Ottobre 12, 2009

Sebbene debba tristemente ammettere che la pazienza del pubblico pagante “normale” del teatro sia messo duramente alla prova dall’organizzazione di pur bei festival come Vie di Modena, devo dire anche che a me, grazie alla possibilità di spendere la immeritata carta di docente di teatro e spettacolo, le cose vanno meglio. In ogni caso, sia io sia i miei accompagnatori, abbiamo visto due interessanti spettacoli sabato.
Il primo, che titola come nell’immagine, è della compagnia belga Ontroerend Goed/Kopergietery e lavora sull’adolescenza e le sue rappresentazioni portando in scena soltanto attori “autenticamente” teenager. Un modo ironico, ma non troppo (a parte le risate del pubblico che io di solito non capisco), di riflettere sui clichè che gli adulti usano per interagire ma anche per rappresentare gli adolescenti, come se non lo fossimo stati tutti poi.
Mi ha ricordato un po’ l’anti danza di Jerome Bel, e perciò una spinta nella deriva più propriamente performativa della performance teatrale. Dal punto di vista della composizione visiva si è trattato di un lavoro abbastanza potente. L’immaginario, ci dicevamo fra noi, sembra di gusto molto “francese” il che non guasta visto che qualità visiva – della comunicazione per immagini appunto – oscilla sempre fra la localizzazione dell’immaginario e la sua meta-territorialità.

Di immaginario decisamente giapponese e contemporaneo il lavoro, per me raffinatissimo, di Toshiki Okada, Hot pepper, air conditioner and the farewell speech. Un modo ironico, ma non troppo (a parte le risate del pubblico che io di solito non capisco), di riflettere sui clichè legati alla vita aziendale e alle logiche che caratterizzano il lavoro e la sua precarietà. Qui l’accordo pragmatico fra contenuto e gesto, corporeità, danza è la chiave dello spettacolo. Non i testi per quello che dicono – tanto che si tratta di frasi scarne, che si ripetono tanto per sottolinearne la quasi inutilità fino al discorso di commiato delirante dell’ultima impiegata interinale licenziata – quanto per quello che i performer fanno in armonia con i ritmi del testo e con il carattere del personaggio che lo parla.
Lascia un commento » |
teatro e spettacolo | Messo il tag: corpo, immaginario, linguaggio, Ontroerend Goed/Kopergietery, performance, teatro, testo, Toshiki Okada, Vie Scena Contemporanea Festival |
Permalink
Pubblicato da lgemini
Aprile 19, 2009

Ha 26 anni Lo spazio della quiete di TeatroValdoca (visto venerdì 17 aprile, al Teatro della Fortuna di Fano, nell’ambito della rassegna Teatroltre) e un po’ li dimostra.
La dimensione ibrida della performace – fra teatro e danza – continua ad avere dei meriti che fanno poi della oramai storica compagnia di Mariangela Gualtieri e Cesare Ronconi uno dei capisaldi del nostro teatro. Vale sempre la pena vedere e sentire i loro lavori.
Vedere perché le composizioni visive sono sempre raffinate e “moderne” dal punto di vista estetico. E rimandano a quella qualità, estetica, appunto cui il teatro immagine fornisce la legittimità che gli spetta. Non si tratta della vocazione allo spettacolo, nel senso della spettacolarità come prodotto dell’industria culturale, ma di un modo di trattare l’immaginario visivo in connessione con l’arte contemporanea, fumetto compreso, e con la moda.
Sentire perché i testi caratterizzano, ma si sa, la dimensione poetica della Valdoca da sempre. Io ricordo ancora l’effetto che mi fece, e non solo a me, il “monologo del non so” del Parsifal, recitato da Danio Manfredini. Qui le parole parlano delle parole, del loro potere e di quello che potrebbe, vorrebbe ma che non sempre riesce a dire. C’è sempre uno scarto, un vuoto da riempire nei testi di Gualtieri. La consapevolezza insomma che la nostra civiltà sia fondata sul verbo – parlato e scritto – ma che non basti. Allora tornano i corpi.
Grazie a Marianna per il regalo.
Lascia un commento » |
teatro e spettacolo | Messo il tag: corpo, estetica, immaginario, Lo spazio della quiete, parola, spettacolo, teatro, Valdoca |
Permalink
Pubblicato da lgemini
Dicembre 20, 2008

Una grande lezione sull’oralità, sul corpo come strumento vivo, da sentire e far sentire. Ma anche sulla sistemica, sull’emergenza di un evento composto di micro-eventi in un prova d’orchestra che c’entra anche con l’effetto farfalla. Nella poetica di Salvatore Sciarrino, e nell’opera La bocca, i piedi, il suono realizzata al MAMbo da Lost Cloud Quartet e da 120 sassofonisti – ma anche dalle parole ascoltate nel dialogo fra lo stesso compositore ed Enzo Restagno - capiamo come l’universo sonoro sia prima della sua codifica poichè la sua radice è naturale. E’ nel cicaleggio delle cicale, nel rumore della pioggia… Suono massa. Universi di immagini che si concretizzano in quel “tutto è onda” per dire che quel fenomeno senza inizio e senza fine, quel flusso, mette in comunicazione la superficie con l’abbisso. E’ il legame fra natura e cultura, connessione fra suono e società nel suono massa che il corteo di sassofoni intorno al quartetto traduce – in vero e proprio procedimento drammaturgico (che si trova poi nel senso stesso della musica) – in un universo poetico che sta nel mélange della dimensione acustica e la nostra “interiore soggettività” (dalle parole di Sciarrino), nell’ambiguità in cui “la fantasia può dispiegare le ali”.

Questa esibizione fa parte del progetto Collezioni mai viste il cui senso sta nella creazione di “luoghi sensibili“, al di là del dominio della vista. Ho provato ad ascoltare e lasciarmi circondare dai suoni, anche il resto del pubblico faceva così. Ogni tanto guardavo per lo spettacolo (irresistibile). Ma quando stavo con gli occhi chiusi sentivo il flusso di energie, cercavo di distinguere i passi dei piedi dai suoni e dai soffi. Sentivo le onde sonore girare dal un solista all’altro. Poi alla fine ho riaperto gli occhi e ci ho visto doppio, come sempre.
2 Commenti |
performance | Messo il tag: corpo, Lost Cloud Quartet, musica, oralità, Salvaotre Sciarrino, suono-massa |
Permalink
Pubblicato da lgemini
Febbraio 8, 2008

Non è una cosa nuova però il tema del corpo come oggetto centrale dell’analisi sulle derive della comunicazione mi sembra particolarmente forte in questi giorni. Ne abbiamo scritto qui, qui, qui con particolare riferimento a SL. Secondo me c’entra anche con il viaggio nella complessità partito ieri in UA.
Sulla fondamentale webzine Ateatro, curata da Oliviero Ponte di Pino con la collaborazione di Anna Maria Monteverdi, leggo due articoli che mi portano là dove ultimamente non sono riuscita ad andare: a teatro, appunto.
Prima, nell’articolo di Anna Maria, con il lavoro di Konic thtr, compagnia catalana che dalla metà degli anni ‘80 lavora nell’ambito della creazione di performance interattive, installazioni nella convergenza di multimedia, musica, teatro (sono tra l’altro fra i primi sperimentatori della motion capture). Le parole chiave sono: augmented stage, pubblico come “agente attivatore”, interrelazione e connessione che ha il corpo come fulcro di indagine, drammaturgia plurinarrativa. Senza dimenticare il significato “politico” che va riconosciuto a questo tipo di ricerca artistica. Lo spiega anche Balzola insieme all’evoluzione dell’estetica dell’interattività. Personalmente ho provato a parlarne anche qui. Il tutto per ribadire come il frame della cultura partecipativa – che parte (o almeno si collega) dalla pratica e dalla teoria della performance – ha la sua base di appoggio, anzi di ancoraggio, nell’evoluzione della comunicazione, nel digitale, e nei modi in cui viene trattato il corpo.
8 Commenti |
performance | Messo il tag: comunicazione, corpo, teatro, tecnologia |
Permalink
Pubblicato da lgemini