda alla sempre affascinante quanto perturbante azione estrema sul (proprio) corpo. Mentre là nella serie televisiva si parlava di un uomo, qua, la copertina della rivista era ispirata ad Ethel Granger, donna “immagine” del ’900 famosa per il giro vita di 33 cm e per aver costruito la sua esistenza, spinta dal marito, su un canone estetico che ha origini antiche: dalla civiltà minoica, fino al regno di Elisabetta I e che ha ispirato anche gli ufficiali degli eserciti europei. Direi che siamo di fronte a forme della rappresentazione di sé che hanno ben altra cifra simbolica rispetto alla proliferazione di tatuaggini senza un perché se non quello di perpetuare strategie comunicative più adatte ai nostri tempi, cioè di forma e non di sostanza.

 


A spasso con Cindy. Breve mappa personale della Biennale di Venezia 2011

agosto 18, 2011

Io e Cindy Sherman (foto di Marina dalla mia macchina)

“Dura la vita del visitatore di mostre”. È questa la frase tormentone che ho ripetuto alle mie amiche nella intensa “due giornate di Venezia” in visita alla Biennale e alla mostra Tra nel fantastico Palazzo Fortuny, un po’ per farle ridere, un po’ perché è vero.

Durissimo poi è tracciare un percorso scritto delle cose viste anche se si può far conto sui discorsi e le riflessioni condivise con gli altri (quesa volte le mie amiche) per sedimentare e orientare meglio le impressioni. Tante, alcune molte interessanti, qualcuna appuntata molte perse per pigrizia (fotografo tutte le targhette delle cose che mi piacciono, le trascrivo, guardo in rete? Il catalogo no che pesa troppo…). Per fortuna la rete supporta: vedi i link e soprattutto gli autori di articoli e post qui di seguito.

I lavori sullo spazio, e sul tempo, sulle memorie che, così ci è parso parlando fra noi, sono adesso molto più collettive che individuali, le identità, le risorse del pianeta, le metafore del tempo presente mi sembrano i temi e così questa specie di mappa può partire dalle radici di Dalya Yaari Luttwak all’esterno dell’Arsenale …What if Groots Could Grow in the Waters of Arsenale?…

Altre tappe: il parapadiglione di Song Dong che ricostruisce la casa della sua famiglia e ospita altri lavori interessanti nonché la sorpresa da tenere d’occhio Ryan Gander (sua anche la moneta da 25 euro ritrovata un po’ più in là, in altra parte della mostra).

Altre fermate: i piccioni di Cattelan (lavoro contestato e bla bla); l’immaginario del mostro o meglio del lago di Loch Ness di Gerard Byrne e lo strano fantasy-mito sudafricano dell’uccello vampiro di Nicholas Hlobo’s Iimpundulu Zonke Ziyandilandela. I classici e famosi che si vedono con piacere: Cindy Sherman (vedi immagine all’inizio), Pipilotti Rist (bellissime le vedute psichedeliche di Venezia), Luigi Ghirri (evidentemente residuale visto che non si trova niente di sensato da linkare), l’ambiente cosmico di Fischli e Weiss

Ritornare su: Elisabetta Benassi con The Innocents Abroad (opera composta da una serie di 9 lettori di microfiche che leggono il retro di centinaia di fotografie tratte da archivi di quotidiani e che ripercorrono la storia del Novecento: una riflessione sulla natura dell’informazione e sulla sua possibile manipolazione…); il progetto Estaman Radio Drama di Marinella Senatore, in definitiva l’esposizione di una performance e, più o meno in questa chiave, colgo anche il senso del film premiato The Clock di Christian Marclay. Veramente geniale oltre che divertente visto che riesce a conciliare il qui e ora (dello spettatore) con il tempo che passa.

Sbirciata al Padiglione Italia: salvo, fra quello che ho visto in velocità, Filippo Martinez.

Bella ma troppo facile la scelta francese con il solito Boltanski che allestisce Chance.

Non avendo bisogno di vedere la Biennale subito subito mi sono goduta davvero il Padiglione della Gran Bretagna con I, Impostor di Mike Nelson. Darei anche io la palma del Padiglione migliore non fosse altro per il modo in cui concepisce lo spazio espositivo (il site-specific e l’ambiente immersivo) e lo stravolge mettendo in contrasto il dentro (angusto) con il fuori (luminoso) attraverso un immaginario un po’ da horror inglese o da b-movie che fa stare il visitatore sempre così, diciamo, un po’ in attesa o forse in suspence…

Incontro inaspettato ma graditissimo con Fluxus e lo spazio performance della chiesa-cinema allestita nel Padiglione Germania di  Christoph Schlingensief.

Bello anche il Padiglione dell’Ungheria con Hajnal Németh Crash – Passive Interview La catastrofe e la sua narrazione.

Gli Stati Uniti con Gloria di Allora & Calzadilla sempre bravi a lavorare sulle metafore facili ma efficaci nel nostro tempo, per lo più scandito dal loro.

Non sarà forse un caso se nel Padiglione dell’America Latina i lavori presentati indaghino proprio sul rapporto con gli Stati Uniti basti pensare, uno per tutti, al video Episode 1: Tango with Obama di Martin Sastre (Uruguay).

In chiave metaforica va presa anche l’installazione Elevator from the subcontinent di Gigi Scaria nel Padiglione Indiano all’Arsenale che rappresenta il principio di casta così come si integra nel flusso metropolitano.

Non ho ancora deciso su Tabaimo: teleco soup, Padiglione Giappone. Interessante il concept (il sovvertimento acqua-cielo, fluido e recipiente, il sé e il mondo e la “sindrome Galapagos” che riguarda l’incompatibilità tra l’immaginario tecnologico giapponese, i mercati internazionali e altri aspetti della società giapponese) e la resa dell’ambientazione (spazio buio e immagini video). Forse, semplicemente, non mi piacciono i disegni.

Non mi è dispiaciuto invece il passaggio alla Naviland allestita nella Paradiso Gallery, già che era lì che ci si stava rifocillando, al Padiglione Thailandia. Un immaginario pop turistico che mi ha ricordato certe esperienze in Second Life.

Pensandoci un po’ anche la pittura hippy-espressionista di Steven Shearer al Padiglione Canada ha il suo perché.

Non ha deluso le mie aspettative il Padiglione Korea con Lee Yonbaek sul quale ero un po’ più preparata. Anche qui c’è quel po’ di pop che per me ci sta, soprattutto oggi con le nostre sensibilità estetiche e tecnologiche dove queste ultime, per il resto, mi sono sembrate un po’ sotto traccia.


Oriente e Occidente nel teatro colloquiale di Oriza Hirata a Santarcangelo41

luglio 11, 2011

Farci vedere l’altrimenti invisibile o meglio farci conoscere qualcosa cui avremmo accesso con molte difficoltà (come spiega mirabilmente Luca Scarlini su Altre Velocità) è uno degli indubbi meriti del Festival di Santarcangelo.

Il primo caso, per quanto mi riguarda, è quello di Oriza Hirata e della compagnia Seinendan che – con The Yalta Conference e Tokio Notes – ci fornisce uno spaccato interessantissimo sul teatro giapponese contemporaneo.

The Yalta Conference – eseguito nella sala consiliare del Comune – si presenta come una ironica sit-com in cui gli improbabili Churchill, Stalin e Roosevelt, impersonati da attori giapponesi simpaticamente in carne, decidono i destini della Seconda Guerra Mondiale e della spartizione successiva del mondo.

Incarnando lo stereotipo delle nazioni cui appartengono – l’abbigliamento da cow boy per Roosvelt, il colbacco per Stalin, il cilindro per un Churchill mangione, le caramelle colorate, il tea, ecc. – i tre se la giocano nello scambio dialogico del “teatro colloquiale” che fonde la tradizione giapponese con la modernità occidentale, svelando così – fra il detto e il non detto, nella strategia del “lasciar cadere le parole” e nell’uso del linguaggio naturale – i meccanismi del potere. Gli esiti tragici della guerra sono messi in ridicolo e in grottesco dai tre personaggi-anime, che ricordano certi “caratteristi” esagerati che abbiamo imparato a conoscere da bambini nei primi cartoni giapponesi arrivati anche da noi e che qui parlano del Giappone (la bomba atomica, i kamikaze) come se fosse il nemico. Ed è questo ribaltamento, mi pare, a far emergere il senso amaro di una pièce ironica.

foto Claire Pasquier

Ancora colloqui “normali” e “quotidiani” fra i 20 personaggi di Tokyo Notes che si avvicendano nel bookshop di una mostra su Vermeer in un ipotetico 2024 dove il Giappone rappresenta il rifugio per le opere d’arte europee a rischio di sparizione a causa della guerra. Ancora lo sguardo dell’Oriente sull’Occidente sullo sfondo di conversazioni che si sovrappongono ma secondo un ritmo drammaturgico che permette di cogliere nell’eleganza di movimenti pacati e di espressioni mai esagerate ma soprattutto nella dissolvenza di un dialogo neutro di una coppia, ad esempio (“Eh, e come avete fatto con la maionese?” “L’hanno fatta andare tutta a male”), la messa a fuoco della rivelazione di qualcosa di grave o di importante in un altro scambio dialogico (“Mi sa che l’anno prossimo non ci vedremo” “Eh, perché?, Vai da qualche parte l’anno prossimo?” “Forse non ci rivedremo più. S’è messo a piangere, Yuji qualche giorno fa” “Eh?” “Dice che si è innamorato di un’altra donna” “Ah”).

Detto altrimenti: un montaggio a frammenti per punti di vista mobili, come in un film.

foto Claire Pasquier

Si vede insomma come una cultura contaminata (e contaminante) con l’occidente si auto-osservi integrando i modi con cui sa di essere osservata e che diventano così parte del modo stesso in cui quel mondo si rappresenta (in Yalta l’esagerazione giocherellona, in Tokio Notes la gestualità misurata). Il pubblico vede dal vivo un modo di essere e di fare che riconosce come giapponese, identitario, localizzato. Ma scopre anche nei contenuti, nei discorsi, nei micro-drammi che affiorano dai dialoghi, l’universalità del quotidiano nel quale siamo tutti fatalmente uguali.


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