Dicembre 17, 2007

Qualche pensiero dopo la prima parte del seminario di Claudia.
La sfilata di moda è ancora una performance moderna. Dal vivo presenta i caratteri di uno spettacolo teatrale messo in scena per gli spettatori che guardano e giudicano. Prima di comprare. Questa formula, afferma Claudia, ha mantenuto nel tempo la sua sostanza formale che può naturalmente presentare delle varianti – essere più sobria o molto più spettacolare a seconda delle case di moda, delle scelte stilistiche, delle risorse a disposizione come nei casi di Alexander McQueen o di John Galliano per Dior – ma che di base mantiene i caratteri della comunicazione basata sul carattere iconico dei grandi media. Ha a che fare con l’industria culturale e con il sistema del consumo nel senso del mercato e della fascinazione del simbolico più o meno mainstream.
Ci si chiedeva, gustando una pizzetta fredda io e calda lei, quale potrebbe essere la deriva di questa forma della comunicazione di prodotto. La sfilata ovviamente non si trasferisce così com’è sul web, sebbene qualcuno ci abbia provato con risultati discutibili. Ma questo si sa. Bisogna conoscere lo specifico del medium per usarlo. Sono anche dell’idea che Second Life sia una possibilità interessante.
Per ora la penso così: il sistema della moda – e le dinamiche complesse che stanno attorno al fashion – è frutto e meccanismo del moderno (e del capitalismo). Segue delle logiche che possono cogliere sì tendenze dal basso – lo street style ad esempio – ma solo per riportarle “dentro”. La fascinazione estetica non ha bisogno di molto altro. Ognuno di noi in qualche modo si fa perturbare.
Le logiche della modernità compiuta – postmoderne potremmo dire per capirci – sono quelle ancora poco evidenti penso (ma dovrò verificare) che troviamo in fenomeni avanzati del cross dressing. Penso ad esempio ai teenager giapponesi fotografati da Shoichi Aoki e al mélange di immaginari con cui realizzano i loro outfit: il fashion più avanzato, i manga, abiti fatti in casa. Insomma, e per dirla con Abruzzese: forme emergenti dell’essere moda.
1 Commento |
performance | Contrassegnato da tag: fashion, immaginario, performance, sfilata |
Permalink
Pubblicato da lgemini
Dicembre 14, 2007

Se ne parla lunedì e martedì con Claudia Vanti in un seminario nel mio corso di Teorie e pratiche dell’immaginario contemporaneo. Siamo alla terza edizione di questo appuntamento con Claudia – stilista della maison Ferrè ma anche, soprattutto, molto altro – che coinvolge gli studenti della specialistica in Comunicazione e pubblicità delle organizzazioni e (moltissimo) me con la sua capacità di convogliare la riflessione sulle tematiche dell’industria culturale a partire dal fashion system.
Il che significa tenere conto – potremmo dire con approccio storico – delle perturbazioni reciproche fra moda e musica che dagli anni ’60 della Swinging London, passano per il Neo Liberty decadente e psichedelico e il glam rock con David Bowie e Roxy Music. Approdo, quello del glam, che spiega, ad esempio, la deriva di un immaginario femminilizzato e il fenomeno del cross dressing, cioè del superamento della distinzione netta dei codici maschile e femminile, l’espressione dell’androginia della rock star e l’alfabetizzazione estetica che oggi ancora ci appartiene. Basti vedere Gaultier, tanto per nominare uno dei nostri preferiti.
Ma questo è solo l’inizio: si va al punk (nostalgia canaglia!) con Sex Pistols, Malcom McLaren e Vivienne Westwood, ai Joy Division e a uno stile riconoscibile in molte collezioni di Prada uomo. Subculture giovanili, street style, ma soprattutto videoclip (dagli anni anni ’80). Qui l’industria culturale esprime al meglio le sue possibilità e il fascino della moda sulle popstar si intreccia al coinvolgimento di artisti, fotografi, video maker di altissimo livello. Quelli della mia generazione ricorderanno Grace Jones, vestita Azzedine Alaia, e il fotografo Jean Paul Goude ma si può pensare anche a Bjork. Il fashion system la ama (e lei ricambia) e i suoi video catalizzano l’immaginario contemporaneo nel mix fra arte e cinema sperimentale, basti pensare alla collaborazione con Chris Cunningham. E che dire di Skin, secondo me la migliore testimonial per il compianto Ferrè? Poi ancora Madonna, Kyle Minogue e pure George Michael. Nel video Too Funky, altro esempio, lo stilista Thierry Mugler dirige una parodia sulla sfilata in cui appaiono le top model anni ’90. Ma c’è anche l’immaginario più mainstream della passerella: Beyonce e il walk/stop davanti all’obiettivo, ripreso ultimamente anche da Rihanna; o ancora Gwen Stefani che si percepisce e comunica sempre più come “soggetto-moda”.
C’è molto, molto di più nelle tracce di questa riflessione e si arriva alla sfilata come performance, strategia spettacolare che convoglia competenze e saperi sempre più articolati: dal casting, alle uscite – lo script – alla drammaturgia che culmina, guarda caso, con la scelta della colonna sonora. Le compilation, che si trovano nel famoso concept store Colette di Parigi, sempre come esempio, sono un altro fenomeno interessante non solo per capire la messa a punto della sonorità contemporanea, ma più in generale per l’affermazione di una parte significativa del repertorio simbolico della nostra contemporaneità.
Se fossi in me questo seminario non me lo perderei.
3 Commenti |
immaginario contemporaneo | Contrassegnato da tag: fashion, immaginario, musica, star-system, videoclip |
Permalink
Pubblicato da lgemini